L'immagine fa parte della storia dell'Unione europea: Angela Merkel e Nicolas Sarkozy che camminano fianco a fianco, bocca cucita, spalle tese, vicinissimi al punto di non ritorno nelle loro caotiche relazioni. La cancelliera tedesca e il presidente francese sono in disaccordo su come difendere la zona euro minacciata dal rischio di fallimento della Grecia. Due giorni dopo i ministri delle Finanze trovano l'accordo per istituire un meccanismo di salvataggio da 750 miliardi di euro. Era il 9 maggio 2010 e l'Unione europea aveva appena dimostrato di saper sopravvivere alla più grave crisi della sua storia.

Un anno dopo a che punto è l'Unione? L'euro c'è ancora, ma dopo Grecia e Irlanda oggi è il Portogallo ad aver bisogno di un piano di salvataggio da diverse decine di miliardi. Nessuno paese è fallito, ma l'austerità è diventata l'elemento comune di tutti i paesi dell'Ue. Due governi, a Dublino e a Lisbona, sono caduti sotto i colpi della crisi. E se le elezioni dovessero svolgersi oggi, con ogni probabilità anche i francesi, gli spagnoli e forse anche i tedeschi deciderebbero di mandare a casa l'esecutivo in carica. Nel frattempo la cancelliera Merkel è diventata la figura dominante dell'Unione: senza il suo assenso non si decide nulla. È stata questa una delle principali conseguenze degli scossoni subiti dall'euro: un blocco di paesi del nord, incentrato sulla Germania, l'Austria e l'Olanda, sta ridisegnando l'Ue secondo contorni molto più rigorosi. Il simbolo di questo cambiamento è il Patto per l'euro, che dovrebbe gettare nuove basi per una più efficace gestione dell'economia.

L'Europa è quindi salva, ma non gode di certo buona salute. I sintomi della sua malattia sono molteplici e vanno oltre i semplici problemi finanziari. Indeboliti dalla crisi, gli europei tutti sono sempre più attratti da movimenti di protesta, euroscettici e populisti. A causa, o forse per conseguenza, di questo fenomeno, i leader politici nazionali si interessano solo alle questioni di politica interna: le attuali polemiche sull'applicazione del Trattato di Schengen o sullo statuto dei lavoratori stranieri nell'Unione lo testimoniano chiaramente, così come il fatto che gli stati membri non lavorano più in stretta collaborazione con la Commissione europea o con il Parlamento di Strasburgo.

Tuttavia il paziente ha anche mostrato insospettabili doti di resistenza. I piani di salvataggio e i meccanismi di stabilità sono il frutto di compromessi difficili ma importanti. Le debolezze della moneta unica sono state a poco a poco superate attraverso la creazione di processi comuni. L'attaccamento dei 27 al progetto europeo è stato sottoposto a una prova durissima. Ma è stato confermato dai grandi sforzi intrapresi per superare le difficoltà degli ultimi mesi. È per questo che i leader politici, a Bruxelles come nelle capitali europee, oggi hanno una responsabilità ancora maggiore: all'interno dei confini dell'Ue devono essere in grado di proporre ai cittadini un progetto politico che abbia anche una dimensione sociale e di dare un senso a quello che sembra sempre più solo un piano economico, monetario e legislativo. All'esterno, hanno il compito di accompagnare nel modo più efficace le "primavere arabe", accogliere la sfida della globalizzazione e mostrarsi capaci di essere padroni del destino di 500 milioni di persone. (adr)