“La temuta escalation del conflitto nell’est dell’Ucraina in uno scontro aperto tra Nato e Russia non sembra ancora sul punto di concretizzarsi, ma la guerra commerciale tra Mosca e l’occidente si aggrava a vista d’occhio e potrebbe avere conseguenze ancora più profonde e durature”, scrive Gabriele Crescente su Internazionale.

Secondo Crescente il blocco delle importazioni di prodotti agroalimentari dai paesi che hanno adottato sanzioni contro la Russia è una “scommessa molto rischiosa” per Vladimir Putin. Infatti, sostiene, potrebbe avere “pesanti conseguenze” per la stabilità del paese:

Oltre agli effetti delle sanzioni occidentali, che per ammissione di Mosca potrebbero far cadere in recessione l’economia russa nel giro di tre anni, sostituire le importazioni dall’Unione europea con altri fornitori e con l’aumento della produzione interna farà schizzare l’inflazione oltre il già notevole tasso attuale del 7,9 per cento. Probabilmente Putin spera che i paesi dell’Unione europea cedano per primi. […] Il blocco delle importazioni russe, che rappresentano il dieci per cento delle esportazioni agroalimentari dell’Ue e un valore totale di 12 miliardi di euro all’anno, sarà un duro colpo per i paesi Ue ancora alle prese con gli effetti della crisi dell’euro. In una situazione di crisi prolungata la Russia, con il suo modello economico ancora legato al passato sovietico, potrebbe rivelarsi più resiliente.

Inoltre, sostiene Crescente, la Russia potrebbe rivolgersi agli altri paesi emergenti, a cominciare dagli altri Brics (Brasile e Cina soprattutto):

Subito dopo l’annuncio del blocco, il governo russo ha raddoppiato il numero di esportatori agroalimentari brasiliani autorizzati ad accedere al mercato russo. La misura sembra dettata dalla necessità di sostituire le importazioni europee, ma in realtà è la conseguenza diretta degli accordi firmati da Putin durante la sua visita in Brasile a luglio. Il Brasile è già il principale esportatore di carne in Russia, e la sua quota di mercato è destinata a salire se la crisi non si risolverà. Il Brasile non è l’unica economia emergente che sta guadagnando dal conflitto in Ucraina orientale. Recentemente la Cina è riuscita a ottenere la firma a condizioni favorevoli di un accordo a lungo termine da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas russo, bloccata da anni a causa delle dispute sul prezzo. […] In generale, l’allontanamento di Mosca dall’occidente comporterà per forza di cose un suo ulteriore avvicinamento al gruppo dei Brics. La svolta potrebbe non essere conveniente dal punto di vista economico, ma per Putin potrebbe esserlo da quello politico. Più che la condizione di economie emergenti, che non si può certo applicare alla Russia, il vero collante del gruppo dei Brics è l’opposizione al predominio degli Stati Uniti e dei loro alleati e all’ingerenza di questi nella loro sfera di interessi. Per la Russia, che non può contare sulla leva economica, tenere testa all’occidente e porsi idealmente alla guida di questo schieramento sul piano diplomatico, militare e soprattutto simbolico può rappresentare l’unico modo di recuperare quello status di potenza a cui il suo establishment guarda con nostalgia dalla fine dell’Unione Sovietica, ancorandosi allo stesso tempo alle economie che saranno responsabili di gran parte della crescita globale nei prossimi anni.

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