In una intervista pubblicata su Libération e realizzata da Philippe Douroux, l’autore di Démocratiser l’Europe(Seuil editore, 2014) denuncia l’impossibilità di avere un dibattito democratico sulla politica economica all’interno dell’Unione.

Tuttavia, nota Vauchez, “il progetto europeo originario, quello firmato a Roma nel 1957, era anche un progetto politico e non semplicemente un insieme di regole comuni per unificare e uniformare una comunità economica e monetaria”.

Oggi invece il solo vero governo europeo è quello del mercato unico e della zona euro, disciplinato dalle tre istituzioni cosiddette “indipendenti”, la Corte di giustizia, la Commissione e la Banca centrale (Bce) europee.

Queste tre istituzioni sono formate da personalità non elette — anche se le nomine dei commissari europei sono approvate dal Parlamento — e, paradossalmente, sono all’origine dell’azione politica dell’Europa, pur rivendicando sempre la loro indipendenza dalle ideologie e dalle diplomazie, considerate portatrici di ‘egoismi nazionali’”. Ed è questo l’”aspetto fondamentale dell’Unione” che vuole sottolineare Vauchez:

ogni volta che si vuole portare avanti un interesse comune europeo lo si affida a una delle istituzioni indipendenti, a debita distanza dalla politica. E la crisi dell’euro non ha fatto che accentuare questo solco. In questa politica economica europea, i membri dei Parlamenti, europei o nazionali che siano, hanno un ruolo secondario: non avendo l’iniziativa delle leggi europee, sono costretti a seguire il movimento, più che a bilanciare, questa unione sempre più serrata delle economie.

E anche quando, come in occasione della recente crisi del debito greco, i ministri delle Finanze e i capi di Stato e di governo della zona euro intervengono, “la struttura stessa del gioco di questi negoziati tra Stati favorisce la posizione di quelli che, come il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, difendono il rafforzamento delle regole di questa sorta di costituzione economica sovranazionale creata dalle istituzioni ‘indipendenti’ nel corso degli anni”, afferma Vauchez.

Quanto al parlamento europeo, dopo le elezioni europee del 2014 sembrava che avrebbe occupato finalmente il posto che gli spettava nel dibattito democratico europeo. Tuttavia, ritiene Vauchez, il parlamento “ha perso posizioni durante la crisi”, poiché “all’interno della troika [Bce, Fmi e Commissione europea] non ha alcun rappresentante e, a tutt’oggi, nessun parlamentare ha partecipato alla stesura dei piani di rientro del debito, in particolare quello della Grecia”.

Il ricorso da parte del premier greco Alexis Tsipras al referendum sul piano di rientro del debito proposto dall’eurogruppo è “una forma di risposta all’impossibilità di far emergere una spaccatura politica transnazionale attorno alle politiche dell’Unione. Di conseguenza”, ritiene il ricercatore francese: “si resta legati a una legge economica abbastanza brutale, un rapporto tra creditori e debitori, tra i paesi del nord e quelli del sud”. Il fatto stesso che alcuni abbiano definito la consultazione popolare indetta da Tsipras come un “rifiuto di democrazia” “dimostra ampiamente come il voto non rientri tra gli strumenti dei compromessi politici a Bruxelles”.

E se nessuna personalità politica europea riesce ad emergere in questo contesto, è solo perché “le regole fissate dalla Commissione o dalla BCE paralizzano ogni volontà politica. […] Quando gli attori politici entrano sulla scena europea è come se venissero trascinati da questa forte tendenza del progetto europeo che li porta a cedere le loro prerogative a favore di istituzioni non politiche”. Secondo Vauchez ci sono delle forme di opposizione a questa tendenza, quail la Corte costituzionale di Karlsruhe, in Germania, Podemos in Spagna o Syriza in Grecia. Ma il problema, sottolinea Vauchez, “è che queste espressioni politiche sono accusate di non essere legittime perché non sarebbero ‘europee’, come se le legittimità democratiche nazionali si annullassero una volta che ci si trova sul livello europeo”.

Per colmare questo vuoto, Vauchez propone che la Bce e la Commissione rendano pubblici i dibattiti che le animano, organizzando ciò che lo stesso ricercatore francese definisce “l’espressione pubblica dei disaccordi e delle discussioni che le percorrono”. La partecipazione di attori esterni, quali i partiti politici, i rappresentanti della società civile e i sindacati a fianco dei membri del consiglio della Bce garantirebbe il contatto con la società civile.

Gli strumenti per garantire il predominio della politica sull’economia esisterebbero, assicura Vauchez, che ricorda come “il trattato di Lisbona preveda che i parlamenti dei paesi europei possano unirsi per opporsi a una iniziativa della Commissione”, un’initiativa che

è stata adottata nel 2012 contro il progetto Monti-2 sulla limitazione del diritto di sciopero. Un fronte comune dei parlamenti nazionali permise di bloccarlo, dimostrando che potevano far valere il loro peso politico di fronte alla Commissione. Ma, affinché possa esistere una politica transnazionale, occorre che i partiti nazionali riconoscano che ormai hanno questa responsabilità europea !