È un risultato che ben pochi avrebbero previsto qualche mese fa: la maggioranza degli italiani (54,8 per cento) ha votato al referendum, i quattro quesiti (sulla privatizzazione della gestione dell'acqua e la liberalizzazione delle tariffe, sulla reintroduzione dell'energia nucleare e sul legittimo impedimento per le altre cariche dello stato) sono stati approvati a larghissima maggioranza. Era dal 1995 che in Italia un referendum non raggiungeva il quorum. Nel governo, che aveva apertamente invitato a non votare ma aveva dovuto subire la fronda di diversi elementi interni, l'imbarazzo è evidente e la caccia al colpevole è iniziata.

Secondo il quotidiano della famiglia Berlusconi, Il Giornale, "ha trionfato la paura" del nucleare innescata dall'incidente di Fukushima e cavalcata dalla stampa d'opposizione. "La politica non c’entra. Chi assicura che s'è trattato di una consultazione per dire Sì o No a Silvio Berlusconi sbaglia sapendo di sbagliare".

Ma il resto della stampa nazionale la vede diversamente: il premier è il grande sconfitto delle urne. Per La Repubblica

Il flauto magico si è spezzato, gli italiani dopo vent'anni rifiutano di seguire la musica di Berlusconi. Quattro leggi volute dal premier sono state bocciate da una valanga di "sì"[...]. Una ribellione diffusa e consapevole, che dopo la sconfitta della destra nelle grandi città accelera la fine del berlusconismo, ormai arenato e svuotato di ogni energia politica, e soprattutto cambia la forma della politica nel nostro Paese.

Anche il Corriere della Sera vede nel risultato il "tramonto" della "lunga stagione" berlusconiana:

Si compie oggi il decennio di governo del Cavaliere: è dal 2001 che Berlusconi governa l'Italia, per otto anni su dieci. La Thatcher ha retto undici anni. Tony Blair dieci. Gli elettorati democratici sono pazienti e tolleranti, ma ogni tanto si alzano in piedi come giganti e si scrollano dalle spalle il passato. Il verdetto elettorale della primavera italiana è così inaspettatamente netto che non vale neanche più la pena di discettare sulle cause di questa crisi di rigetto, se sia più etica o estetica, politica o economica. Fosse il Pdl un partito vero come i Tories o il Labour inglese, oggi inviterebbe il suo leader storico a sacrificare se stesso per salvare la ditta. Ma qui non sembra esserci in giro un Major che possa prendere in corsa il testimone e magari resistere un'altra legislatura. La transizione dunque non sarà né ordinata né rapida. Ci aspettano mesi convulsi.

Ma se la crisi del berlusconismo è evidente, dalla vittoria dei sì, costruita da "migliaia di cittadini riuniti nelle nuove famiglie elettroniche dei social network, dove si va a votare perché ti ha informato l’amico e non il partito", non emerge alcun punto di riferimento politico per il futuro, scrive Massimo Gramellini su la Stampa:

Di solito sono le sconfitte a non avere padri. Ma qui sta succedendo il contrario. Prima le elezioni amministrative di Milano e Napoli hanno premiato due eretici. E adesso i referendum, vinti da cittadini che sono tornati a credere nella politica, ma non nei politici. Un movimento di massa sganciato dai partiti, che sancisce il declino dei due capi-popolo più potenti dell’ultimo ventennio, ma non incorona nessuno al posto loro, perché in nessuno riconosce una figura davvero estranea alla Casta.