L'accordo apre la prospettiva dell'adesione della Serbia all'Unione, costituisce un riconoscimento di fatto del Kosovo da parte di Belgrado e rappresenta un successo per la diplomazia europea.

"Habemus pactum", titolo trionfalmente Danas. "Tutto è bene quel che finisce bene", osserva oggi il quotidiano, che sottolinea l'importanza storica dell'accordo di Bruxelles, arrivato dopo mesi di discussioni. 

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perché contribuisce a mettere fine al conflitto in Kosovo e apre nuove prospettive per una società serba sempre più stanca. 

Mentre la stampa nazionalista serba, come Nase Novine, parla di una "capitolazione" della Serbia, Politika osserva che firmando l'accordo con Pristina, "Belgrado ha scelto il futuro". Per il quotidiano di Belgrado,

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la Serbia deve ancora valutare i pro e i contro di questo accordo, ma è evidente che ha messo la parola fine alla serie di insuccessi cominciati con l'incomprensione del mondo e dei paesi vicini, e con il rifiuto di accettare la realtà in favore di un passato mitico. Una serie che era continuata con il rifiuto dei compromessi e che si era conclusa con delle grandi o piccole "capitolazioni". […] Ora la Serbia ha la possibilità di occuparsi, attraverso i mezzi previsti dalla comunità internazionale, della sanità, dell'istruzione e dello sviluppo economico dei serbi che vivono in Kosovo. 

Secondo Blic, il primo ministro Ivica Dačić e il suo vice Aleksandar Vučić hanno seguito "l'unica buona strada" possibile: quella che "porta la Serbia sulla strada dell'Ue". E questo grazie all'Alta rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri, Catherine Ashton, che "ha finalmente interrotto la lunga serie di fallimenti dei governi serbi e dell'emarginazione del paese dal processo di integrazione europea". Il giornale inoltre sottolinea che Dačić e Vučić

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sono riusciti a convincere il più grande avversario dell'Ue nella coalizione al potere, cioè il presidente Tomislav Nikolić, che l'accordo sul Kosovo non era una sconfitta. La loro trasformazione da socialisti e nazionalisti intransigenti in europeisti è stata rapida ed efficace. Hanno giocato una partita di poker e hanno vinto. 

L'accordo firmato a Bruxelles rappresenta un successo anche per l'Unione europea, e in particolare per Catherine Ashton, osserva il croato Jutarnji List, per il quale 

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anche se all'inizio del suo mandato non ha saputo riconoscere il presidente serbo Nikolić nella delegazione di Belgrado, Ashton è riuscita dove i suoi predecessori avevano fallito: convincere Belgrado che il Kosovo non valeva la perdita della prospettiva europea. Inoltre questa prova della forza del soft power europeo arriva in un momento in cui l'Ue sta perdendo il suo interesse a causa della crisi economica. 

Da parte kosovara, Gazeta Shqiptare parla di un "accordo storico", perché 

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per la prima volta noi albanesi siamo padroni del nostro destino, di quello del nostro territorio e delle sue frontiere. […] La firma di questo accordo da parte della Serbia significa riconoscere di fatto uno stato che si è staccato dal suo territorio. […] Oggi i Balcani contano due stati albanesi, due opportunità per questi popoli di imporsi sul mercato dei valori europei costruendo una democrazia funzionale e uno stato di diritto. 

Express riconosce che l'accordo "crea delle opportunità legali e politiche per l'integrazione del Kosovo del nord senza danneggiare legalmente o politicamente Pristina, ma ritiene che

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sarebbe da ingenui pensare che questo patto sarà accettato senza contestazioni né tensioni nelle quattro comunità a maggioranza serba. Queste tensioni potranno essere risolte solo attraverso una collaborazione politica e organizzativa fra Pristina e gli occidentali, per contrastare i tentativi dei serbi di sabotare in modo irrimediabile questo accordo, il cui esito dipende dalla sua completa applicazione.

Koha Ditore ritiene che l'accordo di Bruxelles non cambia radicalmente la situazione di stallo presente in Kosovo :

Né un riconoscimento formale della Serbia né un'entrata all'Onu serviranno al Kosovo fino a quando non sarà come uno stato normale. Belgrado infatti, avendo il potere esecutivo nei comuni a maggioranza serba, mantiene la possibilità di sabotare qualunque riforma in Kosovo e di conseguenza la creazione di uno stato indipendente.