Questa rassegna stampa è stata realizzata originariamente per Internazionale.

“Questa sera i 19 capi di stato e di governo della zona euro contempleranno l’ipotesi della Grexit”, scrive Jurek Kuczkiewicz sul quotidiano belga. “Dovranno decidere se la Grecia resterà o meno nella zona euro, e questo porrà inevitabilmente la questione della sua permanenza nell’Unione europea”. “Oggi”, aggiunge l’editorialista,

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non è più l’iva o la riforma delle pensioni a essere in gioco. Non è più il debito o la religione del rigore finanziario. E non è nemmeno più la morale secondo la quale chi ha speso troppo deve rimborsare. La Grecia è sull’orlo del tracollo finanziario – forse ormai inevitabile – che causerà gravi disordini e porterà a un livello irrimediabile il risentimento dei greci nei confronti degli europei. […] Questa sera i 19 leader europei – Tsipras incluso – dovranno elevarsi a un livello più alto, in cui non importa più sapere chi ha ragione, ma in cui occorre trovare le parole giuste per rendere di nuovo evidente dove si trova il bene comune. Ammesso che esista ancora. A volte esiste solo perché dei veri leader sono riusciti a indicarlo.

Sul quotidiano austriaco, Markus Bernath cerca di rispondere alla domanda più importante del momento: “Come evolveranno le cose?”. L’esito più probabile è che la crisi si andrà aggravando e che quindi il nuovo piano di aiuti richiederà una maggiore dose di austerità di quella che Tsipras avrebbe potuto ottenere a giugno. “Il primo ministro greco”, sostiene Bernath, “è ancora convinto che potrà ottenere un accordo più vantaggioso”:

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Il referendum greco è una rivolta confusa contro l’Europa. Chi ha votato no vuole rispetto, un trattamento equo all’interno dell’Unione europea, aiuti economici, fine della recessione e rimanere nell’euro. Anche se non ci sarà un accordo, alcuni potrebbero non preoccuparsene: ormai perfino il ritorno alla dracma non fa più paura.

Peter de Waard si chiede come faranno i leader dei paesi dell’eurogruppo a raggiungere un’intesa nella riunione di questa sera. Una delle opzioni sarebbe di “dimettere” il presidente dell’eurogruppo, il ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselboem.

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Le nuove scope spazzano meglio. Per i negoziatori europei è più difficile sacrificare le persone che non per i greci. Il vero castigamatti è il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, ma i paesi dell’euro non possono costringere i politici nazionali a dimettersi. Jean-Claude Juncker, che si era schierato apertamente per il sì greco è solo presidente della Commissione europea. Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi non è politicamente responsabile. Non rimane che Jeroen Dijsselbloem: per molti greci è l’orco e la persona che incarna la mancanza di volontà di Bruxelles di tendere la mano al loro paese.

L’editorialista Enric Juliana commenta sul quotidiano di Barcellona l’agitazione che ha colto le istituzioni europee dopo il referendum greco e rilancia l’ipotesi che il ministro spagnolo delle finanze Luis de Guindos sostituisca quello olandese Jeroen Dijsselbloem a capo dell’eurogruppo. La sconfitta politica dei dirigenti europei nel referendum greco ha colpito più di tutti il presidente dell’eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, diventato portavoce della linea più dura”, scrive Juliana:

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Il ministro spagnolo delle finanze punta da mesi alla presidenza di questo organo, che era peraltro stata promessa da Angela Merkel a Mariano Rajoy prima delle elezioni europee del 2014, ma Dijsselbloem rifiuta di cedere il posto. Se i greci hanno sacrificato il loro ministro delle finanze Yanis Varoufakis, il consiglio dell’eurozona potrebbe suggerire le dimissioni del ministro olandese.

Le élite europee hanno gestito male la crisi greca, portando a una sconfitta netta per l’Europa, scrive il politologo Tomasz Grzegorz Grosse sul quotidiano conservatore polacco. La crisi ha indebolito la posizione geopolitica dell’Unione europea e ha messo in evidenza le disparità strutturali nella zona euro: “La crisi greca ha distrutto i sogni di potenza europei. La conseguenza più importante della confusione attuale è una sconfitta dell’unione monetaria come progetto geopolitico”, commenta il politologo polacco.

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Il modo in cui la crisi si sta risolvendo getta discredito sulle élite filoeuropee, in particolare su quelle dei paesi più ricchi. Essenzialmente perché i creditori hanno nascosto i loro interessi particolari dietro al paravento dei cliché e si sono scordati la solidarietà europea, imponendo condizioni durissime che non possono essere rifiutate.

“Abbiamo raggiunto il punto in cui sarebbe meglio per tutti mettere un termine alla follia e negoziare un’uscita ordinata della Grecia dalla moneta unica europea”, sostiene The Independent, in un editoriale non firmato. Per il quotidiano londinese,

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così come per i matrimoni e gli accordi commerciali, quella che era sembrata una buona idea in un dato momento purtroppo a volte diventa un contratto infernale. In questi casi la risposta migliore è di accettare la realtà e di andare avanti. Nel caso della Grecia è difficile non giungere alla conclusione che almeno una delle due parti – il governo di Syriza – è colpevole di essersi comportato in modo irragionevole. Negoziare un accordo con le parti europee e poi indire un referendum a sorpresa per respingere l’accordo ha distrutto la fiducia. Come in un matrimonio, le cose sono difficili da aggiustare in un’atmosfera simile. Per proseguire con la stessa analogia, i greci hanno abusato del conto corrente comune che avevano con 18 altri paesi per un po’ di anni e la pazienza degli altri si è comprensibilmente esaurita. Condividiamo le sofferenze del popolo greco, ma questo governo non gli sta facendo un favore. Se i greci non possono accettare un accordo sul loro debito all’interno o all’esterno della zona euro, dovrebbero affrontare le conseguenze del fatto che non saranno mai in grado di prendere soldi in prestito sui mercati internazionali a tassi accettabili. Prima o poi le spietate forze dell’economia costringeranno i greci a vivere con i loro mezzi. Un accordo con il Fondo monetario internazionale e l’Unione europea sarebbe molto meno doloroso.