Questa rassegna stampa è stata realizzata originariamente per Internazionale.

Ambrose Evans-Pritchard sostiene che Alexis Tsipras non si aspettava di vincere il referendum di domenica, e ora la Grecia sta “precipitando” verso l’uscita dall’eurozona. La responsabilità di questa situazione è in gran parte dei leader europei e della loro vista corta. Malgrado la pressione degli Stati Uniti, “15 dei 18 governi che ora giudicano la Grecia hanno sostenuto la posizione rigida della Germania o propendono per una Grexit in un modo o nell’altro”. Se la Grecia dovesse uscire dall’euro,

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è difficile immaginare che cosa rimarrebbe dell’intesa franco-tedesca. Nauseata, Washington potrebbe cominciare a voltare le spalle alla Nato. Una punizione proporzionata per una simile assenza di visione strategica sulla Grecia

Molti a Bruxelles e a Berlino pensano che le dimissioni di Yanis Varoufakis siano una buona cosa, scrive Ulrich Schäfer. L’ex ministro delle finanze greco “poneva le domande e gli argomenti giusti – ma usava il tono sbagliato”. Le domande riguardavano la gestione della crisi europea, la condivisione del costo sociale, la cancellazione del debito e il fatto che un’economia a pezzi sia soffocata da un’austerità crescente:

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Varoufakis ha giustamente criticato il fatto che i tagli messi in atto dai governi precedenti su pressione della troika hanno colpito i poveri e i cittadini comuni in modo eccessivo, e che i miliardi dei piani di aiuto sono finiti nelle banche dopo una partita di giro. […] La posizione di Varoufakis non è isolata tra gli economisti. Ma non ha tenuto conto del fatto che per avere successo occorre avere la maggioranza in politica, non solo a casa propria, ma anche nei 18 altri paesi dell’eurozona. Ma questo non dovrebbe impedire all’Unione di proseguire la discussione avviata da Varoufakis – e di correggere parecchio le sue politiche.

“Si è verificata una situazione nuova in Europa: tutti cominciano a essere d’accordo sul fatto che la zona euro non è una, sacra e indivisibile”, sostiene Hubert Kozieł su Rzeczpospolita. Il risultato è che i dirigenti dell’Ue suggeriscono che “nulla di catastrofico avverrà” se i greci finiranno per lasciare la zona euro:

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Poiché praticamente tutti sono d’accordo nel dire che l’euro è possibile senza la Grecia, allora forse dopo le elezioni legislative in Spagna tutti cominceranno improvvisamente a pensare che l’euro è possibile anche senza la Spagna. […] E perché non sbarazzarsi anche dei fastidiosi italiani? O degli irlandesi e del loro dumping fiscale? E il Portogallo e la Francia – quest’ultima spesso definita ‘la malata d’Europa’? E gli indebitatissimi Belgio e Slovenia, che subiscono in pieno le conseguenze della crisi bancaria? Forse solo la Germania, l’Austria, i Paesi Bassi, la Finlandia, la Slovacchia e il Lussemburgo dovrebbero rimanere nella zona euro? Alla fine avremmo un po’ di pace e di calma, mentre l’Europa può tranquillamente proseguire la sua integrazione

Milan Vodička sottolinea che la zona euro è divisa in tre gruppi per quanto riguarda la Grecia. Mentre la Germania e i paesi dell’Europa orientale che hanno messo in atto dolorose riforme e misure di austerità non provano simpatia per i greci, altri sono meno severi e altri ancora vogliono mantenere il paese nell’euro. Tsipras approfitta di queste divisioni per il suo gioco pericoloso:

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È come un gioco tra chi cede per ultimo, quando due automobili sfrecciano l’una contro l’altra e chi devia per primo perde. Ma il guidatore di una delle due sa bene che nell’altra diverse persone con ognuno la sua idea della gara stanno tenendo il volante

Per l’editorialista Bart Eeckhout, i negoziati tra l’Ue e la Grecia sono una partita a poker con un’altissima posta in gioco: “Il fatto che questa tattica altamente rischiosa e ‘ludica’ prevalga su una strategia che punta a risolvere i problemi è colpa di entrambe le parti”, scrive. Benché i negoziati durino ormai da troppo tempo, Eeckhout trova che ci sia un grande vantaggio: ora sono i “veri capi”, i leader nazionali, a giocare la partita.

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Anche loro giocano a poker con una posta notevole: la responsabilità storica di spaccare un’unione monetaria indivisibile. Anche se si prendono tutte le misure per evitarlo, nessuno sa come finirà. Per il momento Merkel e Hollande hanno troppa paura di interpretare questa parte. E fanno bene.

Il politologo José Ignacio Torreblanca sostiene su El País che

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l’insieme dei valori che governano la zona euro si è deteriorato e non è più condiviso da tutti i suoi protagonisti. A un estremo ci sono i greci, dall’altro i tedeschi. E in mezzo tanti altri, che rifiutano i valori alla base dell’eurozona, la sua gerarchia e il modo di risolvere i conflitti tra di loro. […] Dal momento che Tsipras ha interrotto i negoziati, si è ritirato dal tavolo e ha convocato il referendum, entrambe le parti si sono inoltrate sul pessimo terreno del negoziato sotto ricatto. E continueranno su questa via se non si ritroveranno dei valori che consentano di mettere ordine tra le nostre preferenze e di risolvere questo contenzioso a beneficio di tutti. Il peggio che possa accadere? Che questi valori emergano dalla pura coercizione, perché a quel punto non ci sarà comunità possibile.

“La casa Grecia è in fiamme, ma il pompiere Tsipras non ha fretta”, ironizza Philippe Gélie: “I dirigenti della zona euro hanno accettato un nuovo vertice straordinario ieri sera. E Alexis Tsipras che fa? Scegliendo una nuova volta la schivata e il contropiede, è arrivato a mani vuote o quasi a Bruxelles”. Secondo Gélie,

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invece di fischiare la fine di questo gioco delle parti, Angela Merkel, François Hollande e i loro omologhi hanno deciso di dare una nuova scadenza alla Grecia. Non gli costa nulla, se non un po’ di orgoglio. Nessuno di loro vuole interpretare la parte del cattivo nella sceneggiatura di una Grexit che potrebbe cominciare da domenica. Stupisce di più da parte di Tsipras, almeno a prima vista. La situazione è di estrema urgenza e lui prende tempo. Strano, a meno che…il suo vero obiettivo sia di far uscire la Grecia dall’euro. Se è così, poteva dirlo prima…