Attualità L’Ungheria sulla via dell’autoritarismo

Il coronagolpe di Viktor Orbán

Una nuova legge ha conferito pieni poteri al primo ministro ungherese Viktor Orbán, sospendendo di fatto la democrazia e la libertà di espressione con la scusa della lotta al COVID-19. Riusciranno le democrazie liberali europee a evitare il contagio?

Pubblicato su 2 Aprile 2020 alle 12:45

Non capita spesso di essere d’accordo con l’analisi politica del partito di estrema destra ungherese Jobbik. Ma questi sono tempi straordinari. “Oggi la democrazia è stata messa in quarantena”, ha infatti dichiarato il presidente dello Jobbik Péter Jakab dopo il voto parlamentare del 30 marzo a Budapest.

Sì, sembra proprio che la democrazia sia stata sospesa. Se e quando la quarantena sarà revocata sembra avere meno a che fare con i progressi del coronavirus in Ungheria e in Europa che con la volontà di potere del primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Lunedì il parlamento ungherese ha adottato – a larga maggioranza – una legge d’emergenza che conferisce a Orbán e al suo governo ampissimi poteri per affrontare la crisi del coronavirus. In pratica, il parlamento si è autosospeso.

Politici ed esperti di tutta Europa hanno espresso la loro indignazione per il fatto che Orbán possa ora governare potenzialmente per sempre per decreto. Ma questa situazione davvero straordinaria come sembra? L’Ungheria non è l’unico paese europeo in stato di emergenza. I diritti democratici fondamentali sono minacciati in tutta Europa, poiché la paura del virus si diffonde tra i politici e le popolazioni a una velocità che supera di gran lunga il fattore di riproduzione del SARS-CoV-2, il nome tecnico del COVID-19.

L’Austria è stato uno dei primi Paesi in Europa a rispondere alla crisi del coronavirus con una nuova legislazione. “§1. Per prevenire la diffusione di COVID-19, è vietato rimanere nello spazio pubblico”. Così recita il primo paragrafo della legge approvata all’unanimità dal parlamento austriaco quasi tre settimane fa.

È un rimedio da cavallo. E molti Stati membri dell’Unione europea hanno seguito l’esempio. L’effettiva libertà di movimento di Boris Johnson, risultato positivo al COVID-19, può essere limitata, ma anche se ora è costretto a governare in videoconferenza, è probabilmente dotato di poteri più ampi di qualsiasi altro primo ministro britannico dopo Winston Churchill. E la retorica marziale di Emmanuel Macron va a braccetto con le misure draconiane ora applicate in Francia, un Paese “in guerra”.

Lo stato di emergenza è quindi presente ormai ovunque. Ma la legge che è stata approvata lunedì a Budapest ha due componenti che rendono gli sviluppi in Ungheria diversi da quelli della maggior parte degli altri stati europei.

Il coronagolpe di Orbán è tanto più inquietante perché questi poteri straordinari sono stati conferiti a lui e al suo governo a tempo indeterminato. Non c’è un limite di tempo – perché a decidere quando cesserà lo stato di emergenza sono solo Orbán e il suo governo. La dichiarazione formale del ministro della giustizia secondo la quale il parlamento può abrogare la legge quando vuole è formale e vuota: il parlamento dipende interamente da Orbán e dal suo partito, la Fidesz, che controlla i due terzi dell’assemblea e può prendere qualsiasi tipo di decisione in modo autonomo.

La seconda cosa che rende la “democratura” ungherese più dittatoriale rispetto alle versioni austriaca, britannica, francese o italiana – e fa di Orbán un vero e proprio “viktatore” – è il modo in cui la nuova legge si occupa dei mezzi d’informazione.

Quando Donald Trump accusa la CNN e il New York Times di diffondere “fake news”, bufale, e descrive i giornalisti come “nemici del popolo”, il numero dei loro spettatori e lettori aumenta. Le sfuriate di Trump su Twitter sono stati – che paradosso! – la salvezza di almeno una parter dei giornali americani di qualità. Intorno al periodo dell’inaugurazione presidenziale del 2017, molti di essi erano sul punto di soccombere.

Immaginate, quindi, se all’accusa di diffondere bufale potesse effettivamente far seguito un’azione penale e persino la reclusione dei giornalisti accusati…

Questo incubo per il diritto all’informazione e la libertà di espressione in Ungheria è ormai diventato una realtà. Diffondere false informazioni sul virus, o addirittura criticare le misure adottate per affrontare la crisi, può costare fino a cinque anni di carcere.

Chi decide quali notizie sono bufale? Orbán e il suo governo, ovviamente.

Non ci sono liberali, ha dichiarato Orbán in un recente discorso sullo stato della nazione, “i liberali sono solo dei comunisti con la laurea”. Il fatto che stia ora usando una crisi sanitaria internazionale per far fare all’Ungheria un passo avanti all’illiberismo autoritario non dovrebbe sorprendere nessuno – né in Ungheria né a Bruxelles.

La crisi del coronavirus non sarà certo ricordata come l’acme della democrazia liberale. Ma la posta in gioco è molto alta. Prima di tutto, la salute pubblica. E naturalmente l’economia. Ma anche la stessa democrazia: la società aperta, con i suoi diritti e le sue libertà, è sottoposta a una fortissima pressione. In Ungheria è stata concepita e formulata da tempo un’alternativa. Se rimarrà un’eccezione dipende anche da quanto durerà lo stato di emergenza in Europa. Quando diventerà la regola, sarà già troppo tardi.

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