Il crepuscolo dei partiti

La rielezione di Giorgio Napolitano e le dimissioni della leadership del Partito democratico segnano il culmine della crisi del sistema politico. Il presidenzialismo potrebbe essere l’unica soluzione.

Pubblicato il 22 Aprile 2013 alle 14:55

La nostra repubblica è davanti a un bivio di grande e grave portata, quello indicato dalla crisi della democrazia parlamentare. Una crisi che segue e riflette fatalmente quella dei partiti e che si manifesta come inabilità di questi ultimi a portare a unità le opinioni diverse, al loro interno e con quelle degli altri partiti. La repubblica di Weimar cadde nel 1933 su questo scoglio insormontabile e l’esito fu tragico.

Nell’Italia del 2013 si assiste ad una nuova versione della storia di ingovernabilità del Parlamento e di disfunzionalità dei suoi metodi democratici: gli accordi, i compromessi tra i partiti e la decisione a maggioranza. La crisi, già in agguato quando i partiti non sono riusciti a formare un governo dopo le elezioni di febbraio, è esplosa con l’elezione del presidente della Repubblica. Vi è un senso in questo: poiché con l’elezione del presidente i partiti sono stati obbligati a gestire direttamente il gioco politico. Non hanno potuto ritardare, non hanno potuto contare su un’autorità esterna a loro, come nel caso della formazione del governo che per costituzione è pilotata dal presidente.

I partiti non sono riusciti a fare accordi, compromessi e a prendere decisioni a maggioranza. Non vi sono riusciti per varie ragioni. In parte specifiche alla storia recente del nostro Paese, che esce da un ventennio di dominio berlusconiano che ha alimentato pratiche oligarchiche e di corruttela. Questo ha esaltato movimenti antipartitici. In parte perché i nuovi mezzi di comunicazione hanno attivato un rapporto diretto tra le opinioni correnti dei cittadini e i leader e le istituzioni, così da far credere che sia possibile fare a meno dei partiti, che si possa avere una democrazia parlamentare diretta, cioè senza la mediazione dei partiti.

Per tutte queste ragioni i partiti sono deboli e si sono ulteriormente indeboliti. Erosione di legittimità ma anche di strutture e di leadership, di credibilità e di autorevolezza. Un’erosione che è stata confermata dall’inabilità a formare un governo e che è stata ingigantita da quell’accordo sbagliato che il Pd ha perseguito con il Pdl per riuscire a votare un presidente condiviso. Accordo fuori luogo che ha dimostrato come chi lo ha pensato e portato avanti non abbia davvero compreso l’Italia nella quale vive, quella che è uscita dalle recenti urne. Non ha compreso la crisi della democrazia parlamentare e si è quindi comportato come sempre in passato, quando le segreterie dei partiti decidevano e i parlamentari seguivano la disciplina di partito. Non averlo capito è stato un errore gravissimo.

E oggi si torna a sperare in Napolitano. Un fatto, questo, che conferma l’incapacità del Parlamento di uscire dal cul-de-sac nel quale si trova, e di gestire la democrazia senza bisogno di un momento verticale d’autorità. È in atto, diceva Massimo Giannini, una metamorfosi presidenzialista di fatto. Forse abbiamo bisogno di un ripensamento istituzionale poiché la frammentazione dei partiti è inarrestabile con la democrazia del web; e sarà un fatto permanente. Oggi tutta la partita politica si gioca in diretta: tra parlamento e web. Con un esito prevedibile di indisciplina, inseguimento di umori, incapacità a tener fede agli impegni dati, di fare trattattive. Solo quei partiti che dipendono da un leader forte possono essere più disciplinati e uniti — paradossalmente il Pdl e il M5S sono più disciplinati e uniti del Pd, tra tutti i partiti il più autonomo da padri e padroni e il più esposto all’instabilità.

Il Pd è lo specchio della crisi della democrazia parlamentare. Difficile pensare a come riuscire a superare questa fase di mancanza di autorità. Ecco perché è ora importante più che mai che si comprenda il senso di questo momento critico e si agisca di conseguenza: occorre fare subito la riforma elettorale. Questa legge elettorale è lo scandalo sul quale questo parlamento ha inciampato e ogni parlamento futuro inciamperà, proprio perché esalta la frammentazione.

Ma anche nel caso si giunga alla riforma elettorale non può non saltare agli occhi il fatto che se ad essa si giungerà sarà perché prima si è messo in piedi un implicito sistema presidenzialista. È auspicabile che chi ha la responsabilità delle nostre istituzioni sia consapevole della gravità ed eccezionalità di questo momento; che sia in grado di farsi una rappresentazione corretta di questo frangente delicatissimo.

Contesto

Pd e Pdl commissariati, Grillo sconfitto

Secondo Linkiesta la prima rielezione di un presidente in 67 anni di storia repubblicana è “l’ennesimo passo falso di una classe politica ormai inadeguata, incapace di assolvere persino i compiti che le attribuisce la Costituzione”. Dopo che non erano riusciti ad affrontare l’emergenza finanziaria del novembre 2011 e avevano dovuto lasciare il timone al governo tecnico di Mario Monti,

incapaci di interpretare le richieste di rinnovamento del Paese, Partito democratico e Popolo della libertà sono stati nuovamente commissariati. Stavolta da Beppe Grillo. Non è un caso se al crollo di popolarità dei principali leader si è accompagnata l’incredibile ascesa del Movimento Cinque Stelle. Forte anche, soprattutto, di milioni di voti di protesta trasversali.

Di opinione opposta Stefano Folli sul Sole 24 Ore, secondo cui “Beppe Grillo ha finito per perdere una battaglia politica che fino a poche ore prima stava vincendo”: “L’obiettivo di Grillo era strategico e consisteva nel destabilizzare in prima battuta il Partito democratico e a seguire l’intero assetto partitico”, ricorrendo alla candidatura del giurista Stefano Rodotà per attrarre una parte dell’elettorato di sinistra. Ora, dice Folli, il timore di Grillo

è che la rielezione di Napolitano finisca per dare una frustata vitale al sistema decotto, […] che una presidenza forte sia in grado di ridurre alla ragione i partiti, obbligandoli a compiere i passi riformatori fin qui rifiutati.

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