Laicismo da esportazione

L'Ue vuole che i diplomatici europei promuovano la libertà di culto e la separazione tra chiesa e stato. Ma al suo interno l’atteggiamento verso la religione è ambiguo e le competenze poco chiare.

Pubblicato il 30 Aprile 2013 alle 11:24

Molti paesi dell'Ue non sono neutrali nei confronti della religione. La regina d'Inghilterra è a capo della chiesa anglicana, sugli euro olandesi è stampato "God zij met ons" (“Dio sia con noi”) e la Corte europea dei diritti dell'uomo non è contraria alla presenza dei crocifissi nelle scuole pubbliche italiane.

Ma nonostante questa grande tolleranza nei confronti dei rapporti fra chiesa e stato nell'Ue, i diplomatici dell'Unione riceveranno ben presto delle direttive in cui si chiederà loro di promuovere all'estero la neutralità dei poteri pubblici e di proteggere la libertà di culto. Una decisione che sembra contraddittoria, hanno dichiarato il 25 aprile diversi partecipanti a un dibattito al Parlamento europeo sulla libertà di culto.

"In primo luogo dobbiamo sapere come definire l'identità europea prima di impegnarci su questa strada", ha osservato Lorenzo Zucca, giurista del King's College di Londra invitato al dibattito. "Tutti sanno che è molto problematico parlare di religione a livello europeo". La forte reazione contro la decisione del governo ungherese, che vuole cattolicizzare le istituzioni pubbliche, e il grande dibattito sul rifiuto del riferimento alla "tradizione giudaico-cristiana" dell'Europea nella costituzione europea, sono solo due esempi fra i molti disponibili.

Robert-Jan Uhl, consigliere sui diritti umani dell'Osce, ritiene che l'Ue dovrebbe conservare un approccio pragmatico. "L'importante è il rispetto dei diritti elementari, fare in modo che la gente possa importare e diffondere la letteratura religiosa e che ai detenuti siano dati pasti conformi alla loro religione". Uhl evoca il caso dei buddisti polacchi in prigione, che in un primo tempo non potevano ottenere dei pasti vegetariani. "Il caso è stato portato davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha deciso che le autorità dovevano accontentarli".

Uhl segnala un altro problema: molti paesi sono disposti a proteggere una religione minoritaria solo quando i suoi membri sono ufficialmente registrati. "Si tratta di un'assurdità. Dobbiamo poter pregare con chi vogliamo e senza doverci prima iscrivere a una qualche confessione. L'Ue potrebbe intervenire in questo genere di problemi".

Liberi di non credere

Due europarlamentari olandesi hanno fatto una forte azione di lobbying in favore di queste direttive, che saranno probabilmente approvate in giugno dai ministri dell'Ue. Peter van Dalen (Partito dell'unione cristiana) e Dennis de Jong (Partito socialista) hanno abbozzato il progetto del quale si sta occupando adesso il servizio europeo per l'azione esterna. "Un aspetto importante da difendere è anche il diritto di cambiare religione o di non essere credente. In alcuni paesi questa scelta porta all'emarginazione, ma la libertà di culto e le convinzioni religiose riguardano anche il diritto di non essere credenti".

Jean-Bernard Bolvin del Seae riconosce che anche in Europa esistono situazioni inammissibili sul piano religioso. La Commissione europea non ha praticamente alcuna competenza in questo settore, mentre le decisioni della Corte europea dei diritti umani si fanno spesso aspettare a lungo e non sempre sono applicate. "Ma questo non vuol dire che non dobbiamo essere attenti nel definire la nostra politica estera. Non abbiamo alcuna intenzione di affermare che uno stato laico sia la soluzione migliore. Ma se alcune categorie della popolazione sono oggetto di discriminazioni, se si impiccano delle persone a causa della loro religione, allora è meglio che i nostri rappresentanti conoscano gli argomenti giuridici ai quali fare ricorso". Per Bolvin questo dibattito produrrà il suo effetto anche all'interno dell'Unione europea. "Questo spingerà i paesi dell'Ue a compiere spontaneamente un'analisi introspettiva".

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