Sacha Inchi and the biopiratery La giungla settentrionale nella regione di San Martín, Perù, agosto 2025. | ©Anita Pouchard Serra

La storia del sacha inchi, l’olio del benessere amazzonico ambito dai biopirati 

Tesoro millenario dell’Amazzonia peruviana, il sacha inchi, noto anche come “arachide degli Inca” o “oro degli Inca”, è al centro di una contesa tra tradizione e biopirateria. La storia racchiude una questione che ritorna: quando una pianta smette di essere una medicina e diventa una merce? Quando il sapere collettivo si trasforma in denaro? Il viaggio di questo seme, dalle mani di un agricoltore, alle boutique lussuose di Parigi o Seoul.

Pubblicato il 6 Febbraio 2026
Sacha Inchi and the biopiratery La giungla settentrionale nella regione di San Martín, Perù, agosto 2025. | ©Anita Pouchard Serra

Quando la pioggia cade con la forza di un fiume in piena, a San Martín, nella giungla peruviana settentrionale, Alfredo Sangama Sinarahua si rifugia in una capanna che ha costruito con le sue mani. Il tetto è fatto di foglie intrecciate, e il pavimento di terra è cosparso di duri frammenti marroni: sono i gusci del sacha inchi, l’arachide degli Inca.

Alfredo, un contadino Kichwa trentanovenne, spacca i semi con un bastone. Ci vuole forza per aprirli. Al loro interno si nasconde un olio dorato che, in un laboratorio in Europa, verrà trasformato in una qualche crema anti-age o in un integratore vegano.

L’agricoltore ha piantato del sancha inchi sul pendio di una collina vicino alla comunità di Solo del Río Mayo. Le piante si arrampicano le une sulle altre e si intrecciano nel loro cammino verso il sole. Anni fa, Alfredo lavorava nella ristorazione a Tarapoto nel centro del Perù, ma è tornato in campagna perché le vene varicose l’hanno costretto a lasciare la cucina. “Vivo in maniera più tranquilla”, spiega. “Lavoro solo fino a mezzogiorno”.

Quindici anni fa, suo zio Misael Salas Amasifuen presiedeva il comitato dei produttori di sacha inchi. “Eravamo venti membri, non ne resta nessuno”, ricorda accendendosi una sigaretta. Nel 2010, la coltivazione si estendeva per tutta la giungla, attirando ong, tecnici e promesse di prosperità. Dopo, il silenzio assoluto.

I prezzi sono crollati, i comitati si sono sciolti e la sgusciatrice, donata tempo prima dall’azienda Roda Selva, è stata abbandonata lungo la sponda del fiume. Solo pochi, come Alfredo, hanno conservato l’abitudine di spaccare i semi quando piove, per passare il tempo.

Misael Salas Amasifuen y Alfredo, un campesino kichwa de 39 años, en la comunidad Solo, Río Mayo, Perú. | Foto: ©Anita Pouchard Serra
Misael e Alfredo Salas Amasifuen, agricoltore Kichwa della comunità di Solo, Río Mayo, Perù, agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

Il sacha inchi, o Plukenetia volubilis, cresce in Amazzonia da più di tremila anni. I suoi semi producono farina e olio ricco di omega-3, omega-6 e omega-9, più del salmone e delle noci. Per secoli è stato sia una medicina che un alimento, usato dalle donne come maschera per capelli, mentre gli anziani lo assumevano per rinforzare il cuore.

Negli anni Ottanta, uno studio scientifico ne ha rivelato le proprietà nutrizionali. Vent’anni dopo, le prime esportazioni in Francia lo hanno trasformato in materia prima per l’industria cosmetica. 

Nel 2004 l’olio di sacha inchi è stato introdotto in Europa come prodotto di bellezza, ma non come alimento, poiché il regolamento sui “nuovi prodotti alimentari” vietava l’immissione sul mercato di alimenti che non fossero stati consumati dagli esseri umani nell’Ue prima del 1997, anche se utilizzati per secoli da altre civiltà. 

Nel 2013, quando il suo consumo alimentare è stato finalmente approvato, la domanda da parte dell’industria alimentare ha superato in breve tempo quella dell’industria cosmetica. Abbiamo già detto che il sancha inchi supera il salmone nell’apporto di omega e, essendo di origine vegetale, è ancora più apprezzato per essere sano e naturale. Così, la nuova popolarità di questo seme ha presto catturato l’attenzione di alcune aziende europee, e la sua lunga storia ancestrale è passata in nuove mani.

Alfredo, un agricultor kichwa de 39 años y la planta de sacha inchi, en la Comunidad Solo, Río Mayo, Perú. Agosto de 2025. | Photo: ©Anita Pouchard Serra
Alfredo e la pianta di sacha inchi, nella comunità di Solo, Río Mayo, Perù. Agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

Nel 2005, l’azienda francese Greentech ha richiesto e ottenuto un brevetto per l’uso cosmetico del sacha inchi nei prodotti per la pelle. Al tempo stesso, la multinazionale Cognis, con sede in Germania, ha presentato un altro brevetto attraverso il sistema PCT, che permette la tutela di un’invenzione in vari paesi tramite una singola richiesta internazionale.

Nel 2006, dal Perù, la Commissione nazionale contro la biopirateria ha presentato ricorso davanti all’Istituto nazionale della proprietà industriale (Inpi) di Parigi e davanti all’Ufficio europeo dei brevetti, sostenendo che l’uso cosmetico che Greentech cercava di brevettare corrispondeva all’uso tradizionale praticato dalle comunità indigene dell’Amazzonia, in particolare Chayahuita, Campa, Bora e Huitoto, e che pertanto non costituiva una novità, bensì un sapere tradizionale. 

La Commissione stava semplicemente adempiendo ai suoi obblighi: impedire che le conoscenze ancestrali venissero sfruttate esclusivamente da privati, senza alcuna condivisione dei profitti.

Da quel momento in poi si sono susseguiti avvocati, negoziazioni, resoconti e interpretazioni della legge e del sistema dei brevetti, che si sono conclusi con il ritiro delle due aziende. Né Greentech né Cognis sono riuscite a ottenere un brevetto sul seme o sul suo impiego tradizionale, benché siano comunque riuscite a commercializzarlo altrove. Contestare un brevetto non impedisce la commercializzazione del prodotto, ne limita solo la visibilità.

Prima di rinunciare, Greentech ha proposto un’alternativa, ovvero l’attribuzione del brevetto ad Agroindustrias Amazónicas, un’azienda peruviana di cui all’epoca deteneva circa il 20 per cento delle quote. L’accordo non è mai stato concluso, ma da questa negoziazione è nata una nuova relazione commerciale. Attualmente, il pacchetto azionario dell’azienda francese si è ridotto a meno del 4 per cento, ma Greentech resta comunque il principale acquirente dell’olio di sacha ichi per l’industria cosmetica.

Flor de Maria Samajain Cumbia  and
Ludia Sejekam Wajai 
part of the in Bosque de la Nuwas project, Peru. 19 August 2025. Anita Pouchard Serra with the support of Journalism Fund.
Flor de María Samajain Cumbia y Ludia Sejekam Wajai, che lavorano al progetto Bosque de la Nuwas, Perù, agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

Omar Ríos Rojas, direttore di Agroindustrias Amazónicas, ha dichiarato che tra il 2019 e il 2020, José Anaya, ex manager dell’azienda, aveva ceduto i terreni di quest’ultima a Xiadong Ji Wu, un imprenditore cinese indagato dalla Procura peruviana per presunti legami con un’organizzazione dedita al traffico illegale di legname.

I patti consentivano la coltivazione di sacha inchi su 42 ettari dei terreni dell’azienda, e prevedevano che tutta la produzione venisse poi trattata nello stabilimento e venduta in Cina come “olio comune”, afferma Ríos Rojas.

Il piri piri e l’ajo sancha

Nel frattempo, nel Bosque de Las Nuwas, a tre ore dall’aeroporto di Tarapoto, dirigendosi a nord lungo l’autostrada Fernando Belaúnde Terry, un gruppo di donne Awajún protegge un altro sapere. Sono le guardiane di una porzione di giungla primaria, circondata da campi di riso. Qui, tra gli alberi che impediscono alla luce del sole di penetrare in maniera troppo diretta, crescono piante medicinali, come il piri piri e l’ajo sancha (o Mansoa alliacea), utilizzate contro la febbre e per migliorare la vista.

Ludia Sejekam stacca una foglia di ajo sacha, la perfora e la mette sugli occhi come una maschera. “Ti fa vedere meglio”, garantisce lei. L’ha imparato dalla madre, che a sua volta l’aveva appreso dalla nonna. Nella comunità Awajún, il sapere si eredita oralmente e ci si prende cura di esso come fosse una parte del proprio corpo.

Per qualche tempo, le donne di Shampuyacu hanno trasmesso questo sapere ai turisti che visitavano la foresta: hanno mostrato loro le piante, spiegandone gli usi, e i visitatori chiedevano “una piantina” da portare nei loro paesi. “La prendono, la piantano, e ci guadagnano”, afferma Flor de María Samajain. “E per noi, niente”.

Wilfredo Tmash, president of the Awajún Regional Indigenous Federation of Alto Mayo in Moyobamba, Peru. 21 August 2025. Anita Pouchard Serra with the support of Journalism Fund.
Wilfredo Tmash, presidente della Federazione regionale indigena Awajún dell'Alto Mayo a Moyobamba, Perù, agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

Nel vocabolario legale, il termine “biopirateria” suona come qualcosa di molto tecnico:  nella pratica è una forma moderna di espropriazione. Il termine si riferisce all’uso di diritti di proprietà intellettuale per monopolizzare risorse genetiche e saperi indigeni. Come spiega la filosofa Nancy Fraser, il capitalismo si fonda sia sullo sfruttamento che sull’espropriazione, poiché estrae risorse da contesti non commerciali, come la natura, le conoscenze indigene, la vita in comunità, e ne trae profitto.

I popoli indigeni non hanno una nozione di proprietà privata simile ai nostri brevetti: “Il nostro sapere è stata violato per molto tempo”, afferma Wilfredo Tmash, presidente della Federazione regionale indigena Awajún dell’Alto Mayo.

Grace, beauty products based on Sacha Inchi, on sale in Moyobamba, Peru. 22 August 2025. Anita Pouchard Serra with the support of Journalism Fund.
Grace, prodotti di bellezza a base di sacha inchi, in vendita a Moyobamba, Perù, agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

Il Perù, il paese di origine del sacha inchi, è anche un esempio di lotta contro la biopirateria, essendo uno dei paesi in cui sono stati documentati più casi. Sin dal Summit di Rio del 1992, con l’adozione della Convenzione sulla diversità biologica, il paese ha cominciato a sviluppare una serie di normative nazionali per proteggere il sapere collettivo. Nel 2004 è stata creata la Commissione nazionale contro la biopirateria, che ad oggi ha individuato 558 casi di presunta appropriazione straniera di risorse naturali peruviane.

La commissione monitora 43 uffici brevetti e analizza più di 15 mila documenti l’anno. Grazie ai suoi interventi, sono state bloccate 173 registrazioni improprie. Ma il suo lavoro non è sempre costante: “Se un brevetto è già stato concesso, il processo di contestazione è complicato e anche molto caro”, riconosce il presidente Andrés Valladolid. “Per querelare il brevetto della marca concesso negli Stati Uniti, abbiamo dovuto usare un budget di un milione di soles (più di 297 mila dollari).

Ironia della sorte, mentre il Perù lotta per difendere le origini del suo seme, il sacha inchi viene coltivato legalmente in altri continenti. Cresce in Cina dal 2006, nelle foreste pluviali di Xishuangbanna, provincia di Yunnan. Dove una volta cresceva la gomma, gli agricoltori cinesi adesso coltivano la pianta amazzone, considerata “l’olio del futuro”.

Il prodotto viene poi venduto su Taobao, la più grande piattaforma di e-commerce del paese, da marchi come Yin Qi, in confezioni che mostrano una stella marrone su sfondo verde, evocando una giungla lontana raggiungibile con un click.

Nel milk-shake degli influencer coreani

In Corea del Sud, culla della Korean beauty, l’olio ha raggiunto il boom di vendite nel 2018, quando un ospite di un programma televisivo di massa l’ha definito “il segreto di bellezza dell’Amazzonia”, un super alimento vegano, ricco di omega 3, originario dell’Amazzonia peruviana. Da allora, gli influencer hanno iniziato a mescolarlo alle loro creme e milk-shake, ad usarlo come siero notturno, o a metterlo nell’insalata. Il "super alimento peruviano” è stato trasformato in un simbolo di benessere e purezza tropicale.

Secondo i dati di UN Comtrade, la Corea del Sud importa l’olio di sacha inchi principalmente dal Perù (l’80 per cento circa del suo valore e il 95 per cento del volume totale delle importazioni), seguita da Cina, Usa, Spagna, Paesi Bassi, Thailandia e Vietnam. 

Sebbene il volume complessivo rimanga modesto (8 tonnellate nel 2022, il suo picco storico, per un valore di 112.000 dollari, rispetto alle 4 tonnellate del 2019, valutate 48.000 dollari), il tasso di crescita è molto significativo. La differenza di prezzo dell’olio peruviano rispetto ad oli di altre provenienze suggerisce anche una percezione di maggiore qualità per l’olio peruviano. Il paese andino si sta affermando all’interno del mercato internazionale come l’origine “autentica” e di più alta qualità, mentre le sue comunità sono costrette a negoziare prezzi altalenanti.

Il mercato non è molto vasto, ma è in crescita. È curioso che, mentre le comunità indigene sopravvivono a malapena, in balia di prezzi che oscillano e mercati instabili, a Seoul una bottiglia di sacha inchi venga venduta come un lussuoso prodotto esotico, accuratamente fotografato in bagni minimalisti e “instagrammabili”.

All’inizio dello scorso decennio, i prezzi sono saliti alle stelle: un chilo è arrivato a valere venti soles, circa sei dollari. Le aziende come Roda Selva e le cooperative locali promettevano sviluppo, le ong parlavano di “un’alternativa sostenibile” al traffico di droga e alla lavorazione del legno. Gli agricoltori, entusiasti, hanno sradicato altre colture per scommettere sul nuovo oro vegetale.

Tuttavia, questo boom non è durato a lungo. Tra il 2013 e il 2015, il prezzo è crollato a cinquanta centesimi di sol, che equivale a circa quindici centesimi di dollaro. Non c’erano più compratori e sono aumentati i debiti. Molti hanno abbandonato le loro coltivazioni di sacha inchi e si sono trasferiti in città, alla ricerca di un impiego temporaneo nelle costruzioni o nel settore dei servizi.

Diferentes estados de la planta: el fruto, la cáscara y una versión transformada en chocolate, en el departamento de San Martín, Perú. Agosto de 2025. Anita Pouchard Serra
Diversi stati della pianta: il frutto, la buccia e una versione trasformata in cioccolato, nel dipartimento di San Martín, Perù, agosto 2025. | Foto: ©Anita Pouchard Serra

“La gente era delusa e ha buttato via i raccolti”, racconta Misael, zio di Alfredo. “Dovevano trovare una nuova fonte di sostentamento.”

Il sacha inchi c’è ancora, sparso tra coltivazioni di cacao o platani, un pallido ricordo del boom ormai passato. Tuttavia, le esportazioni continuano: si tratta del quinto prodotto più esportato della regione e l’Asia è diventata la principale destinazione dell’olio peruviano, come riconosciuto sia dall’agenzia nazionale per la promozione delle esportazioni sia da siti specializzati come Agronegocios Perú. Il circuito continua, sebbene i piccoli agricoltori non ne siano più i protagonisti principali.

In Europa, il destino del sacha inchi si misura in millilitri. Nei negozi di prodotti biologici e su Amazon, una bottiglia di 100 ml costa circa sette euro. A Londra o a Parigi, i marchi di cosmetici lo vendono come “essenza amazzone”. Lico Amazonian Essence propone dei kit a 93 euro, mentre il marchio britannico Lush lo commercializza come parte del suo impegno verso “38 famiglie in Amazzonia”.

La narrazione sul commercio equo e solidale e la sostenibilità ricopre la transazione con un velo morale. I consumatori acquistano benessere, ma anche la falsa convinzione di contribuire alla tutela del pianeta mentre curano la loro pelle. 


Quando una pianta smette di essere una medicina e diventa una merce? Quando il sapere collettivo si trasforma in denaro? Quali sono i limiti dello sfruttamento?


La stessa industria cosmetica europea, rappresentata da società come Europa Cosmetica, si presenta come uno dei motori dell’innovazione “responsabile” ed “ecologica”. Ciononostante, le catene di approvvigionamento che fomentano quest’immagine restano ancorate a rapporti di disuguaglianza.

Secondo l’Associazione degli esportatori del Perù (Adex), nel 2020 le esportazioni di olio di sacha inchi hanno raggiunto i 3,3 milioni di dollari di fatturato, un aumento del 52,8 per cento rispetto all’anno precedente. I principali compratori sono stati Taiwan e Malesia, seguiti da Spagna, Germania e Messico. Tuttavia, il prezzo medio di esportazione è sceso da 22,3 dollari al litro a 17,2 dollari al litro tra il 2016 e il 2020. 

Eppure, il boom di vendite globali non si traduce in benessere locale: man mano che l’olio si afferma nei mercati di nicchia, il valore unitario diminuisce e la pressione ricade sulla prime fasi della catena di approvvigionamento.

Espropri e brevetti

In definitiva, il caso del sacha inchi racchiude una questione che percorre l’intera storia dell’America Latina. Quando una pianta smette di essere una medicina e diventa una merce? Quando il sapere collettivo si trasforma in denaro? Quali sono i limiti dello sfruttamento?

Proprio come, in alcuni territori, le comunità indigene sono state costrette a dimostrare la proprietà delle proprie terre, e la mancanza di tale prova è stata utilizzata per giustificarne l’espropriazione, lo stesso accade con le conoscenze tradizionali in materia di medicina, alimentazione e cosmetici, come nel caso del sacha inchi. 

Come chiedere un documento che certifichi un sapere trasmesso di generazione in generazione e attraverso varie culture in territori nazionali distinti? Da chi? È competenza di quale paese? Chi dovrebbe regolarlo? Chi ha il diritto di “venderlo”, “regalarlo”, o “sfruttarlo”? Quante risorse e quante conoscenze dovrebbero essere brevettate in maniera tale da non essere “rubate” da stranieri?

Il viaggio di questo seme, dalle mani callose di Alfredo alle boutique lussuose di Parigi o Seoul, riflette i limiti della narrazione ecologica globale. In teoria, l’olio amazzonico promuove il benessere e la sostenibilità. In pratica, è la riproduzione di una catena di disuguaglianza che inizia nella giungla e finisce sul viso di qualcuno che se lo può permettere.

La biopirateria si traveste da commercio equo e solidale, nascondendosi dietro i concetti di bellezza naturale, tutela del pianeta e collaborazione scientifica. O dietro un trend di cura della pelle in 15 secondi in un video su TikTok.

Al calar della sera a Solo del Río Mayo, Alfredo raccoglie i semi caduti con la pioggia. Li mette in una borsa di tela. Dice che li venderà al mercato, ma non sa per quanto. I prezzi cambiano ogni settimana.

Sul tavolo, un guscio aperto rivela sei chicchi lisci e scintillanti. Guardandoli da vicino, sembrerebbero proprio dei piccoli occhi, o stelline.

In essi si condensa un intero paradosso: il frutto della giungla trasformato in cosmetici, sapere ancestrale che non ha portato a un brevetto riconosciuto, ma che ha dato vita a un’attività prospera, la promessa di sviluppo che torna all’Amazzonia sotto forma di un’etichetta “biologica” e certificazioni che non raggiungono quasi mai chi ha piantato il primo seme.

👉 Questo articolo in Revista Late
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