La banlieue è “un villaggio dove tutti si conoscono, dove ci sono delinquenti, bugiardi, persone gentili e persone cattive. Dove ci sono storie che si tramandano, disgrazie e gioie, ma è un villaggio”, mi dice al tavolo di un bistrot del tredicesimo arrondissement di Parigi Rachid Laïreche, giornalista di Libération. Originario di Montreuil, comune della Seine-Saint-Denis, a est di Parigi, è l’autore, insieme a Ramses Kefi di Le Retour du roi Jibril. Les contes de la cité (L’Iconoclaste editore, 2025) un libro che ha proprio le banlieues come sfondo. “Un villaggio”, aggiunge, “dove ci sono più poveri che altrove”.
La parola "banlieue" evoca un immaginario, in Francia e altrove, denso e carico. Denso di stereotipi, carico di questioni: la povertà, la disoccupazione, la criminalità, la storia coloniale e post-coloniale. Sono regioni ai “margini”, ai margini di dati – c’è troppo, non abbastanza – ai margini geografici, spesso di grandi centri (in questo caso Parigi), ai margini, anche, della politica – delle dinamiche di potere e delle decisioni.
Questi territori concentrano, nonostante la vicinanza al “centro”, grandi disuguaglianze: economiche, sociali e ambientali, e una cultura che è propria al territorio e alla sua storia.
In Francia molte di queste contraddizioni sono concentrate nella Seine-Saint-Denis, detta anche “Neuf-trois” – Nove-tre, 93 il numero che identifica il dipartimento (equivalente delle nostre province). Parte della regione Ile-de-France, quella di Parigi per intenderci, è il dipartimento più povero della Francia metropolitana: qui vivono 1,7 milioni di persone e il 27,6 per cento delle quali vive al di sotto della soglia di povertà (contro una media nazionale del 15,4 per cento, in aumento).
“Il fatto che si tratti di quartieri precari, poveri, dice tante cose. Dice anche che ci sono delle dinamiche sociali molto forti. Dinamiche di sussistenza, dei legami tra gli abitanti, che sono molto importanti”: a parlare è Héléna Berkaoui, giornalista, caporedattrice del Bondy Blog; giornale online nato a seguito delle rivolte delle banlieues del 2005. Queste erano scoppiate dopo la morte di due adolescenti, Zyed Benna e Bouna Traoré, mentre si nascondevano per paura (e solo per paura) da un controllo di polizia a Clichy-sous-Bois, sempre in Seine-Saint-Denis. Il Bondy Blog lavora per colmare il vuoto della rappresentazione dei quartieri popolari, non solo per come vengono raccontati, ma anche come l’informazione viene prodotta, e soprattutto da chi.
| La Seine-Saint-Denis, il dipartimento dei paradossi |
| La Seine-Saint-Denis è il dipartimento più giovane della Francia metropolitana (il 42 per cento dei residenti ha meno di 30 anni) e, come riporta Le Monde, nel dipartimento manca tutto: ci sono meno insegnanti, meno poliziotti, meno magistrati, meno medici (49,8 medici di base ogni 100mila abitanti contro una media nazionale di 83,5). E poi c’è la questione ecologica: “In questo dipartimento dell'Ile-de-France, che conta cinque stabilimenti classificati Seveso, sono già presenti numerosi inceneritori, data center, autostrade e infrastrutture inquinanti. E gli abitanti – due terzi dei quali sono immigrati di prima e seconda generazione, spesso postcoloniale – sono tra i più esposti all'inquinamento del suolo, al caldo torrido, alla mancanza di spazi verdi e alla precarietà energetica”, riporta la rivista Socialter. Ma è anche uno dei dipartimenti più dinamici dal punto di vista dell’attività economica: “La Seine-Saint-Denis offre un quadro contrastante: è il dipartimento che presenta gli indicatori che riflettono una domanda sociale fuori dal comune nell'Ile-de-France, ma anche nella Francia metropolitana”, spiega Raymond Lehman, coautore di uno studio che mette insieme i dati socio-demografici dell'Insee. “Il tasso di disoccupazione è del 17,1 per cento, contro il 12 per cento in Francia”. Allo stesso tempo, prosegue, è il “terzo dipartimento dell'Ile-de-France (che ne conta 4) per numero di posti di lavoro (oltre 605.000 nel 2021)” e dove il numero di impieghi è aumentato maggiormente. “Dall'inizio degli anni 2000 si osserva una notevole dinamica economica. Il numero di posti di lavoro è aumentato. Numerosi grandi gruppi hanno aperto o trasferito sedi nel dipartimento (BNP, SNCF, VEOLIA, ADP, GENERALI, SIEMENS, EDF, ecc., senza contare i grandi enti pubblici", continua Lehman. Gli abitanti però non ne approfittano: “Il tasso di disoccupazione non scende”, conferma Lehman. |
La Seine-Saint-Denis ospita diverse città più o meno note, tra queste Saint-Denis stessa, Montreuil, Saint Ouen e Aubervilliers. Quest’ultima, dove, per full disclosure, vivo, è esemplare delle dinamiche in atto nel dipartimento.
Aubervilliers, un esempio di rinnovamento urbano
Didier Hernoux e Bernard Orantin mi accolgono nella sede della loro associazione, la “Société de l’histoire et de la vie à Aubervilliers” – la Società della storia e della vita di Aubervilliers, a pochi passi dalla sede di questo comune, che è uno dei più grandi della Seine Saint Denis (90mila abitanti) ed è classificato come sesta città più povera di Francia (tasso di povertà al 41 per cento e tasso di disoccupazione al 22 per cento).
Un tempo, mi spiegano, Aubervilliers è stata un “borgo agricolo che nutriva Parigi", poi una città industriale e oggi vive una dinamica di post-industrializzazione e di terziarizzazione dell’economia comune a molte città della periferia parigina.

Il passato agricolo di Aubervilliers è ben presente nella sede dell’associazione: una piccola casa su due piani con, sul retro, quello che era il corpo dell’azienda agricola. Fino alla Prima guerra mondiale la città è cresciuta in maniera esponenziale ed è stata teatro di diverse ondate migratorie, prima europee (polacchi, italiani, portoghesi, spagnoli) e poi dell’immigraizone post-coloniale. “Lentamente, la deindustrializzazione ha portato a ciò che vediamo oggi: cemento che cresce ovunque”, mi dice abbozzando un sorriso Hernoux.
L’allusione è alla quantità di cantieri che spuntano come funghi nel comune – solo intorno alla sede dell’associazione ne ho contati 5 -–senza dimenticare quello, immenso, che occupa e blocca la piazza del comune. Dopo aver accolto l’estensione della linea 12 della metropolitana oggi ospita il cantiere della 15, una delle linee che fanno parte del piano del “Grand Paris” il conglomerato urbano che collegherà i tre dipartimenti che circondano Parigi grazie a 200 km di binari e 68 stazioni, per un costo stimato di 32,5 miliardi di euro.

Hernoux e Orantin analizzano questo declino industriale, simile a quello di altre città della Seine-Saint-Denis: "Sì, oggi ci sono molti posti di lavoro, ma è soprattutto del terziario; non sono le stesse persone ad essere impiegate”.
“Oggi ci sono persone che arrivano [a Aubervilliers] a causa di questa rapida espansione immobiliare, ma la maggior parte di loro non ha legami con la città”, aggiungono. La dinamica è quella che conoscono tante città ai margini dei grandi centri: nuove popolazioni attratte dalla vicinanza alla capitale, dai collegamenti rapidi con quest’ultima e da costi relativamente più bassi – nel caso di Aubervilliers a volte vicini alla metà del costo al metro quadro di Parigi – ma senza interessarsi alla città nella quale si insediano.

Il rischio, mi dicono, è che Aubervilliers diventi “una città dormitorio”. Si tratta, aggiungono, di “scelte politiche” perché “o si decide che si vuole puntare sui posti di lavoro e l’urbanistica, o si va verso quello”.
La storia dell’edilizia popolare è la storia della Francia
Sébastien Radouan è storico, docente di Storia e Culture Architettoniche presso l'ENSA Paris-La Villette e oggi è mediatore culturale per l’AMuLoP (L’Association pour un Musée du Logement Populaire – Associazione per un museo dell’edilizia popolare).

“Lavoriamo con persone che hanno realmente vissuto nel quartiere. È un approccio che può sorprendere: molte persone non pensano che la loro storia sia importante”, ma attraverso la loro storia, spiega, nella sede dell’associazione, “raccontiamo la storia della società francese”. Il modus operandi dell’AMuLoP consiste nel ricostruire un appartamento vissuto, non sul modello degli appartamenti campione, ma basandosi sulla vita delle persone che hanno abitato la struttura.
Raccontare cosa significa abitare un quartiere popolare permette di narrare “la questione del lavoro, quella dell’edilizia, della cultura dell’abitare, della mobilità” ma anche, “l’immigrazione”, e permette di capire cosa rappresentano le case popolari nel percorso delle famiglie.
Gli uffici si trovano in un appartamento della Cité Emile-Dubois o Cité des 800: un “grand ensemble" – un intero quartiere di case popolari che ospitava 796 alloggi (oggi la metà perché una parte è già stato demolito). Siamo al metro Fort D’Aubervilliers, dove un altro imponente cantiere della linea 15 si allunga verso il nuovo eco quartiere di recentissima costruzione.

Mentre pranziamo Radouan mi spiega che la Cité Emile-Dubois verrà sostituita da abitazioni private, il doppio delle case popolari che ospita oggi. Gli abitanti sono in fase di ricollocamento, o sono già stati ricollocati nelle nuove case popolari che sono state costruite. Spesso, visto che si tratta di palazzi nuovi, con un affitto più alto. Alcuni sono anche soddisfatti del cambio, altri, mi racconta, meno. Per qualcuno degli abitanti con cui hanno lavorato “il processo di demolizione attiva diverse cose”, il “bisogno che qualcosa sopravviva”: è talmente doloroso vedere l’edificio che si degrada (in prospettiva della demolizione non si fanno più operazioni di manutenzione, pe cui “tanto vale partire”), altri si chiedono “perché distruggere una struttura che è solida invece di ripararla”.

Questa politica di rinnovamento urbano cominciata nel 2003 ha poi dato vita all’Anru (Agenzia nazionale per il rinnovo urbanistico) allo scopo di uscire dalla logica deidi questi “grands ensembles” e “rifare la città” per creare la cosiddetta “mixité sociale” in quartieri dove c’è un’alta concentrazione di edilizia popolare e quindi attrarre classi sociali più agiate (costruendo per vendere ai privati) per creare quella che viene definita “diversità economica”, e che finisce per diventare gentrificazione.
Si tratta di interventi che riguardano le case popolari o private (distruzione o ristrutturazione) e infrastrutture pubbliche. L’Anru, che ha lo scopo di migliorare le condizioni di abitative e di vita, si occupa dei quartieri “classificati dalla legge come ‘prioritari’ perché concentrano un forte tasso di povertà”, mi spiega via mail Thibaut Prévost, un portavoce dell’Anru.
“È inevitabile che una città come Parigi si espanda: ma questo non sta avvenendo con i poveri, ma contro i poveri” – Héléna Berkaoui
Demolire queste grandi unità abitative significa rompere con l’urbanistica dei “grands ensembles”, un modello fortemente criticato, e da ormai tanto tempo, perché “considerato monotono, ripetitivo e disumanizzante”, dice Radouan. Ma, aggiunge, “ogni forma di edilizia genera una cultura”. E questi hanno prodotto una “cultura urbana che sta sparendo, che stiamo distruggendo”.
Si tratta, mi spiega, di strutture "che hanno pesato tanto nella storia urbana francese, che hanno permesso a un’ampia parte della popolazione di accedere a servizi migliori e la cui costruzione è pensata con intelligenza, nell’uso e nell’economia dei materiali”.

Assistiamo a una forma di “distruzione di culture, di un savoir-faire”, dice Sébastien Radouan, “dovremmo essere molto più attenti alle storie familiari, all'ambiente, a ciò che esiste”. Si distruggono 360 case popolari, e certo se ne costruiscono altrove, ma “si tratta di 360 case popolari all’uscita della metro”, e quindi collegate al resto della città e della regione.
Gentrificazione o mixité sociale?
“È importante anche sottolineare che ci sono partenze forzate perché il prezzo delle case è diventato troppo alto o perché ci sono stati progetti di riqualificazione urbana che hanno costretto le persone ad andarsene. E in quartieri come questi non è un fatto irrilevante”, mi racconta Héléna Berkaoui del Bondy Blog parlando della Seine-Saint-Denis.
Inoltre, il dipartimento è stato teatro delle Olimpiadi di Parigi del 2024 e questo ha aggiunto la costruzione di grandi opere (piscine, strutture sportive, abitazioni) che hanno contribuito a ridisegnare in parte il territorio.
“Non so se saremo noi a beneficiare dei vantaggi del ‘Grand Paris”’, dice Berkaoui a proposito del progetto di creazione della regione metropolitana che comprende la capitale e i dipartimenti circostanti, è “inevitabile che una città come Parigi si espanda: ma questo non sta avvenendo con i poveri, ma contro i poveri”.
C’è un libro importante da questo punto di vista, Les naufragés du Grand Paris Express (“I naufraghi del Grand Paris Express”, La Découverte editore, 2024), che racconta il percorso di chi vive la demolizione delle case popolari, ricostruite più lontano e più costose, mentre i prezzi delle case aumentano nell’edilizia privata. In un articolo di Street Press la sociologa Anne Clerval, co-autrice dell’inchiesta spiega: “Le difficoltà sociali dei quartieri popolari vengono spiegate, a torto, attraverso la lente della concentrazione geografica delle classi popolari [...]. La ‘mixité sociale’ non è altro che un progetto per disperderle nello spazio, che non risolverà nulla, anzi".
L’orgoglio e la coscienza di una cultura, è una cosa che ritorna nella discussione con Héléna Berkaoui: “Si tratta di popolazioni con una storia di immigraione post-coloniale che hanno un rapporto molto particolare ai quartieri: sono immigrati che pensavano di ripartire, ma che poi sono rimasti”. Questo "conflitto di identità” dà al quartiere un valore diverso. Per esempio, se parliamo di rap o di cultura urbana si vede facilmente che c’è una certo orgoglio rispetto al luogo”. Si tratta di un forma, dice Berkaoui, di “ribaltamento dello stigma”.
Quale stigma? Quello di subire e vivere il discorso secondo il quale si tratta di “quartieri malfamati, noti per essere poveri, per essere puntati come tali dai media”.

“Gli urbanisti vedono la gentrificazione come un'opportunità per migliorare le infrastrutture e aggiungere servizi. Tuttavia, se questi cambiamenti vengono compiuti senza coinvolgere i residenti nel processo di trasformazione, le persone sono costrette a trasferirsi a causa dell'aumento del costo della vita. Questo porta a quella che è nota come periferizzazione della povertà e a un senso di dislocazione dal luogo in cui vive l'abitante. Si traduce in isolamento, depressione e alti livelli di stress nella popolazione sfollata” scrive l’urbanista albanese Dorina Pllumbi sul giornale indipendente Kosovo 2.0 in relazione ad un’altra realtà, quella di Tirana, ma che si può applicare a qualsiasi banlieue d’Europa.
“E i piani urbanistici non tengono conto di questi legami, poiché si tratta di legami informali, di aiuto reciproco, ma non sono formalizzati, quindi non vengono presi in considerazione nei piani di ristrutturazione”, dice Berkaoui.
Nel modo di “pensare la città, la gentrificazione dice tanto, conclude Berkaoui: dice il disinteresse per le popolazioni che vivono in quei quartieri”, dice quella che viene definita “crisi del mercato immobiliare, che non viene regolamentata dallo stato”, che ha permesso un “capitalismo carnivoro che maltratta enormemente le persone più povere che cercano un alloggio”.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell'ambito del progetto PULSE all’interno di una serie sulle zone “periferiche” in Europa in collaborazione con Il Sole 24 Ore, Obc Transeuropa ed El Confidencial.
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