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Lavoratrici e lavoratori del sesso  in Europa: il Belgio apre a più tutele, l’Ue resta divisa

Mentre l’Europa rimane profondamente spaccata sui modelli normativi da applicare, il Belgio ha adottato una riforma pionieristica che, per la prima volta, estende ai sex worker tutele in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Quali garanzie introduce la nuova legge belga e quale ruolo hanno i sindacati nella lotta per i diritti di chi opera nel settore?

Pubblicato il 9 Aprile 2026

Marzo 2020: mentre le strade si svuotavano e il mondo si blindava per fronteggiare l’incubo della pandemia di coronavirus, in Belgio emergeva una disciminazione sistematica. Se la maggior parte dei lavoratori colpiti dal lockdown poteva beneficiare di sussidi statali, i lavoratori e le lavoratrici del sesso (sex worker) ne rimanevano esclusi. Il motivo? Per lo stato il settore non esisteva.

“Dall’oggi al domani una moltitudine di persone si è ritrovata senza reddito e nell’impossibilità di accedere al sussidio statale”, spiega Daan Bauwens, direttore del sindacato belga Utsopi.

Di fronte alla minaccia tangibile della precarietà i sex worker hanno avviato una mobilitazione che ha finito per riscrivere l’ordinamento giuridico del paese.

La strada verso il riconoscimento

“Dal 1948 il Belgio ha mantenuto una posizione abolizionista nei confronti del lavoro sessuale”, spiega Bauwens. Sebbene l’attività in sé non fosse illegale il quadro normativo ne criminalizzava l’intero indotto: “Una legge che, pur nata con l’intento di proteggere i sex worker, finiva per renderli paradossalmente più vulnerabili”, afferma.

Attraverso campagne di crowdfunding per il sostegno al reddito, la gestione di un banco alimentare all’interno di un bordello dismesso e l’organizzazione di manifestazione e iniziative di sensibilizzazione, i sex worker, insieme a Utsopi e alle organizzazioni alleate, sono riusciti a imporre un dibattito pubblico sulla propria condizione.

La svolta è arrivata con due leggi approvate nel 2022 e nel 2024, che hanno definito un quadro normativo per il lavoro sessuale, ampliando significativamente l’accesso alle tutele per chi opera nel settore. Il traguardo è stato raggiunto, in particolare, con il provvedimento del 2024 e la conseguente introduzione di una fattispecie contrattuale: il “contratto di lavoro per i lavoratori e le lavoratrici del sesso”.

La nuova legge definisce un quadro normativo rigoroso entro cui i datori di lavoro possono contrattualizzare i lavoratori e le lavoratrici del sesso, integrando protezioni stringenti contro il traffico di esseri umani e ogni forma di abuso. Le due riforme sanciscono diritti specifici per chi opera nel settore, quali il diritto di rifiutare un cliente o di interrompere la prestazione in qualsiasi momento, unitamente all’adozione di misure di sicurezza obbligatorie. Tra queste ultime figurano l’installazione di dispositivi di allarme (pulsanti di emergenza) e l’obbligo di garantire la presenza costante di una figura di riferimento in caso di necessità.

Il Belgio non rappresenta il primo paese ad aver depenalizzato il lavoro sessuale e introdotto garanzie e diritti per i suoi operatori. Già nel 2003, la Nuova Zelanda aveva varato il Prostitution Reform Act, una legge volta a depenalizzare il settore e mettere in atto specifiche misure di protezione per la tutela della salute, della sicurezza e del benessere dei sex worker. A vent’anni dall’entrata in vigore della norma gli studi evidenziano notevoli progressi nelle condizioni di lavoro, anche se lo stigma sociale e la vulnerabilità dei lavoratori e delle lavoratrici migranti continuano a rappresentare criticità strutturali.

Mentre il Belgio procede con determinazione verso un modello di legalizzazione e regolamentazione del lavoro sessuale, il resto del continente europeo appare incapace di convergere su una linea condivisa, confermando una profonda frammentazione interna.

Tra esclusione e tutele: il lavoro sessuale frammenta l’Europa

Il paesaggio legislativo europeo sul lavoro sessuale è piuttosto eterogeono e spazia dalla criminalizzazione totale alla legalizzazione e regolamentazione del settore.

Uno dei modelli più discussi è il cosiddetto “Modello nordico”. Adottato per la prima volta in Svezia nel 1999, mira all’eradicazione del lavoro sessuale attraverso la criminalizzazione dei clienti. Secondo questo approccio l’acquisto di prestazioni sessuali o il favoreggiamento costituiscono reati, mentre l’offerta del servizio in sé non è punibile. Il modello prevede, inoltre, programmi per aiutare chi desidera abbandonare l’industria del sesso ofrendo, ad esempio, assistenza nel reinserimento professionale o percorsi alternativi.

Nonostante l’assenza di una regolamentazione a livello comunitario nel 2023 il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che invocava la punibilità dei clienti, sulla scia del modello nordico. Tuttavia, una coalizione di organizzazioni per i diritti umani e per la tutela dei sex worker, supportata da un editoriale pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, ha esortato gli eurodeputati a respingere il documento, sostenendo che tali raccomandazioni avrebbero danneggiato l’incolumità dei lavoratori e delle lavoratrici del settore. Di conseguenza la proposta di adottare il modello nordico su scala europea è stato rimossa dalla bozza finale.

Tale orientamento si pone in netto constrato con le raccomandazioni del Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e quelle del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla discriminazione contro le donne e le ragazze. Entrambi gli organismi hanno infatti sollecitato la depenalizzazione del settore, identificandola come un passo essenziale per la salvaguardia dei diritti fondamentali dei sex worker.

Salute e sicurezza: i rischi legati alla criminalizzazione

Prove scientifiche dimostrano che la criminalizzazione determina un sensibile deterioramento delle condizioni di salute dei sex worker. Gli studi rilevano una correlazione diretta tra i regimi proibizionisti e l’aumento dei tassi di violenza, una drastica riduzione dell’accesso ai presidi medici e un peggioramento della salute mentale. Quest’ultima rappresenta il problema di salute più diffuso tra i sex worker e risulta spesso associata a una pervasiva stigmatizzazione sociale.

Sex workers demonstrate outside a parlimentary debate in London on the 4 July 2018, to protest discussion of a UK version of FOSTA (A US law that criminalises the advertising of sex work on the internet) and to draw attention to their campaign to fully decriminalise sex work. | Photo: Juno Mac/Flickr CC BY-NC-ND 2.0
Londra, 4 luglio 2018: lavoratrici e lavoratori del sesso manifestano durante un dibattito parlamentare per protestare contro la discussione su una versione britannica del Fosta (una legge statunitense che criminalizza la pubblicità del lavoro sessuale su Internet) e per richiamare l'attenzione sulla loro campagna per la depenalizzazione del lavoro sessuale. | Foto: ©Juno Mac/Flickr

Le Le Organizzazioni per i diritti umani e i sindacati di categoria sostengono che il modello nordico risulti penalizzante, perché impedisce l’accesso ai servizi essenziali e costringe i lavoratori e le lavoratrici alla clandestinità in situazioni ad alto rischio. 

Un esponente di Red Umbrella Sweden (Rus), organizzazione svedese a tutela dei diritti dei professionisti del settore, sottolinea come il modello nordico precluda l’esercizio di diritti fondamentali, quali l’alloggio e l’assistenza sanitaria. “Uno dei rischi più concreti è quello di ritrovarsi senza fissa dimora. Se un locatore apprende che l’attività viene esercitata tra le mura domestiche, ha l’obbligo legale di procedere allo sfratto immediato”.

In Svezia molti sex worker evitano di informare i propri medici della loro attività, riducendo così l’accesso alle cure essenziali. “Personalmente, non ho mai parlato del mio lavoro con il sistema sanitario”, confessa un esponente del Rus. Questo ostacola anche la fruizione di servizi specializzati, come una più ampia distribuzione di preservativi e l’accesso a screening per le malattie sessualmente trasmissibili a prezzi sostenibili. 

Nell'ambito del modello nordico i clienti di servizi sessuali spesso affrettano le prestazioni e spingono chi lavora nel settore verso luoghi più isolati o nelle proprie abitazioni, esponendoli ulteriormente al rischio di violenze o molestie.  

I diritti e le tutele introdotte dal nuovo quadro normativo belga mirano, come abbiamo visto, a prevenire i rischi insiti nel settore. A questo si affianca il diritto di rifiutare qualsiasi cliente o atto sessuale, nonché la facoltà di interrompere la prestazione in qualsiasi momento. Per operare i datori di lavoro sono soggetti a rigorosi controlli preliminari e requisiti di registrazione; sono altresì tenuti a garantire il costante accesso ai luoghi di lavoro da parte di sindacati e organizzazioni di supporto.

Al contrario, nei paesi in cui il lavoro sessuale è stigmatizzato o considerato un crimine, l’la messa in atto di questi protocolli di salute e sicurezza sul lavoro  risulta impraticabile, determinando un’esposizione sistemica al rischio. 


Studi rilevano una correlazione diretta tra i regimi proibizionisti e l’aumento dei tassi di violenza, una drastica riduzione dell’accesso ai presidi medici e un peggioramento della salute mentale


Ad esempio, la violenza e le molestie da parte delle forze dell’ordine sono fenomeni diffusi. Un rapporto dell’European Sex Workers’ Rights Alliance (ESWA) ha evidenziato che circa il 77 per cento dei sex worker intervistati ha subito abusi da parte delle forze dell’ordine, con le incidenze più elevate rilevate proprio nei paesi che adottano il modello nordico. Oltre un quarto delle persones intervistate ha denunciato di essere stata vittima di violenze sessuali perpetrate da agenti di polizia. 

Spesso le operazioni di polizia condotte in regimi di criminalizzazione dei clienti si traducono in pratiche punitive e fenomeni di discriminazione razziale. I sex worker migranti e privi di documenti risultano i soggetti più esposti al pericolo, poiché il timore di un’eventuale espulsione li costringe a un silenzio forzato, anche in situazione di estrema violenza o pericolo.

In un’intervista un sex worker migrante in Svezia ha dichiarato ai ricercatori che “non è possibile chiamare la polizia in caso di pericolo, neppure se si subisce un’aggressione o una rapina” per il timore di essere espulsi. 

Sindacati e rappresentanza

Sebbene sia il quadro normativo a determinare in larga misura l’accesso dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso alle tutele in materia di salute e sicurezza, anche il loro rapporto con i sindacati è fondamentale e oscilla tra sostegno ed esclusione. 

La Dottoressa Katie Cruz, professoressa associata presso la Bristol Law School e autrice di studi sul lavoro sessuale e la sindacalizzazione, evidenzia come il movimento sindacale europeo mantenga posizioni spesso divergenti nei confronti dei sex worker: “È estremamente incerto capire se i sindacati sosterranno anche solo la depenalizzazione del lavoro sessuale, per non parlare di un approccio basato sulla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici” spiega la docente. Questa incertezza costringe i sex worker a percorrere strade alternative, organizzandosi in modo autonomo, al di fuori delle strutture sindacali tradizionali.  

La docente propone un approccio al lavoro sessuale basato sulla dimensione lavorativa, inquadrandolo all’interno di una rete complessa di “coercizione economica, patriarcato, razzismo e quadri normativi repressivi”. Questa prospettiva si sposa con le analisi intersezionali che mettono in luce come la popolazione dei sex worker sia composta, in misura sproporzionata, da minoranze di genere, sessuali ed etniche. Tuttavia, l’azione sindacale si scontra spesso con lo stigma sociale e le leggi restrittive, fattori che non solo portano all’esclusione dei sex worker dai sindacati, ma favoriscono condizioni di lavoro degradanti.

Prima dell’adozione del nuovo apparato normativo il contesto belga era caratterizzato da condizioni spesso disastrose: “Il lavoro sessuale veniva svolto in contesti abitativi fatiscenti. Ho visto donne incinte al settimo mese di gravidanza continuare a lavorare, private di ogni diritto al congedo di maternità”, racconta Daan Bauwens, direttore dell’Utsopi.

Bauwens ribadisce come la criminalizzazione abbia reso impossibili condizioni di lavoro dignitose: “E’ impossibile garantire tutele minime in un settore che lo stato non riconosce, perché la sua stessa esistenza è configurata come illecita”. Nonostante le difficoltà, in Belgio i sindacati hanno assunto un ruolo essenziale nel processo legislativo e nel sostenere le organizzazioni di categoria durante l’intero processo di riforma. 

Al contrario, la situazione dei sex worker in Svezia rimane critica: l’esclusione dai sindacati, alimentata in gran parte dalla criminalizzazione, resta la norma. “Poiché siamo sostanzialmente esclusi dalla possibilità di organizzarci, nessun sindacato intende interloquire con noi, rendendo la difesa dei nostri diritti lavorativi un’impresa ardua”, spiega l’esponente del Rus.

La testimonianza si fa più drammatica nel descrivere episodi di gravi molestie subite all’interno del movimento sindacale svedese, che hanno colpito la vittima non solo in quanto sex worker, ma anche per la sua identità di persona trans. “È cominciato con scherni e sguardi di disprezzo. Poi la situazione è degenerata fino a sfociare in tentativi di esclusione sistematica rivolti sia a me sia verso chiunque, all’interno del sindacato, avesse manifestato l’intenzione di sostenermi”. 

La vulnerabilità dei sex worker si è inevitabilmente estesa anche alle piattaforme digitali, dove lo sfruttamento passa attraverso tassazioni esponenziali, pratiche di stalking e il furto di contenuti protetti. Nel 2025 la Svezia ha approvato una nuova legge rendendo illegale l’acquisto di contenuti sessuali personali digitali, la principale fonte di reddito per molti professionisti.

Senza il riconoscimento del diritto alla libera associazione risulta difficile immaginare come i sex worker possano ottenere tutele in un mercato sempre più digitalizzato. Eppure, per l’esponente del RUS, la forza dell’organizzazione risiede nella resilienza di gruppo: “Quel che ricevo da Red Umbrella è il senso di comunità. Si tratta di rompere un isolamento forzato, che ci viene imposto non solo da altri lavoratori, ma dalla società nel suo insieme.”

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