Una regione si trova in una “trappola dello sviluppo” quando, secondo quanto si legge su Panorama, rivista online della commissione europea sulle politiche regionali, sulla base di ricerche di economisti e geografi “il benessere dei suoi abitanti non migliora rispetto al proprio passato e se la sua crescita economica rimane indietro rispetto alla media nazionale ed europea”.
“Le percezioni individuali dello sviluppo sono sempre relative”, spiega la Commissione: “Negli ultimi decenni, il tenore di vita in Europa è aumentato notevolmente, ma non in modo uniforme. Ampie zone della Francia nord-orientale e orientale e gran parte dell'Italia e della Grecia hanno faticato a tenere il passo con il resto d'Europa, ed è proprio in Francia e in Italia che il rischio di intrappolamento è stato più elevato dal 2001 al 2018”.
Questo studio, inoltre, smonta la classica divisione tra campagna e città, così come il concetto di “periferia”: “Le regioni periferiche e post-industriali – siano esse rurali o urbane – nutrono spesso sentimenti euroscettici più forti a causa di una percezione di abbandono”, spiega un portavoce dell’esecutivo europeo. “Il malcontento prospera nei luoghi che si sentono emarginati dalla globalizzazione, dall’integrazione commerciale o dalla transizione digitale. È strettamente legato alla stagnazione economica che ha colpito le regioni meno sviluppate, nonché gli ex centri industriali che ora affrontano la deindustrializzazione. È anche legato alle sfide specifiche delle piccole e medie città che devono affrontare il declino dei servizi pubblici”.
L’Europa dei “luoghi in declino”
In The geography of EU discontent and the regional development trap (“La geografia del malcontento nell’Ue e la trappola dello sviluppo regionale”) Andrés Rodríguez-Pose, Lewis Dijkstra e Hugo Poelman confermano questa analisi e spiegano che le persone che vivono in “luoghi in declino si sentono spesso intrappolate in regioni che ritengono non abbiano più importanza e dove percepiscono che non ci sia (o che loro non abbiano) un futuro. Molte persone che vivono in queste regioni si sentono ignorate, trascurate ed emarginate da un'élite distante e distaccata. Sono a disagio con un mondo che cambia e che minaccia la loro identità e sicurezza”.
“In quasi tutti i paesi Ue, l'attività economica è estremamente concentrata nelle città più importanti, di solito le capitali, ampliando il divario con il resto del territorio”, spiega Rodríguez-Pose al giornalista José Ramón Pérez di El Confidencial in un'inchiesta realizzata per lo European Data Journalism Network (EDJNet).
Le politiche di coesione hanno in parte ridotto le disuguaglianze tra gli stati membri, continua Pérez: “Paesi come la Polonia, che partivano da una posizione di forte svantaggio, hanno raggiunto una convergenza significativa con il resto dell'Unione in soli due decenni. Tuttavia, con il ridursi di questi divari tra i paesi gli squilibri interni tra le regioni stanno diventando più pronunciati. In tutta Europa la crescita economica è concentrata in poche aree urbane, mentre molte regioni rurali e città di medie dimensioni rimangono stagnanti”.
Questo fenomeno ha cambiato in qualche modo una mappa “classica” dell’Europa basata sull’assioma della divisione Nord-Sud, per esempio, spiega Rodríguez-Pose: in “Germania il sud è ora più ricco del nord. In Francia è scomparsa l'idea di un nord-est dinamico: ora è stagnante. Il problema dell'Italia è che da trent'anni non cresce, né il nord né il sud”, spiega il ricercatore a José Ramón Pérez.
La commissione europea sta preparando un cambiamento nell'architettura delle politiche di coesione con il bilancio per il periodo 2028-2034 e prevede di fondere la politica agricola comune (Pac) e i fondi di coesione in un unico blocco finanziario, con 27 piani nazionali che sostituiranno i programmi regionali.
“Siamo in un momento in cui la politica di coesione, che è stato lo strumento di armonizzazione anche dell'intervento a livello territoriale su tutta Europa, è posta di fronte a grandi vincoli: riorientamento nel bilancio, tagli… il processo non è ancora definitivo, ma il nuovo quadro finanziario sicuramente non sarà favorevole alla politica di coesione”, spiega Camilla Lenzi, professoressa di Economia regionale e urbana al Politecnico di Milano e aggiunge che il “place based”, ovvero un intervento basato sulle caratteristiche specifiche di un luogo, è fondamentale.
Il voto del malessere?
Il malessere delle zone meno sviluppate si traduce (anche) in voto: i partiti euroscettici, dai più radicali ai più moderati, sono in ascesa, ovunque: dal 7 per cento complessivo del 2008 al 27 per cento del 2022 (qui dati). Al parlamento europeo, i tre gruppi di estrema destra – Conservatori e Riformisti Europei, Patrioti per l'Europa ed Europa delle Nazioni Sovrane – hanno un totale di 187 seggi su 720, uno in meno del Partito Popolare Europeo, che ha la maggioranza relativa dei seggi
Il “voto antisistema” sarebbe la “vendetta dei luoghi che non contano”, scriveva sempre Rodríguez-Pose nel 2018.
“I governi guidati da partiti anti-establishment raramente producono risultati positivi nel medio o lungo termine. La loro gestione tende a ridurre la crescita economica prevista tra il 10 e il 12 per cento, influenzando negativamente l'occupazione, la produttività, l'innovazione e la ricerca scientifica”, aggiunge l’economista spagnolo.
L’Europa dei luoghi e delle persone “che non contano”
Camilla Lenzi è autrice di numerose ricerche, tra cui, People or Places that Don’t Matter? Individual and Contextual Determinants of the Geography of Discontent (“Gente e posti che non contano? Determinanti individuali e legati al contesto della geografia del malcontento”), scritto insieme a Giovanni Perruca. L’idea alla base di questo studio è quella di intersecare il malcontento individuale con quello politico.
Le disuguaglianze, spiegano gli autori nel testo, sono un concetto relativo e stratificato derivanti dalle condizioni di svantaggio interregionale, intraregionale e individuale. “Il malcontento individuale dipende dagli effetti cumulativi, ma negativi, dei fattori contestuali dei luoghi che non contano, dalle caratteristiche individuali delle persone che non contano e dalla distribuzione ineguale della ricchezza in quelle comunità in cui alcune persone contano meno di altre”. A questi fattori poi si aggiunge, spiega Lenzi, un “elemento ‘identitario’, cioè proprio alla comunità, nel quale fa presa per tante ragioni un certo tipo di retorica”. Può esistere un “sentimento localistico che non necessariamente si accompagna a un basso livello di reddito e a scarsi servizi pubblici”.
Il caso del Grand Est, in Francia
Un esempio di questo malcontento e di questo sentimento di “non contare” potrebbe essere la regione orientale francese Grand Est, che raggruppa otto dipartimenti (province): Ardennes, Aube, Marne, Haute-Marne, Meurthe-et-Moselle, Meuse, Moselle, la Collectivité européenne d'Alsace e Vosges.
“I territori in declino demografico della regione Grand Est hanno perso un posto di lavoro su cinque e un abitante occupato su dieci in quasi mezzo secolo. Il calo dell'occupazione è stato particolarmente marcato nei settori agricolo e industriale. La deindustrializzazione è più significativa in questi territori, le cui specificità in materia di occupazione sono sempre meno rilevanti. Anche la disoccupazione è più elevata che altrove”, scriveva l’Institut national de la statistique et des études économiques (Insee) nel 2021 in un dossier dedicato a questa regione, che era la prima regione industriale (e che rimane importante nel panorama francese) negli anni Cinquanta e Sessanta. “Il tessuto economico del Grand Est ha subito una profonda trasformazione [... ]. Nel 1968, l'industria e l'agricoltura rappresentavano la metà dei posti di lavoro. Tra il 1968 e il 2017, la quota dell'industria nell'occupazione regionale è diminuita di oltre la metà, mentre quella dell'agricoltura si è ridotta di quattro volte”, spiega il dossier.
Alle ultime elezioni europee il Grand Est ha registrato il 38,33 per cento di preferenze per il Rassemblement national. In alcuni dipartimenti il voto è salito al 47 per cento (Haute-Marne) o ben oltre il 45 per cento (Ardennes). In questa regione, forte fu anche l’adesione degli abitanti al movimento dei Gilets Jaunes.
Il Grand Est, e in particolare alcuni dipartimenti, sono anche in via di spopolamento. “Tra il 2008 e il 2018 il numero di abitanti non è praticamente aumentato nella regione [...] Nelle zone rurali autonome il saldo naturale è solo leggermente negativo, ma il saldo migratorio negativo comporta una diminuzione della popolazione dello 0,3 per cento all’anno in media, pari a un calo di 2.500 abitanti all’anno”, scrive l’Insee. Il fenomeno è particolarmente marcato “nell’ Haute-Marne, nei Vosges e nelle Meuse”.
Benoît Coquard è sociologo e autore di Ceux qui restent. Faire sa vie dans des campagnes en déclin (“Quelli che restano. Costruirsi una vita nelle campagne in declino”), un’inchiesta tra la sociologia e l’etnografia del Grand Est fra gli elettori delle classi popolari che votano il Rassemblement national. L’inchiesta di Coquard comincia con un’affermazione emblematica: “Chi leggerà un libro che parla di noi?”, proprio a raccontare il sentimento di “non contare” di alcuni luoghi.
“Eppure”, continua più avanti Coquard, “va sottolineato con forza che l’evoluzione delle aree rurali della Francia contemporanea, che sono ben lungi dall’essere isolate e fuori dal tempo, mette in discussione i grandi sconvolgimenti economici e sociali della nostra epoca. Inoltre, l’enfasi sulle peculiarità regionali, quando viene mal interpretata, rischia di rafforzare il pensiero folcloristico che associa a ogni ‘comunità’ una mentalità a sé stante”.
Intervistato da Mediapart, Coquard, che ha fatto ricerca per nove anni in questi territori, spiega che “il Rassemblement national valorizza i suoi elettori dicendo loro che non sono degli ‘assistiti’” e in questo modo valorizza il lavoro, non il bisogno. La percezioni di questi elettori, secondo la lettura di Coquard è che le persone che ci vivono non si percepiscono come “abbandonate” e non vogliono “essere definite così", né “aiutate”.
“Molti sanno che il Rn non migliorerà la loro situazione. Ma questo partito garantisce che manterrà sotto di loro, almeno simbolicamente, persone percepite come ‘assistiti’” perché fa leva su un “un razzismo che accentua questo rifiuto dell’assistito, che presenta appunto come la persona vittima di razzismo o l’immigrato”.
Alto fattore rilevante: Coquard spiega che in questi territori non c’è un vero accesso “a quella che potremmo chiamare democrazia”, ovvero “a sentire opinioni diverse”, “non c’è un contromodello”.
Questo avviene perché chi prosegue gli studi è costretto a partire. “Analizzando i flussi migratori residenziali su base annuale, tra il 2016 e il 2017, tutte le categorie di aree rurali hanno registrato un calo della popolazione di età compresa tra i 15 e i 24 anni a favore delle aree urbane densamente popolate”, continua l’Insee.
Il diritto di rimanere
“Il ‘diritto di rimanere’ è stato posto al centro delle politiche dell’Ue”, spiega un portavoce della commissione europea, perché “occorre creare le condizioni affinché le persone possano vivere e lavorare nel luogo che considerano casa propria, in modo che non sentano il bisogno di cercare opportunità altrove”.
La Commissione pensa a una strategia che “toccherà diversi temi, tra cui l’attrattiva regionale e lo sviluppo economico, i servizi essenziali, la connettività e le infrastrutture, nonché l’attrazione e la fidelizzazione delle giovani generazioni”.
🤝 Questo articolo è basato sull’inchiesta del El Confidencial “The Internal Border Maps Fueling the Far-Right Vote in Europe” realizzata per lo European Data Journalism Network nel quadro del progetto ChatEurope ed è disponibile sotto licenza e CC BY-SA 4.0. Le visualizzazioni dati, così come l’intervista a Andrés Rodríguez-Pose vengono dal materiale condiviso.
📊 I set di dati prodotti nel corso dell'inchiesta sono disponibili qui.
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