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Politiche migratorie europee: la burocrazia che produce l’illegalità

Le politiche migratorie nell’Unione europea generano ogni anno migliaia di persone “irregolari”, innescando meccanismi che colpevolizzano dei fenomeni normali nello spostamento delle popolazioni sul pianeta. L’Ue, tra la direttiva sui rimpatri e il Patto sulla migrazione e l’asilo, prosegue con una politica di inasprimento.

Pubblicato il 10 Giugno 2026

Approvato dal Consiglio dell’Unione europea nel maggio del 2024, il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo entra in vigore il 12 giugno. Il pacchetto di riforme, composto da nove Regolamenti e una Direttiva, rappresenta un quadro legislativo complesso. 

Tra le misure previste figura la presentazione e l’esame delle domande d’asilo direttamente alla frontiera dell’Unione. In questo modo, il Patto intreccia ancora più strettamente il diritto d’asilo e la migrazione cosiddetta irregolare, alimentando il sospetto che i richiedenti asilo siano in realtà persone che abusano di questa forma di protezione. 

Parallelamente, nel 2026 hanno preso il via i negoziati, conclusi lo scorso 1°giugno, per la revisione della Direttiva Rimpatri, un testo adottato originariamente nel 2008. La nuova versione prevede, in particolare, la creazione di “piattaforme di rimpatrio”: veri e propri centri di permanenza, situati al di fuori dei confini europei, dove verrebbero confinate le persone in attesa di espulsione. 

Questi provvedimenti testimoniano l’ossessione dell’Europa per il contrasto all’immigrazione irregolare e, allo stesso tempo, segnano anche un nuovo passo nell’inasprimento del diritto. 

La migrazione, un’ossessione europea

Da dove nasce questo approccio e quali effetti produce? Nei paesi dell’Ue, la crisi del 2015 resta un momento di svolta che ha gettato nel panico molti governi. Quell’anno fu segnato da un afflusso di migranti nettamente superiore rispetto al passato e, in particolare, da un forte aumento delle domande d’asilo. Eppure, nonostante il picco del 2015, nel lungo periodo la crescita dei flussi migratori verso l’Europa è stata molto più lenta rispetto al resto del mondo. Come ricorda François Héran, demografo e professore al Collège de France, la migrazione non è un’anomalia ma un fenomeno del tutto normale nelle società contemporanee.

Questa dinamica si manifesta anche verso l’Europa (+83 per cento in trentaquattro anni, tra il 1990 e il 2024), ma in misura decisamente inferiore rispetto al resto del mondo (+98 per cento). Il dato comprende ogni tipo di flusso, a partire dalle migrazioni legali. Ma qual è la situazione sul fronte delle migrazioni cosiddette irregolari?

Nel dibattito pubblico europeo, i dati sbandierati dai responsabili politici e da una parte dei media sono in realtà fortemente fallaci. La ragione è semplice: risulta difficile misurare un fenomeno che, per sua stessa natura, sfugge ai radar. Che provengano da Frontex o da Eurodac, quelle cifre misurano di fatto l’attività di polizia, non il fenomeno migratorio in sé. 

Inoltre, se nell’immaginario collettivo l’irregolarità coincide con il superamento dei confini, la realtà è ben diversa. Si possono attraversare le frontiere senza documenti e ottenere un titolo di soggiorno in un secondo momento, come accade a chi arriva in Europa per chiedere asilo. 

Diversi ricercatori hanno dimostrato che nel 2015 la quota di persone che avevano varcato illegalmente i confini europei, ma che avevano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato, era pari al 75 per cento. Un dato che si è attestato in media al 55 per cento nel periodo compreso tra il 2009 e il 2021. Al contrario, moltissime persone che oggi si trovano in posizione irregolare hanno in realtà fatto ingresso in Europa in modo del tutto legale. 

Il legame tra irregolarità e superamento dei confini europei affonda le radici nella storia stessa della costruzione comunitaria. Nei suoi rapporti il MIrreM (Measuring Irregular Migration), un gruppo di ricerca europeo sulle migrazioni irregolari, ripercorre l’evoluzione di questa specifica linea politica. 

Se la commissione europea aveva già sollevato la questione negli anni 70, è solo a partire dagli anni 90 che l’immigrazione irregolare diventa un tema centrale a livello comunitario. Con il Trattato di Amsterdam del 1997, l’Ue si pone l’obiettivo di trasformarsi in “uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia”, adottando una duplice strategia: blindare le frontiere esterne e garantire la libera circolazione interna.

Quattro pilastri

Nel 1999 il consiglio europeo di Tampere, in Finlandia, definisce i quattro pilastri della politica comune su asilo e migrazione: cooperazione con i paesi d’origine, un sistema d’asilo unificato a livello europeo, equità di trattamento per i cittadini stranieri e gestione dei flussi migratori. In quella sede viene sancito il nesso tra migrazione irregolare e criminalità organizzata, invocando la criminalizzazione della tratta e dei trafficanti. 

Un impianto che legittima l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ed è proprio da questo approccio politico che è derivata l’intera architettura degli strumenti giuridici e amministrativi attuali.

In sostanza, l’Europa si è dotata di regole comuni sull’asilo attraverso il sistema di Dublino, che a breve sarà modificato, solo marginalmente, dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. 

Quest’ultimo ribadisce che il paese di primo ingresso resta il responsabile dell’esame della domanda d’asilo. In base a tale meccanismo, i richiedenti asilo possono essere trasferiti da uno stato all’altro dell’Unione, anche se non coincide con il paese in cui desiderano ottenere protezione. Altre norme fissano un quadro comune stabilendo, ad esempio, che il trattamento amministrativo non superi i 18 mesi, pur lasciando ampi margini di azione ai singoli governi.

Per tutto il resto, gli stati membri conservano una profonda discrezionalità. Una frammentazione evidente sul fronte dei visti di soggiorno, ambito in cui non esiste alcun sistema europeo unitario, così come per l’accesso alla cittadinanza. Su questi temi, la sovranità resta saldamente in mano ai singoli Stati.  

Migrazione: quando l’irregolarità è prodotta dal sistema

Uno sguardo oltreoceano, verso gli Stati Uniti, dimostra che le politiche migratorie possono inasprirsi ulteriormente e che, oltre a calpestare i diritti umani, queste strette non ottengono gli effetti annunciati, ma contribuiscono a generare ancora più irregolarità. Così, oltre alle retate condotte dall’Ice, la polizia dell’immigrazione statunitense, si parla ormai di privare della cittadinanza i bambini nati negli Stati Uniti da genitori senza documenti o con un permesso di soggiorno temporaneo. 

L’impatto di un simile provvedimento è stato calcolato dal Migration Policy Institute e dall’Università della Pennsylvania. Ogni anno la misura farebbe entrare nell’irregolarità circa 255mila minori negli Stati Uniti; uno scenario destinato ad aumentare il numero di persone senza documenti di 2,7 milioni entro il 2045 e di 5,4 milioni entro il 2075. 

Ma qual è la situazione in Europa? 

In Francia il numero di persone senza documenti è cresciuto costantemente negli ultimi vent’anni. La stima più attendibile si basa sul numero di beneficiari dell’Aide médicale de l’Etat (Ame), ovvero l’assistenza medica statale per gli stranieri senza documenti, che nel 2024 si attestava a circa 400mila persone. Tuttavia, se si considerano gli ultimi studi sul fenomeno del mancato ricorso alle prestazioni, risalenti al 2019, secondo cui circa il 50 per cento degli aventi diritto non fa richiesta dell’Ame, la stima reale sale a una forbice compresa tra le 700mila e le 800mila persone in posizione di irregolarità. Nel 2003, questa cifra si fermava a quota 180mila.

Con il passare degli anni, ottenere un permesso di soggiorno è diventato un percorso a ostacoli. Già alla fine degli anni Novanta Il mondo della ricerca aveva iniziato a parlare apertamente di “fabbrica dell’irregolarità” e la situazione è peggiorata con le ultime modifiche delle leggi. 

La situazione non è molto diversa in Belgio. Il paese ha adottato una “politica di non accoglienza” che ha suscitato critiche e condanne diffuse, in particolare sotto gli ultimi due governi. L’obiettivo dichiarato di questa politica è quello di rendere il processo migratorio il più difficile possibile, al fine di scoraggiare gli arrivi.

Il governo federale belga è stato condannato in numerose occasioni per non aver fornito strutture di accoglienza ai richiedenti asilo, il che ha comportato il pagamento di sanzioni per milioni di euro. Anneleen Van Bossuyt, ministra per l’Asilo e l’Immigrazione e membro del partito conservatore Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA, nazionalista), è stata criticata in diverse occasioni per la sua gestione delle questioni migratorie. La ministra è stata persino ammonita sia dal Consiglio di stato belga che dalla Corte costituzionale. Il media bilingue Daar Daar l’ha recentemente soprannominata “la ministra al di sopra della legge”.

In Italia il governo di estrema destra distingue tra migrazione per motivi di lavoro e migrazione irregolare, sostenendo di appoggiare la prima per soddisfare le esigenze delle imprese e di combattere la seconda. Tuttavia, come sottolinea l’avvocata Lucia Gennari, “le persone che arrivano con un visto di lavoro entrano nel paese legalmente, ma questo non significa che mantengano uno status legale. Esistono molti ostacoli amministrativi a vari livelli e non sempre ottengono un permesso di soggiorno”. 

A questo si aggiungono i numerosi cambiamenti legislativi e l’applicazione diffusa della procedura accelerata, che riducono le garanzie per i richiedenti asilo e rendono più difficile per loro difendere adeguatamente le proprie cause. Di conseguenza, le persone non riescono a ottenere protezione e rimangono in Italia in situazione irregolare. 

Spagna generosa

La Spagna si distingue dai suoi vicini europei, avendo annunciato un programma di regolarizzazione destinato ad avvantaggiare almeno 500mila persone, alle quali saranno concessi permessi rinnovabili di un anno, segnando la settima regolarizzazione di questo tipo. 

“Il sistema spagnolo è abbastanza inclusivo per chi è integrato nel mercato del lavoro”, spiega Blanca Garcés, ricercatrice presso il CIBOD (Centro di Affari Internazionali di Barcellona). “Senza l’attuale crescita economica, un programma di regolarizzazione del genere non avrebbe luogo. La pressione da parte dei datori di lavoro è reale”. Ma l’economia del paese si basa in parte sul settore informale, in particolare nell’agricoltura e nei servizi di cura alla persona. “I lavoratori migranti in questi settori hanno una vita molto, molto dura”, continua. 

Inoltre, la Spagna ha bassi tassi di concessione dell’asilo. Sebbene la regolarizzazione collettiva in atto sia un passo, si tratta di una misura correttiva adottata a posteriori, piuttosto che di una politica proattiva e ben gestita, come ha sottolineato la ricercatrice Maria Miyar su Le Monde. Questa è, infatti, una critica ricorrente rivolta ai programmi di regolarizzazione. 

La Spagna dispone inoltre dagli anni 2000 di un sistema di permesso di soggiorno permanente, noto come “arraigo” (radicamento), ottenibile a condizione che il richiedente possa dimostrare una residenza di almeno due anni e circostanze eccezionali, legate alla famiglia, al lavoro o allo studio. Nel 2024 224mila persone hanno ottenuto lo status legale nell’ambito di questo programma. Secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors, la migrazione legale per motivi di lavoro è relativamente limitata. 

Inasprimento svedese

Un altro esempio è la Svezia, storicamente uno dei paesi più accoglienti d’Europa e che oggi sta inasprendo significativamente la propria politica sull’immigrazione. Questo cambiamento è stato avviato dai socialdemocratici nel 2016 e si è accelerato da quando è salito al potere il governo di coalizione guidato da Ulf Kristersson, con il sostegno dei Democratici Svedesi di estrema destra. 

Dieci anni fa, una prima riforma ha limitato la concessione dei permessi di soggiorno. Se un giovane raggiunge i 18 anni senza aver ottenuto lo status di residente permanente, non è più considerato parte del nucleo familiare e perde il diritto di rimanere in Svezia con il visto dei genitori. 

Nel dicembre 2023, una nuova legge ha reso più difficile ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari, eliminando il riferimento a “circostanze particolarmente difficili” dalla legge sugli stranieri. 

Oggi, i casi di giovani che hanno appena raggiunto la maggiore età, essendo cresciuti o addirittura nati in Svezia, e che vengono espulsi sono regolarmente riportati dalla stampa e condannati dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani. Il 17 febbraio 2025, un progetto di legge trasversale volto a vietare le espulsioni non è riuscito a ottenere la maggioranza in Parlamento ed è stato respinto. 

Alla fine di marzo, il governo ha annunciato che avrebbe portato avanti il suo controverso disegno di legge volto a incoraggiare le autorità pubbliche – comprese quelle preposte alla sicurezza sociale e al fisco – a segnalare le persone che risiedono illegalmente nel paese. Inoltre, un altro disegno di legge propone di aumentare da cinque a otto il numero di anni richiesti per richiedere la cittadinanza svedese.

Di conseguenza, il numero di richiedenti asilo è già diminuito del 30 per cento in un anno, passando da 9.645 nel 2024 a 6.735 nel 2025, secondo il sito web Infomigrants: “L’immigrazione legata all’asilo è addirittura al livello più basso degli ultimi 40 anni.” 

“Se non riusciremo a tenere sotto controllo questa società parallela, essa si consoliderà e finirà per diventare permanente”, ha affermato il ministro dell’Immigrazione Johan Forssell, giustificando l’inasprimento delle misure.

Una società parallela è certamente problematica. Tuttavia, sono le politiche perseguite a contribuire alla creazione di una società di questo tipo. Di volta in volta, lo status irregolare e l’incertezza amministrativa alimentano l’insicurezza sociale, lasciando interi segmenti della popolazione con minori diritti sociali e un accesso più limitato all’alloggio e all’occupazione.

C’è un altro motivo per cui è urgente cambiare la politica sull’immigrazione. Secondo uno studio dell’Institut National d’Etudes Démographiques (Ined), ogni anno arrivano in Europa circa 1,5 milioni di cittadini stranieri, che rappresentano lo 0,3 per cento di una popolazione di 450 milioni di persone. 

Questo dato sulla migrazione netta tiene conto delle partenze. Poiché il saldo naturale della popolazione del continente è negativo dal 2012 (i decessi superano le nascite), la conclusione è chiara: senza immigrazione, l’Europa si sta spopolando.

👉 L’articolo originale su Alternatives Economiques
🤝 Questo articolo è stato pubblicato da Alternatives Economiques in collaborazione l’European Data Journalism Network, EDJNet) nell’ambito del progetto ChatEurope ed è disponibile con licenza CC BY-SA 4.0
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