Ghana, ©Marta Abbà Un gruppo di agricoltrici di sussistenza etiopi valuta un campo di varietà di frumento duro Insieme ad un dottorando della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa che raccoglie dati. | Foto: ©Matteo Dell'Acqua

In Ghana la crisi climatica è l’occasione per una cooperazione scientifica decolonizzata con l’Europa

I progetti della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa coinvolgono ricerca sul campo, dati climatici e nuove forme di cooperazione scientifica partecipata.

Pubblicato il 17 Giugno 2026
Ghana, ©Marta Abbà Un gruppo di agricoltrici di sussistenza etiopi valuta un campo di varietà di frumento duro Insieme ad un dottorando della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa che raccoglie dati. | Foto: ©Matteo Dell'Acqua

Per anni la cooperazione tra Europa e Africa è stata raccontata come una necessità. Più raramente è stata interrogata per quello che è: un campo di tensioni, interessi e asimmetrie, dove anche i progetti meglio intenzionati rischiano di riprodurre squilibri profondi. Oggi, sotto la pressione della crisi climatica, questa domanda diventa più urgente in un continente dove oltre il 60 per cento della popolazione dipende dall’agricoltura per il proprio sostentamento.

 La variabilità delle piogge incide direttamente su redditi, sicurezza alimentare e stabilità delle comunità rurali. In questo contesto, è possibile costruire forme di collaborazione che non siano estrattive, né sul piano economico né su quello della conoscenza?

Non c’è una risposta univoca. Ma esistono tentativi concreti che permettono di osservare il problema da vicino. ESATRE (Enhancing Sustainable Agriculture and Transhumance Regulation in Ghana), coordinato dalla Scuola superiore Sant’Anna e parte dell’iniziativa AfricaConnect, è uno di questi. 

Il progetto, finanziato dal ministero degli esteri e della cooperazione internazionale italiano, si inserisce in un contesto come quello del Ghana, dove l’agricoltura impiega circa un quarto della popolazione attiva e la stagionalità delle piogge determina in modo diretto cicli produttivi e vulnerabilità sociali. ESATRE prova a tradurre dati climatici in decisioni operative per agricoltori e istituzioni. Attraverso la piattaforma agrometeorologica AquaBEHER, il sistema tenta di colmare il divario tra informazione meteorologica e bisogni concreti sul campo. Ma, soprattutto, si muove su un terreno più ampio: quello in cui clima, sicurezza e cooperazione si intrecciano.

Dal campo al modello A/R

AquaBEHER calcola il bilancio idrico del suolo integrando variabili climatiche e traducendole in una misura operativa: la disponibilità reale di acqua per le colture. “Le agenzie meteorologiche definiscono l’inizio della stagione delle piogge su base climatologica. Noi introduciamo una definizione agronomica: ci interessa sapere quando l’acqua è effettivamente disponibile per le colture”, spiega il dottorando e agro meteorologo sviluppatore dello strumento Robel Takele Miteku.

Questa impostazione consente di superare una delle costanti ormai  più problematiche nei contesti tropicali: la coincidenza automatica tra stagione delle piogge e stagione agricola. Quando questa relazione, un tempo benefica, si rompe, come sempre più spesso accade, il margine di errore diventa critico.

Accra, marzo 2026. Leonardo Caproni e alcuni ricercatori durante il workshop su Aquabeher. | Foto: ©Marta Abbà
Accra, marzo 2026. Leonardo Caproni e alcuni ricercatori durante il workshop su Aquabeher. | Foto: ©Marta Abbà
Accra, marzo 2026. Leonardo Caproni e alcuni ricercatori durante il workshop su Aquabeher. | Foto: ©Marta Abbà

L’idea di una piattaforma di questo tipo nasce da un’esigenza osservata sul campo, non da un’ipotesi teorica. Il modello prende avvio durante attività di ricerca in Mozambico, dove l’incertezza sull’inizio della stagione delle piogge emerge come vincolo centrale per l’agricoltura. “Durante il lavoro in comunità agricole locali è emerso chiaramente che uno dei principali fattori limitanti era proprio l’incertezza sull’inizio delle piogge”, racconta il ricercatore di genetica agraria Leonardo Caproni.

Da qui si sviluppa un sistema progettato per funzionare anche in condizioni di scarsità di informazioni: pochi dati a terra, forte dipendenza da osservazioni satellitari, necessità di modelli semplici ma solidi. Il modello viene poi adattato al contesto del Ghana all’interno di ESATRE, mantenendo questa logica: strumenti leggeri, accessibili, costruiti per operare anche in ambienti con dati limitati e forte variabilità climatica.

La sua dimensione operativa emerge chiaramente durante il workshop organizzato dalla Scuola Sant’Anna di Pisa lo scorso marzo ad Accra, rivolto a studenti e giovani ricercatori dell’University of Ghana, in collaborazione con il Ghana Meteorological Agency. Qui AquaBEHER viene utilizzato su dati reali: simulazioni di semina, analisi dell’umidità del suolo, valutazione di scenari climatici. Gli studenti non si limitano a usare lo strumento, ma lo mettono alla prova, lo discutono, lo reinterpretano e provano a capire come integrarlo nelle loro attività presenti e future. Si allenano per diventare i futuri mediatori tra dati e decisioni locali.

Su questa base il progetto si estende oltre l’agricoltura. Nel nord del Ghana, la pressione su acqua e pascoli incide direttamente sui rapporti tra agricoltori e pastori. La transumanza, resa più incerta dalla variabilità climatica, aumenta il rischio di sovrapposizione nell’uso delle risorse. ESATRE integra quindi moduli per poter stimare con AquaBEHER anche la biomassa nei pascoli e supportare la pianificazione degli spostamenti.

“Abbiamo deciso di lavorare anche su questo aspetto perché nei paesi costieri dell’Africa occidentale è un settore poco considerato, sia in termini di progetti sia di finanziamenti”osserva la ricercatrice antropologa Martha Populin, “Eppure è una componente importante della dieta”.

Mercy Macharian dell'Institute of Plant Sciences in Mozambico, durante estrazione di DNA da una collezione nazionale di riso. | Foto: ©Leonardo Caproni
Mercy Macharian dell'Institute of Plant Sciences in Mozambico, durante estrazione di DNA da una collezione nazionale di riso. | Foto: ©Leonardo Caproni
Robel Takele Miteku, lo sviluppatore di Aquabeher. Foto: ©Marta Abbà
Accra. Robel Takele Miteku, lo sviluppatore di Aquabeher. Foto: ©Marta Abbà

L’introduzione di queste informazioni apre una questione immediata di gestione. “La governance va progettata con attenzione”,avverte Populin. “Se mal gestite queste informazioni possono far sì che si concentrino troppe mandrie nello stesso luogo, con danni ai campi e nuove tensioni. Se ben gestite possono contribuire a una migliore gestione delle dinamiche di stabilità del paese”. 

“Non è solo un problema agricolo. È un problema sociale e politico”, aggiunge Caproni. “Quando le risorse sono limitate, aumentano le tensioni”.

AfricaConnect e la cooperazione come problema politico

ESATRE è parte di un’iniziativa chiamata AfricaConnect, nata in seno alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa nel luglio 2021 per coordinare le attività di ricerca e formazione che diversi gruppi svolgono in Africa da oltre dieci anni. È una risposta alla frammentazione della ricerca: numerosi progetti attivi sul continente africano, ma spesso poco coordinati tra loro. L’obiettivo è renderli più visibili, favorire sinergie e rafforzarne l’impatto complessivo.

Ma non è solo ottimizzazione e nemmeno un cappello sotto cui mettere tutti i progetti collegati in qualche modo con il continente africano. È un approccio trasversale e collaborativo che si prova a perpetuare progetto dopo progetto per scommettere su una tipologia di collaborazione scientifica sistematicamente diversa.

Luca Raineri spiega in che senso, attingendo dalla sua esperienza ultradecennale in Africa come ricercatore in relazioni internazionali e studi di sicurezza alla Scuola superiore Sant’Anna nell’ambito delle scienze politiche e delle relazioni internazionali, con una particolare attenzione alle dinamiche di conflitto nel Sahel. 

Accra. Il campus dell’University of Ghana, dove studiano i giovani che hanno partecipato al workshop e che applicheranno Aquabeher nei loro progetti. | Foto: ©Marta Abbà
Accra. Il campus dell’University of Ghana, dove studiano i giovani che hanno partecipato al workshop e che applicheranno Aquabeher nei loro progetti. | Foto: ©Marta Abbà

“Ci siamo accorti che è utile far convergere negli stessi progetti strumenti più eterogenei per avere una visione più globale delle origini di questi conflitti”, racconta Raineri, “e anche immaginare alcune piste di soluzione”.  All’interno di AfricaConnect, infatti, le attività di ricerca si concentrano spesso su problematiche che intrecciano fattori politici, sociali e ambientali e richiedono una integrazione di punti di vista per poter interpretare correttamente fenomeni che non possono essere letti in modo isolato o settoriale.

“Anni di ricerca sul continente africano suggeriscono la necessità di mettere in relazione competenze e linguaggi disciplinari differenti”, aggiunge Raineri. “In particolare, il cambiamento climatico rappresenta uno degli ambiti in cui la collaborazione tra scienze sociali e scienze naturali è necessaria in modo più evidente e immediato per capire a fondo le situazioni”. 

Questo tipo di approccio, tuttavia, non è privo di difficoltà. Le prime emergono all’interno dello stesso mondo della ricerca. L’integrazione tra discipline diverse, pur essendo sempre più evocata, resta complessa da realizzare nella pratica. “È molto difficile trovare degli sbocchi ad una stessa ricerca che siano davvero premianti nel breve termine per tutti”, osserva Raineri. I sistemi di valutazione, le carriere accademiche e le strutture di finanziamento continuano a premiare percorsi fortemente settoriali, rendendo più difficile sostenere nel tempo progetti che richiedono collaborazione tra ambiti diversi.

Le sfide, però, non sono solo interne all’accademia. Costruire partenariati autentici con istituzioni africane significa fare i conti con asimmetrie strutturali difficili da ignorare. Raineri racconta che “i ricercatori africani più preparati vengono spesso reclutati da università europee o americane. Le istituzioni locali mancano talvolta di uffici relazioni internazionali, numeri di registrazione, strutture tecniche adeguate e si rischia di riprodurre una divisione del lavoro seguendo un’implicita gerarchia in cui i colleghi africani sono quelli che fanno raccolta dati e noi siamo quelli che elaborano teoricamente.”

C’è poi la questione del posizionamento politico. Chi arriva dall’Europa – e soprattutto dall’Italia, in un momento in cui il Piano Mattei ha alzato l’attenzione strategica verso il continente – viene spesso letto dalle controparti africane come un portatore di interessi politici o economici, non come un ricercatore indipendente. “Non siamo i rappresentanti del ministero degli esteri, non siamo un veicolo della politica estera italiana”, chiarisce Raineri.

Ma farlo capire non è scontato, specialmente su temi sensibili come sicurezza, risorse naturali o dati genetici delle piante – tutti argomenti che possono collidere con un senso di sovranità e di controllo sui propri asset. “Quando si tratta di ricerche anche su tematiche sensibili – i conflitti, la sicurezza, ma anche la sicurezza energetica o il DNA delle piante – sono tutte questioni che possono collidere con un senso di sovranità, di protezione dei dati, di sovranità digitale nel territorio.”

In questo quadro complicato, secondo Raineri la cooperazione scientifica resta però uno degli spazi più vitali del dialogo tra Europa e Africa. Mentre le relazioni diplomatiche tra Unione europea e Unione africana attraversano una fase di forte difficoltà, l’ambito universitario e della ricerca mantiene una convergenza di interessi e di visioni che altrove si è incrinata.

Non mancano le crepe: i visti negati agli studenti Erasmus, le asimmetrie strutturali tra istituzioni, la fatica quotidiana di far funzionare collaborazioni che sulla carta sembrano ovvie. Ma è proprio lì, in quei punti di attrito, che si misura quanto la parità tra ricercatori sia ancora un cantiere aperto e quanto sia impegnativo ma anche fondamentale far sì che i lavori procedano.

Ti piace quello che facciamo?

Contribuisci a far vivere un giornalismo europeo e multilingue, in accesso libero e senza pubblicità. La tua donazione, puntuale o regolare, garantisce l’indipendenza della nostra redazione. Grazie!

Sei un media, un'azienda o un'organizzazione? Dai un'occhiata ai nostri servizi di traduzione ed editoriale multilingue.

Sostieni un giornalismo europeo senza frontiere

Fai una donazione per rafforzare la nostra indipendenza

Sullo stesso argomento