Precarietà, stress, burnout mettono a rischio le condizioni di lavoro dei giornalisti (e della democrazia)

Il quadro è lo stesso in tutta Europa: giornaliste e giornalisti lavorano in condizioni di precarietà. In un settore che valorizza la passione e l’impegno personale, spesso a scapito della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, come si può tutelare la stampa, pilastro della democrazia?

Pubblicato il 7 Ottobre 2026

“Il settore dei media è sotto attacco” e questo ha delle ripercussioni per i lavoratori e le lavoratrici del settore, esordisce Rebecca Bonello Ghio, Projects and Policy Officer alla Federazione europea dei giornalisti (Efj), organizzazione che raggruppa diversi sindacati di giornalisti in Europa e che rappresenta “oltre 296mila giornalisti, in 75 organizzazioni su 44 paesi”. 

“L'Efj osserva con preoccupazione il numero di licenziamenti che continuano a verificarsi, anche nei media di servizio pubblico” perché oggi “vediamo nei paesi occidentali gli stessi fenomeni che abbiamo visto in altri paesi ‘meno sviluppati’ o che non hanno una cultura così forte a sostegno del giornalismo”, aggiunge Bonello Ghio 

Quali fenomeni? La concentrazione dei media, le nuove tecnologie, il "fatto che la Direttiva sul diritto d'autore non copre i contenuti utilizzati per addestrare i sistemi di intelligenza artificiale e cio’ sta causando una notevole perdita di entrate ai giornalisti”, o ancora la crisi dei servizi pubblici di informazione. 

I rapporti Reporter senza frontiere lo dimostrano: in tutta Europa si moltiplicano gli allarmi, dalla Germania, alla Francia, dalla Repubblica Ceca all’Italia, passando da Polonia e Lituania. 

“È difficile parlare a nome di tutti i ‘giornalisti’”, aggiunge Bonello Ghio, ma “stando alle conversazioni che abbiamo avuto all’EFJ, la questione su cui si concentrano le maggiori preoccupazioni è quella finanziaria”. Preoccupazione comune a freelance e giornalisti assunti, anche se con risvolti diversi: “In Europa i giornalisti guadagno meno e questo li sta danneggiando”.  

A questo si aggiungono i conflitti che aumentano sul continente, nei quali dei giornalisti rimangono uccisi e che contribuiscono alla pressione alla quale sono sottoposti, così come le minacce on line.  

Quanto guadagnano i giornalisti? 

La retribuzione oscilla  tra i 70 e i 200 euro per un articolo in Bulgaria, tra i 200 e i 250 in Croazia, tra i 25 e i 125 in Polonia, tra i 50 e i 130 in Italia, attorno ai 100 in Albania. Queste tariffe emergono da discussioni con freelance o rappresentanti dei giornalisti svolte nell’ambito di un'inchiesta di Voxeurop in collaborazione con il progetto Pulse. 

In Italia “sei giornalisti su dieci guadagnano meno di 35mila euro lordi l’anno” scrive La Via Libera (dati Ingp, Rapporto sulle dinamiche occupazionali nel settore giornalistico) e “quasi la metà dei giornalisti freelance – che spesso sono collaboratori precari o a partita iva – guadagnano meno di 5mila euro all’anno, e l’80 per cento non guadagna oltre 20mila euro”. 

“Non solo il giornalismo in Italia è sempre più povero e più anziano, ma è anche più precario. La precarietà è il più grande bavaglio alla libertà e all'indipendenza dell'informazione e all'articolo 21 della Costituzione” che ne garantisce il diritto, dice Alessandra Costante della Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi, il più grande sindacato giornalisti, che contava 16mila iscritti nel 2023). 

Non va meglio in Spagna, dove ci sono quotidiani nazionali che pagano tra i 35 e i 40 euro ad articolo, come racconta questa discussione su X.  Secondo Ana Martínez, del sindacato Comisiones Obreras (Ccoo): “L'insicurezza lavorativa è la caratteristica principale dei lavoratori dei media in Spagna. Dalla crisi economica del 2008, giornalisti, cameraman, fotografi e personale tecnico legato ai servizi di informazione hanno perso tra il 25 e il 30 per cento del potere d'acquisto: gli stipendi non sono aumentati allo stesso ritmo dell'inflazione”.

Giornalista freelance o lavoro forzato?

Uno strumento importante da questo punto di vista è il sondaggio realizzato dal progetto TakTak in collaborazione con Display Europe. Oltre la metà degli intervistati (il 52 per cento) sono liberi professionisti o lavorano con contratti non di lavoro dipendente, dichiarano retribuzioni basse, mancanza di benefici sociali e instabilità finanziaria. Il 60 per cento degli intervistati ha vissuto un'esperienza di burnout; mentre il 62 per cento è costretto a integrare il proprio reddito con altri tipi di lavoro per arrivare a fine mese.

Dal sondaggio emergono “situazioni di lavoro completamente precarie, dove la preoccupazione maggiore dei giornalisti è il reddito basso, in aggiunta al fatto che non è un reddito stabile. Il tutto si innesta sulle difficoltà di avere un buon equilibrio vita privata e vita lavorativa”, mi racconta Irene Caselli, che ha lavorato al report quando era senior editor a Worldcrunch, media che ha fondato TakTak.

Caselli parla di “forced lancing” invece di “freelancing” perché, fare il freelance “è la scelta di chi non ha scelta, perché le testate non ti danno altre opzioni”. È importante parlare del rischio “di un giornalismo precarizzato, delle condizioni di lavoro, del fatto che spesso chi fa il giornalista deve fare anche il Pr e questo apre potenzialmente anche a una serie di conflitti di interesse”. 

Caselli, aggiunge un tassello importante alla discussione, quello della precarietà dei modelli economici. Il sostegno attraverso le donazioni e gli abbonamenti non basta: “È difficile pensare che i lettori siano i soli a pagare per le notizie perché il rischio è che paghino solo per quelle che vogliono leggere, guardare o ascoltare, senza contare che paga solo chi può pagare”. Per questo, “credo che ci sia anche un ruolo per lo stato e la necessità di broadcaster pubblici e apartitici”. 

Il sondaggio TakTak è particolarmente rilevante perché è il primo sui giornalisti freelance in Europa dopo un rapporto del 2015 della Federazione europea dei giornalisti. 

Resta che è davvero complicato fare un discorso a livello europeo coerente sulle tariffe e i contratti perché non c’è una regolamentazione unica, né tariffe condivise, né organi di controllo a livello europeo, a volte nemmeno interni ai diversi paesi. La constatazione è che la stampa non se la passi bene, non solo per la crisi strutturale che colpisce l’industria, ma perché i lavoratori e le lavoratrici che la fanno sono nelle stesse condizioni. 

Ma come abbordare la questione del malessere dei giornalisti dal loro stesso punto di vista? 

Un possibile taglio è quello della salute mentale. Da questo punto di vista l’EFJ ha prodotto uno studio di grande interesse per tastare il polso della situazione della professione:

Stronger Minds, Stronger Media: Why protecting journalists’ mental health is essential for journalism’s future realizzato insieme a The Self-Investigation.  “La questione della salute mentale è stata in gran parte ignorata fino agli ultimi anni nel settore giornalistico, ma sempre più studi e prove dimostrano che lo stress legato a un ambiente di lavoro altamente competitivo, con un ciclo di notizie 24 ore su 24, nonché la bassa retribuzione e l'insicurezza del lavoro contribuiscono a problemi di salute mentale. Questo porta al burnout, all'abbandono della professione e, nei casi peggiori, al suicidio dei giornalisti”, scrivono gli autori del rapporto. 

Un altro studio, condotto su giornalisti di meno di 30 anni in Francia e in Belgio, da Amandine Degand, Jean-Marie Charon e Maud Moreels pubblicato nel dicembre 2025 evidenzia la stessa constatazione: “i giovani giornalisti intervistati ammettono quasi all'unanimità di prestare molta attenzione al rischio di esaurimento, di essere sottoposti a stress cronico e, in alcuni casi, di aver vissuto un esaurimento professionale”.

Si tratta quindi di un problema strutturale? 

Un’industria “predatoria”

"Considerando i dati storici disponibili (anche se frammentari), le ricerche suggeriscono che le caratteristiche più predatorie dell'industria dei media – carichi di lavoro costantemente elevati, una serie di pratiche organizzative esclusive e comunque problematiche, e una mancanza di reciprocità tra quel che i lavoratori apportano al mestiere e quello che l'industria offre in cambio – non sono un bug, ma una caratteristica di un sistema sostenuto dalla passione dei suoi professionisti”, spiega Mark Deuze, dell'Università di Amsterdam, in What Makes You Happy also Makes You Sick: Mental Health and Well-Being in Media Work. 

Deuze, ex giornalista, è docente di Media Studies. Cosa emerge dalla sua ricerca? Che questa caratteristica “predatoria” non è una novità, ma un aspetto costitutivo di questa industria: “Certo, si puo’ avanzare che tutti i sistemi economici sono in qualche modo predatori: quel che rende peculiare il settore creativo o quello dei media è che ciò che viene sfruttato sono le passioni delle persone. Non solo loro abilità o competenze: quello su cui l'industria si concentra, quello che dice di volere e di premiare sono le passioni delle persone”. 

Sotto questa vernice “si nasconde un profondo sfruttamento del lavoro, la mancanza di professionalità e la mancanza di impegni chiari, sia legali che morali, da parte dei datori di lavoro nei confronti dei dipendenti”.

Nella sua ricerca Deuze ha preso in considerazione il giornalismo e i media come parte del settore creativo (industria culturale, musicale, cinema, gaming), identificando, nelle motivazioni che spingono a lavorarci, così come nella struttura delle aziende, caratteristiche simili. 

Si tratta di lavoratori che mettono al centro non il denaro, ma la passione nel “raccontare storie, di essere liberi di farlo” e, quando si tratta del giornalismo, “di essere parte essenziale di una democrazia sana”. Questo paradosso è particolarmente stridente in “un’industria che urla contro la disinformazione e la cattiva informazione, ma poi si rifiuta di proteggere e prendersi cura adeguatamente dei giornalisti”. 

Se lo sfruttamento non è nuovo, oggi c’è una novità secondo Deuze: “Oggi questi professionisti sono più propensi a parlare, a protestare, a segnalare, a organizzarsi collettivamente”, continua: “La grande differenza è questo cocktail insolitamente pertinente di movimenti sociali globali, come #MeToo e Black Lives Matter, del post pandemia di Covid19, che ha spinto molte testate sia a tagliare i legami con i freelance, sia a controllare i dipendenti e a scoprire che nessuno stava molto bene”. 

Cosa dice l’Europa?

C’è una bozza di strumento legale, mi dice Rebecca Bonello Ghio della Fej: “il primo che abbiamo e che si concentra sui bisogni dei giornalisti sul posto di lavoro”.  Il 23 gennaio 2026, sulla base di una risoluzione del dicembre precedente, il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha infatti adottato un parere importante. 

Il Cese è un organo consultivo dei rappresentanti delle professioni e di altre organizzazioni della società civile istituito con il Trattato di Roma (1957). Le sue sono raccomandazioni, non leggi, e sono indirizzate al consiglio dei ministri, alla Commissione e al Parlamento europei.  Il parere di gennaio, intitolato “I diritti dei giornalisti e dei professionisti dei media in materia di lavoro, come garanzie di indipendenza e di informazione veritiera”, chiede ai governi di “adottare con urgenza misure di protezione contro la crescente insicurezza di cui soffrono i giornalisti e auspica che la legislazione europea sulla libertà dei media sia pienamente applicata”, inoltre, chiede la creazione di un “sostegno indipendente ai media che si aggiunga alle sovvenzioni esistenti per garantire la sostenibilità del settore europeo dei media, e anche per un massiccio aumento dei fondi destinati alla protezione di un ecosistema informativo affidabile". 

A questo si aggiunge l’appello alla Commissione per un “ambizioso programma di misure strategiche e investimenti volti a promuovere posti di lavoro di qualità nel settore dei media”. Il Cese esorta poi i governi a “promuovere il dialogo sociale e la contrattazione collettiva per tutti i giornalisti, compresi i freelance, recependo, se del caso, la direttiva sui salari minimi adeguati”. Infine, ricorda che “I giornalisti sono lavoratori fortemente esposti a stress, burnout, molestie online e sovraccarico digitale”.  

Tornando all’analisi fatta da Mark Deuze, è forse possibile spostare lo sguardo? La precarietà puo’ anche "creare anche un’opportunità, e questa sta  nell'organizzazione collettiva. Non solo tra i giornalisti, ma tra i lavoratori creativi in generale, e tra tutti i lavoratori, che hanno già vissuto tutto questo per molto tempo”. 

Tutta la passione, la gioia e l’idealismo romantico che si mette nel giornalismo, oscura, o forse ignora, il fatto che si tratta di un lavoro. “E il lavoro è intrinsecamente politico. È soggetto alle leggi sul lavoro, alle norme sulle condizioni di lavoro e al dovere di diligenza dei datori di lavoro”. 

Se anche i giornalisti stessi spostano lo sguardo, forse è possibile “non dimenticare che è solo un lavoro, non il loro essere”. Il romanticismo è una cosa bellissima, che va protetta, dice Deuze, ma se si comincia a pensare che fare il giornalista “è ciò che fai, non quello che sei”, forse “puoi criticare meglio ciò che fai”. 

Quanti sono i giornalisti in Europa? 

Quanti sono i giornalisti in Europa? È difficile da quantificare perché la definizione di cosa sia un “giornalista” non è univoca.  Secondo i dati Eurostat in Europa, nel 2023, 868.700 persone erano impiegate come autori, giornalisti e linguisti (fanno parte della stessa categoria statistica): la Germania in testa (237.600 persone), seguita da Francia (92.800), Spagna (74.200), Italia (72.300) e Polonia (69.600). I precedenti dati parlavano di 400mila. 

E questi numeri, in ogni caso, sono difficilmente compatibili con i dati nazionali: a titolo di esempio, in Francia, secondo i dati della Commission de la Carte d’Identité des Journalistes Professionnels (Ccijp) nel 2023 i giornalisti professionisti erano 34.444: questo numero corrisponde quello delle tessere da giornalista rilasciate e/o rinnovate.  In Italia, a gennaio 2024, i giornalisti  iscritti all'Ordine nazionale dei giornalisti erano 94.086 (di cui 26.086 cosiddetti “professionisti”, ovvero che esercitano in maniera continuata la professione e 68.000 “pubblicisti”, che esercitano in maniera non continuativa) secondo i dati dell’Ordine. 

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