Tra il 12 e il 14 settembre la polizia turca ha condotto un’offensiva coordinata contro organizzazioni e attivisti impegnati nella difesa dei diritti delle persone Lgbt+, colpendo anche diversi spazi comunitari. L’operazione, denominata “La mia famiglia è al sicuro” (dal turco “Ailem Güvende”), ha portato all’arresto di oltre cento persone. Almeno 83 sono state successivamente poste in custodia cautelare, mentre più di 160 risultano coinvolte in procedimenti penali.
Per giustificare i fermi le autorità hanno mosso accuse che spaziano dall’oscenità alla prostituzione, fino al traffico di stupefacenti. L’ondata di arresti è stata accompagnata da un’ampia campagna di censura che ha colpito mezzi di informazione, siti web e canali social riconducibili a organizzazioni e figure di primo piano impegnate nella difesa dei diritti umani e dei diritti Lgbt+. Una stretta che si inserisce nel contesto di una marginalizzazione sistematica della comunità Lgbt+ dai media, dalla cultura e dallo spazio pubblico.
Anche le manifestazioni organizzate per protestare contro gli abusi della polizia si sono concluse con l’arresto di oltre 100 persone, successivamente rilasciate.
Quella in corso rappresenta la più vasta operazione repressiva contro la comunità Lgbt+ mai registrata in Turchia negli ultimi anni e ha scatenato forti reazioni a livello internazionale. L’Unione europea ha espresso la propria posizione “in modo inequivocabile”, come dichiarato una sua portavoce.
“La recente ondata repressiva è estremamente preoccupante: la Turchia deve rispettare i diritti fondamentali, comprese la libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica, anche per la comunità Lgbt+”. Un messaggio che, secondo la portavoce, è stato trasmesso alle autorità turche sia pubblicamente sia attraverso canali diplomatici.
“L’Ue segue la situazione con estrema attenzione”, ha aggiunto, rimarcando come “le autorità turche debbano garantire il rispetto delle garanzie procedurali, assicurare il rilascio di tutte le persone detenute arbitrariamente e ritirare le accuse prive di fondamento”.
“L‘ondata di sdegno internazionale”
La stretta repressiva del governo ha suscitato una forte reazione anche nella società civile internazionale. In un appello congiunto, oltre 450 organizzazioni hanno chiesto la fine della criminalizzazione dei movimenti Lgbt+ e una mobilitazione delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali. I firmatari chiedono il rilascio delle persone ancora detenute, la fine degli assalti, della censura e dell’utilizzo delle attività delle ong in Turchia come presunte prove di attività criminali.
Le organizzazioni chiedono inoltre di “porre fine alla strumentalizzazione delle donne, dei bambini e della ‘famiglia’ per legittimare la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti+ e garantire che le loro organizzazioni possano operare liberamente, in sicurezza e senza intimidazioni”.
“È evidente che le pratiche repressive che fino a qualche anno fa colpivano soprattutto i curdi oggi si sono estese al resto della società” – Ümit Metin
“‘Retata’: non esiste un’altra parola per descrivere quanto sta accadendo”, denuncia in un comunicato la Fédération des Centres LGBTI+ et Centres LGBTQIA+ francese. “Quando si viene arrestati per chi si è o per chi si ama, è la libertà stessa a retrocedere. Il silenzio di oggi rischia di trasformarsi nella paura di domani. Rifiutiamoci di piegarci all’intimidazione, all’omertà e all’oblìo”.
Di fronte alla stretta repressiva, la Federazione sollecita il governo francese a chiarire la propria posizione: “Chiediamo alle istituzioni di condannare pubblicamente questa retata, di esigere spiegazioni dalle autorità turche e di sostenere attivamente le associazioni Lgbti+ e i difensori dei diritti umani che continuano a operare sul campo nonostante le pressioni”.
Anche Ümit Metin, coordinatore generale dell’Assemblea della cittadinanza di origine turca (Acort, Assemblée citoyenne des originaires de Turquie) un’organizzazione che rappresenta parte della comunità turca in Francia, esprime forte preoccupazione per la crescente repressione nei confronti delle persone Lgbt+.
“Dal movimento di protesta del 2013 assistiamo a una volontà sempre più marcata di reprimere, intimidire e controllare la popolazione”, afferma. “È per questo che dal 2015 il Pride di Istanbul è vietato e che le manifestazioni organizzate in occasione dell’8 marzo vengono sistematicamente proibite”.
Secondo Metin, l’Acort osserva con forte apprensione anche il silenzio dell’Europa, condizionato da interessi economici e politici. Il coordinatore punta il dito in particolare contro la mancanza di una presa di posizione da parte della Francia: “Non è una novità. È una dinamica che va avanti dal 2015 e si è consolidata dopo l’accordo migratorio concluso tra l’Ue e la Turchia”.
Oggi l’associazione si aspetta una risposta politica da parte del governo francese, ma anche una politica migratoria adeguata in vista dei possibili flussi in uscita che l’attuale clima repressivo in Turchia potrebbe provocare.
Una deriva autoritaria
La campagna condotta dal governo turco contro le persone Lgbt+ non è una novità. Già nel 2021 il potere aveva invocato la presunta “normalizzazione dell'omosessualità”, come una minaccia per la società e per i valori della famiglia, per giustificare il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul.
Come ricorda Ümit Metin, il Pride di Istanbul è vietato dal 2015 e la società turca continua a essere caratterizzata da profonde discriminazioni nei confronti delle persone Lgbt+. Un clima ostile che il presidente Recep Tayyip Erdoğan contribuisce ad alimentare attraverso continui attacchi contro le minoranze sessuali e di genere.
D’altra parte, la repressione delle persone Lgbt+ accompagna spesso le fasi di instabilità politica e la Turchia non fa eccezione.
“Quando il governo si trova sotto pressione da parte dell’opposizione o dell’opinione pubblica su determinate questioni, utilizza il sentimento anti-Lgbtq+ come difensivo per nascondere i problemi reali, spostare l’attenzione altrove o consolidare il consenso”, spiega il giornalista Yildiz Tar in un’intervista al media turco The Amargi. Tar è anche direttore editoriale di Kaos GL, una delle più importanti e storiche organizzazioni per i diritti Lgbt+ del paese, finita anch’essa nel mirino della recente ondata repressiva.
“La scelta di chiamare l’operazione del 12 settembre ‘La mia famiglia è al sicuro’ è uno degli esempi più evidenti di questa strategia”, osserva. “Non esiste alcun dato, nessuna prova e nessun elemento che dimostri che le persone Lgbtq+ rappresentino una minaccia per la famiglia”.
Secondo Tar, i veri pericoli che gravano sulle famiglie turche sono piuttosto “l’impoverimento diffuso e un sistema fondato sullo sfruttamento”, le cui conseguenze ricadono in modo particolare sulle donne e sui minori.
“Quando il governo si trova sotto pressione da parte dell’opposizione o dell’opinione pubblica su determinate questioni, utilizza il sentimento anti-Lgbtq+ come difensivo per nascondere i problemi reali, spostare l’attenzione altrove o consolidare il consenso” – Yildiz Tar
“Credo che Erdoğan abbia scelto con attenzione il momento e che stia già preparando la propria rielezione”, afferma, riferendosi alle elezioni presidenziali previste nel 2028. Nonostante le promesse formulate in passato, il leader che governa la Turchia da oltre vent’anni starebbe infatti valutando la possibilità di candidarsi per un quarto mandato, stando a quanto riferito da uno dei suoi consiglieri.
Dal 2003 a oggi, Erdoğan, prima come primo ministro e poi come presidente della Repubblica, è stato accusato di aver progressivamente spinto il paese verso forme di governo sempre più autoritarie. Le critiche richiamano episodi come la dura repressione del movimento di protesta del 2013, quando la polizia arrivò anche a utilizzare munizioni vere contro alcuni manifestanti, o le vaste epurazioni seguite al fallito colpo di Stato del 2016.
“È evidente che le pratiche repressive che fino a qualche anno fa colpivano soprattutto i curdi oggi si sono estese al resto della società”, osserva Metin. A suo giudizione, la retorica anti-Lgbt+ promossa dal governo serve innanzitutto a consolidare il consenso dell’elettorato più conservatore in un momento in cui la Turchia resta intrappolata in una profonda crisi economica. Il coordinatore dell’Acort non nasconde il proprio pessimismo: “La repressione continuerà ad aumentare”.
Gli attacchi del governo, tuttavia, non si limitano alla comunità Lgbt+. Anche la giornalista Tuğba Tekerek è stata arrestata e insieme a sette membri dell’organizzazione Kaos GL e posta in custodia cautelare. Al centro del procedimento c’è un articolo da lei redatto. Come spiega in una lettera aperta, le autorità la accusano, senza averne fornito prove, di essere l’amministratrice del profilo Instagram dell’associazione.
La pressione sul mondo dell’informazione, del resto, non è un fenomeno recente in Turchia. Oltre ai professionisti dei media fermati nell’ambito dell’operazione “La mia famiglia è al sicuro”, altre ondate di arresti avevano già colpito giornalisti durante le proteste antigovernative del 2025. Tra il 2016 e il 2026, l’organizzazione Reporter senza frontiere (Rsf) ha registrano 174 casi di giornalisti detenuti nel paese.
Sempre nell’ambito dell’operazione avviata a settembre, la magistratura turca ha inoltre ordinato il blocco dell’accesso a T24, uno dei principali media indipendente d’opposizione del paese, sostenendo che 118 articoli pubblicati nell’ultimo anno potrebbero configurare una forma di “propaganda LGBT”.
Una dinamica che richiama la sempre più ampia repressione che da anni interessa la politica turca, dominata dall’Akp. Il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, considerato da molti il principale rivale politico di Erdoğan, è detenuto da marzo 2025. Dopo una prima condanna a due anni e un mese di reclusione con l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale, il primo cittadino deve oggi rispondere anche di accuse di spionaggio, un reato che potrebbe costargli una pena compresa tra i 15 e i 20 anni di prigione.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto collaborativo PULSE. Hanno contribuito György Folk (EUrologus/HVG, Ungheria) e Lorenzo Ferrari (OBCT, Italia).
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