Simon Regis voxeurop

Spaccata tra aspirazioni europee e influenza del Cremlino, la Romania si appresta – di nuovo – a eleggere un presidente

Le elezioni presidenziali del 4 e 18 maggio vedono scontrarsi le forze europeiste, maggioritarie nell’opinione pubblica, e quelle populiste e filorusse, molto influenti e sostenute da Mosca. In questa intervista lo scrittore e attivista romeno Radu Vancu spiega le origini e le ambizioni di queste ultime e le ragioni del loro successo.

Pubblicato il 29 Aprile 2025

Nonostante l’appartenenza all’Ue dal 2007 e alla Nato dal 2004, era dai tempi della caduta di Ceaușescu, nel 1989, che l’attenzione della comunità internazionale non si focalizzava tanto sulla Romania. La vicenda delle elezioni presidenziali, sullo sfondo della guerra in Ucraina e degli attacchi indiretti all’Unione da parte russa, è ormai considerata un caso pilota e comunica un messaggio molto chiaro: la stabilità della Romania è la stabilità dell’Europa stessa.

L’inatteso primo posto di Călin Georgescu, candidato filorusso di estrema destra, al primo turno del novembre 2024 era stato seguito da un riconteggio dei voti, poi dall’annullamento delle elezioni da parte della Corte Costituzionale, per sospette ingerenze russe. Solo negli ultimi mesi, dopo indagini tardive, Georgescu è stato accusato, tra le altre cose, di false dichiarazioni sui finanziamenti di campagna nonché di aver costituito gruppi fascisti e xenofobi. Al contempo, dopo essersi ricandidato per le elezioni riprogrammate per il 4 e 18 maggio, ne è stato escluso dall’Ufficio Elettorale Centrale e dalla Corte Costituzionale per via delle attività estremiste su cui è tuttora indagato.

Come affronta la Romania il periodo pre-elettorale? Con un presidente ad interim, Ilie Bolojan (Partito nazional-liberale, Pnl), succeduto a Klaus Iohannis, e undici candidati. Tra loro c’è Elena Lasconi, giunta seconda nelle elezioni di novembre. La presidente dell’Unione Salvate la Romania (Usr, liberale) è decisa a sfruttare il risultato ottenuto all’epoca, che la configurava come paladina della democrazia e dell’europeismo. Di recente, però, la stessa Usr, a fronte di sondaggi che stavolta situano Lasconi al 5 per cento, le aveva ritirato il suo sostegno per puntare su Nicușor Dan, il sindaco generale di Bucarest. Lasconi ha poi vinto una causa contro Usr, che ha però stabilito che non potrà utilizzare i fondi di partito per la campagna.

Secondo un sondaggio AtlasIntel pubblicato a metà aprile Dan, oggi indipendente ma già fondatore dell’Usr, si attesterebbe al 21,2 per cento delle intenzioni di voto. È preceduto dal candidato della coalizione di governo europeista (Partito socialdemocratico, Pnl e Unione degli ungheresi di Romania) Crin Antonescu con il 24,7 per cento. Al primo posto c’è George Simion dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni (Aur, populista di destra) che, con il 33,4 per cento, catalizza i voti che sarebbero andati a Georgescu dall’estrema destra. Quest’ultima rappresenta oggi un terzo del parlamento e comprende il Partito dei Giovani di Anamaria Gavrilă e S.O.S. Romania dell’europarlamentare Diana Șoșoaca. Quarto l’indipendente Victor Ponta (9,7 per cento delle intenzioni di voto), ex premier socialdemocratico, che ha impostato una campagna populista in stile trumpiano.

Radu Vancu

La società civile ha giocato un ruolo importante nelle manifestazioni che hanno seguito l’annullamento del primo turno delle presidenziali, sia del campo europeista che in quello populista. Ne parliamo con lo scrittore romeno Radu Vancu, docente di letteratura all’Università di Sibiu e attivista nato nel 1978. Vancu è autore del Manifesto per l’Europa presentato il 15 marzo scorso. Membro del Gruppo per il Dialogo Sociale, un’organizzazione storica di ex dissidenti del regime comunista, Vancu era stato protagonista delle proteste del 2017-18 contro le scellerate riforme della giustizia dell’allora governo socialdemocratico, animando il movimento Vă vedem din Sibiu (“Vi vediamo da Sibiu”) che dalla città transilvana si era diffuso nel resto del paese.


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Voxeurop: Cosa ha pensato quando ha visto Georgescu al primo posto, il 24 novembre scorso?

Radu Vancu: Quella notte la Romania non ha dormito. Aggiornavamo di continuo il sito delle percentuali di voto, in un’atmosfera surreale. Per due terzi di noi era uno sconosciuto spuntato dal nulla, un personaggio comunque marginale. Cercando informazioni abbiamo visto le sue dichiarazioni filorusse, anti-Ue e anti-Nato che ricordavano [il ministro degli esteri russo] Sergej Lavrov, [il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo] Dmitrij Medvedev o lo stesso Vladimir Putin; mettevano in dubbio la natura dell’Ue e il suo sistema di valori, proponendo che la Romania entrasse a far parte del grande “mondo russo”, il Russkij Mir. Avevamo la sensazione che il paese venisse preso in ostaggio senza che ne avessimo avuto la minima avvisaglia, visto che secondo tutte le statistiche la Romania è decisamente filoeuropea. Se chiedi alla gente cosa pensa dell’Ue, la maggior parte risponderà positivamente. Eppure molti connazionali hanno votato un candidato filorusso. È stupefacente. 

C’era da aspettarselo? Negli ultimi anni l’estrema destra è cresciuta anche in Romania.

Sì, secondo una tendenza comune a Europa e Stati Uniti. Ma dopo la vicenda delle elezioni in Moldova del 20 ottobre scorso pensavamo di aver fermato l’evidente investimento di Putin nei partiti estremisti. Noi romeni, come i moldavi, conosciamo bene il pericolo russo; eravamo convinti di poter controllare queste forze che pesavano circa il 20 per cento in termini elettorali. Invece ci siamo ritrovati con un candidato filorusso e il 35 per cento [dei seggi del] parlamento in mano a partiti di estrema destra, due dei quali rivendicano un legame diretto con il fascismo. Un incubo durato due settimane in cui nessuno riusciva più a condurre una vita normale, sentivamo di essere entrati in una vera guerra con la Russia, pur se ibrida.

La nostalgia del fascismo è all’origine del fenomeno Georgescu?

Lo stato romeno non applica una legge in vigore già dal 2002 contro l’apologia del legionarismo, della Guardia di Ferro [un’organizzazione paramilitare attiva dal 1927 al 1941], del maresciallo Antonescu e di Corneliu Zelea Codreanu, fondatori dell’estrema destra in Romania e responsabili della Shoah nel paese. Così facendo ha incoraggiato questi movimenti divenuti sempre più visibili nella società e nella politica. Dopo le elezioni di novembre, Diana Șoșoaca ha partecipato insieme a un prete ortodosso a una commemorazione pubblica per Zelea Codreanu a Tâncăbești, vicino Bucarest, dove è sepolto. Lo ha fatto in diretta Facebook, quindi cercando di normalizzare la presenza del fascismo nella vita pubblica. Vedendosi “vincitori” [questi movimenti] hanno ritenuto che fosse tempo di rendere pubblico il loro programma di rifascistizzazione. Per questo siamo scesi in piazza, non per chiedere l’annullamento del risultato di un processo democratico. I partiti filoeuropei avevano ottenuto i due terzi dei seggi in parlamento; chiedevamo dunque che rinunciassero alle lotte interne per creare un’alleanza europeista, un cordone sanitario per salvare la Romania europea. La pressione della società civile e gli interventi sulla stampa sono serviti: i partiti hanno formato una coalizione, individuando un candidato unico europeista per le presidenziali.

I sostenitori di Georgescu si dicono pacifisti, per la famiglia tradizionale e la neutralità in Ucraina. Esistono forse due Romanie?

C’è una Romania europeista che da un lato vede i difetti della classe politica, dall’altro l’enorme progresso compiuto da quando siamo nell’Ue. Basti pensare che nel 2000 il tasso di convergenza dei nostri stipendi con l’Ue era del 26 per cento, oggi intorno all’80 per cento. Le disuguaglianze sono rimaste quasi invariate e secondo dati Ue l’estrema povertà è calata del 7 per cento. Nonostante il cinismo della classe politica, da sanzionare, la Romania europeista è convinta che bisogna restare nell’Unione, l’unico modo per correggere gli errori di percorso di questi 18 anni di integrazione.

La seconda Romania è in parte filorussa, in parte filofascista, in parte antisistema, no-vax, antiscientista. I sostenitori di Georgescu vedono i difetti strutturali del paese e chiedono un reset del sistema, accettando il rischio di allontanarsi dall’Europa. Qui è la differenza: per noi il cambiamento può avvenire solo nell’Ue, la nostra appartenenza all’Unione non è negoziabile. Georgescu ha aggregato diversi frammenti di Romania, unificandoli grazie all’utilizzo malevolo e illegale di TikTok e altri social media. Georgescu non ha identificato i suoi video come “pubblicità elettorale”, pertanto la piattaforma non ha ridotto la sua visibilità come quella di altri e lui ha inondato la rete. È uno dei motivi dell’annullamento [del primo turno]: non ha agito secondo le regole, pertanto la competizione doveva ripetersi in condizioni di correttezza.

Perché TikTok e non la stampa o la televisione?

Gli algoritmi di TikTok sono molto aggressivi nel prendere di mira gli utenti, la televisione no. Se guardi un video di Georgescu inviato da amici, nelle ore successive ne riceverai a migliaia. I canali TV assegnano ai candidati lo stesso tempo di parola, tutti concorrono alla pari. TikTok e i social non sono democratici, lo impariamo sulla nostra pelle. Sono modellati sull’individuo e strumentalizzabili da attori malevoli. È un problema comune a Europa e Stati Uniti, dove Joe Biden aveva adottato una legge per regolamentare TikTok. Si cerca di farlo anche nell’Ue, l’Irlanda ha già un dispositivo. Dobbiamo rendere più democratici l’algoritmo e la cultura digitale, al momento non lo sono. È una delle grandi sfide delle società democratiche, pena la loro dissoluzione, essendo facilmente manipolabili dalle reti. Con poche risorse si può destabilizzare un paese come la Romania e far tremare il resto dell’Europa, che guarda a noi come a un caso pilota.

La Romania è apparsa uno stato fragile soggetto alle influenze di uno stato estero.

Non tutti i documenti dei servizi di sicurezza sono stati desecretati, ma secondo il rapporto del Consiglio supremo di difesa (Csat), le elezioni sono state influenzate da un attore statale esterno. Domanda: il paese ha le risorse per organizzare elezioni corrette a maggio? I servizi segreti, l’Autorità elettorale permanente e le altre istituzioni sono abbastanza mature e solide da organizzarle in condizioni di sicurezza? Attendiamo con ansia, sperando che gli estremisti non trovino spazio.


“Ci domandiamo se la Romania ha sufficienti risorse per resistere come democrazia europea” – Radu Vancu


Le autorità sono intervenute in ritardo?

C’è stata un’evidente esitazione. Il lunedì dopo  il primo turno delle elezioni l’amministrazione presidenziale ha dichiarato che non c’erano state interferenze. Ma tre giorni dopo il comunicato del Csat diceva il contrario. Forse in quei giorni la Romania ha ricevuto informazioni dagli alleati strategici (la Nato), realizzando l’ampiezza dell’operazione di manipolazione elettorale. Se da una parte è bene aver bloccato un processo falsato, dall’altra è venuta meno la fiducia dei cittadini nello stato, poiché per giorni nessuna istituzione sembrava fare il proprio dovere o avere la forza di fermare la guerra ibrida. Poi, c’è stato l’annullamento e l’indagine della Direzione nazionale anticorruzione (Dna) sul partito di Șoșoaca, seguita dall’arresto di esponenti del gruppo legionario di Georgescu. Lo stato ha dimostrato di avere gli anticorpi, ma senza la reazione di alleati e manifestanti sarebbe sopravvissuto? E se lo avessimo lasciato solo in mano ai politici? Ci domandiamo se la Romania ha sufficienti risorse per resistere come democrazia europea. Finché non vedremo un presidente, un parlamento e un governo europeisti, non potremo tirare un sospiro di sollievo. Dovremo investire molto nell’istruzione. Una legge del 2011 assegna a questo settore il 6 per cento del bilancio, ma ogni anno se ne stanzia la metà. Un sistema educativo senza fondi non crea cittadini consapevoli. Bisogna poi puntare su storia, letteratura, sociologia, educazione civica. Nel mondo c’è un grande focus sulle materie scientifiche e tecnologiche, ma si trascura la formazione umanista senza cui una società non può funzionare. In tal modo i cittadini capiranno perché l’estremismo è inaccettabile e genera crimini di massa, discriminazione, negazione dei diritti, e mondi che pensavamo tramontati per sempre, convinti che fossero incidenti della storia.

La Romania è stata già esposta all’influenza russa?

Per secoli. Nel 1812 la metà del Principato di Moldova divenne un governatorato russo, la Bessarabia. La Romania la recuperò dal 1918 al 1940, poi fu reintegrata nell’URSS. Oggi è uno stato autonomo, la Repubblica Moldova, che grazie a Maia Sandu, presidente straordinaria, si sta integrando nell’Ue. Ma c’è anche l’esperienza del XX secolo. Il regime comunista romeno (1947-1989), imposto da Mosca con i carri armati, è stato tra i più repressivi della storia. L’esperienza russa è stata abbastanza traumatica da non volerla ripetere. Per questo sorprende il successo di Georgescu. Ma costui è riuscito a occultare l’aspetto filorusso, disseminandolo negli altri argomenti con cui ha coagulato l’elettorato.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia continuerà su questa strada?

La Russia fa esattamente quanto era previsto. Era chiaro che sarebbe stata solo la prima fase dell’aggressione non dichiarata all’Ue e che Putin avrebbe continuato nel tentativo di indebolirla. Guardiamo cosa ha fatto in Georgia e cosa cerca di fare in Austria, Ungheria, Francia, Germania, dove ha forti legami con i partiti estremisti giunti al potere o vicini a farlo. Il caso romeno è un avvertimento per l’Europa. La natura invasiva ed efficiente dei social è un’arma in mano a Putin in una guerra informatica che è solo l’interfaccia di quella reale.

La mobilitazione civica del 2017-2018 fu un’esperienza utile?

Sì, perché arrestò il piano illiberale di Liviu Dragnea, poi finito in prigione, e risvegliò il nostro senso civico. Altrimenti avremmo avuto un autocrate. Parte dei cittadini scesi in piazza dopo il primo turno delle presidenziali aveva partecipato a quelle proteste. Chi ha votato Georgescu rivendica il diritto di protestare come noi allora. Certo, siamo in democrazia, ma le nostre mobilitazioni antisistema intendevano mantenere la Romania in Europa, non strapparla via. A volte si è così nauseati dal cinismo dei politici che, votandogli contro, si vota contro la democrazia. Se si utilizza la rabbia per migliorare il sistema dall’interno, allora l’Ue diventerà una comunità politica e sociale migliore. Altrimenti ne verrà fuori qualcosa di molto peggiore.

Che aspetto avrà la società romena dopo le elezioni?

Se dopo le elezioni di maggio avremo un presidente europeista, tutto questo male sarà servito. Durante le crisi la società civile reagisce e i politici acquisiscono lucidità. Pur con tutti gli errori passati, hanno tenuto ferma la barra e le istituzioni hanno agito, in extremis ma quanto basta per mantenere la Romania in Europa. Si è trattato di un Blitzkrieg ben concepito che ci ha lasciato tramortiti. Ma il paese è riuscito a riprendersi e, dopo una prima sconfitta, a non finire sotto l’influenza del Cremlino.

Quale ruolo per gli intellettuali?

Le istituzioni culturali dovrebbero essere in prima linea nel processo di europeizzazione della Romania, ma sono state poco attive o complici dello scivolamento a destra. Georgescu e personaggi simili sono stati invitati più volte all’Accademia Romena, il cui presidente [Ioan-Aurel Pop] è uno storico la cui narrazione è, per molti versi, simile alla sua. È un grande problema. La Chiesa ortodossa romena ha tollerato troppo a lungo esponenti simili, esortando i fedeli a votare per Georgescu durante le messe. Pur se tardi, queste due istituzioni hanno poi preso le distanze pubblicamente da lui. Vorrei che d’ora in poi abbracciassero con decisione l’europeismo. Pur non rappresentando istituzioni, scrittori come Mircea Cărtărescu, attori, musicisti, artisti, hanno preso posizione dimostrando che esiste una Romania europea. Lo stato deve però fare la sua parte, senza attendere che la società civile faccia pressione – è stancante. Continueremo a farlo se necessario. Ma vorrei istituzioni all’altezza della comunità in cui siamo integrati da quasi vent’anni. 

🤝 Questo articolo è pubblicato nell'ambito del progetto collaborativo Come Together

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