Berlino, boheme low cost

Dopo la caduta del muro nel 1989, Berlino ha travolto tutte le frontiere. Nuove forme d'arte e di vita si sono sviluppate sulle macerie del passato. Reportage dalla città più libera d'Europa.

Pubblicato il 9 Novembre 2009 alle 18:12
Galleria d'arte sulla Markgrafenstrasse, Berlino. Aguno/Flickr

Schönhauser Allee, davanti al White Trash, uno dei posti più decadenti della città, dove diversi strati di Berlino si sovrappongono: a Parigi o a Londra si sarebbe ripartiti da zero. "Benvenuti a Berlino", ci dice divertito il padrone del posto, Walter "Wally" Potts. "Questa città è l'ultimo posto per divertirsi in Europa. Tutti i sabati vedo gente arrivare da ogni luogo, alcuni non prendono neanche una camera d'albergo, passano la notte nei bar o nelle discoteche e tornano a casa senza aver dormito", dice Wally. Berlino ha dato un nome a questi turisti: "easyjeters", dal nome della compagnia aerea che organizza il viaggio verso questo nuovo sogno europeo notturno.

Domenica, mezzogiorno. La città vive al rallentatore. Nel verde quartiere di Treptow, vicino all'Arena (un'immensa sala da concerto), c'è un mercato delle pulci permanente. Ci si trova di tutto: cartelloni dei prezzi da fast-food, telecomandi di ogni epoca, giubbotti di pelle, elettrodomestici, stivali di gomma, un numero della rivista Max del 1992 con in copertina Nena, la cantante di 99 Lüftballons.

Niente radical chic

Anche se i prezzi sono molto bassi, ogni prodotto è contrattato a lungo. L'atmosfera è tutt'altro che radical chic: a Berlino molta gente vive con pochi soldi. La città è una delle più povere della Germania, il tasso di disoccupazione raggiunge il 17 per cento e avrebbe sfiorato il 20 per cento in periodo di crisi. A Berlino non c'è un quartiere finanziario, né le sedi delle multinazionali. Dopo la riunificazione solo il potere politico si è insediato nella capitale.

"Nessuna delle grandi imprese tedesche ha sede a Berlino, che non è una città industriale. Ma i berlinesi hanno ereditato dall'est l'arte di arrangiarsi e questo li aiuta a superare molti problemi. Lo spirito di solidarietà che in passato aveva animato Berlino est si è esteso a tutta la città", spiega Yannick Pasquet, giornalista dell'agenzia France Press, che vive a Berlino da dieci anni ed è autore di un recente libro sulla Germania dopo la riunificazione, Le Mur dans les têtes.

Capitale no-profit

Dopo aver subito gli oltraggi del secolo scorso, negli ultimi vent'anni Berlino si è discretamente trasformata in capitale del nuovo secolo. Lontana dallo scintillio di Londra, di New York o di Parigi, la capitale tedesca si sforza dagli anni ottanta di essere una città a dimensione umana. Berlino significa divertimenti che non costano nulla e che non generano profitto, se non il piacere di stare insieme. Ma significa anche scambi di favori: i dj che lavorano nei bar o gli artisti che li decorano spesso sono pagati con consumazioni gratis.

Florian Püehs, 23 enne cantante del gruppo Herpes, comincia ad avere il suo piccolo successo a Berlino: "Berlino è l'unica città della Germania che mi permette di vivere dignitosamente con la mia musica. Oggi i giovani musicisti non vengono più a Berlino perché ci hanno vissuto David Bowie o Lou Reed; vengono perché gli affitti sono bassi e perché ci sono sale prova economiche, e questo vale anche per i pittori e gli scrittori. C'è un ambiente favorevole per l'arte. Ho vissuto a Parigi per qualche mese, ma era impossibile rimanere perché la vita è troppo cara. Berlino però può anche essere pericolosa. Conosco molta gente che è venuta in questa città per creare e alla fine non ha fatto nulla. Berlino è una città che permette di vivere senza obiettivi, una lama a doppio taglio. È una città dalla quale bisogna anche saper andare via".

Come un kibbutz

Nel quartiere industriale di Tempelhof, il progetto Palomar 5 ha la sua sede nei locali di un'ex fabbrica di birra. Palomar 5 è costituita da trenta giovani di tutto il mondo reclutati via Twitter, Facebook e Skype, riuniti a Berlino per immaginare il mondo del lavoro di domani. Diverse nazionalità (francesi, indiani, inglesi, americani, russi), diversi profili: scrittori, giornalisti, hacker, ricercatori universitari, registi, pubblicitari e così via. Matthias Holzmann, 23 anni, è uno degli artefici del progetto. Con cinque amici della sua età, Holzmann ha convinto la Deutsche Telekom a finanziare questo progetto folle per sei settimane.

Vivono in comunità, con il computer portatile sotto braccio, cercando di inventare il lavoro del ventunesimo secolo. Tutti dormono in mini-box individuali e lavorano in uno spazio di oltre 600 metri quadrati degno di un film di Stanley Kubrick. Palomar 5 è una sorta di nuovo kibbutz in stile berlinese. Piccoli geni giunti da tutto il mondo discutono sulle relazioni di lavoro del futuro - in uno spazio che solo la capitale tedesca può offrire. "Non so ancora quali saranno i risultati, né come saranno utilizzati. Berlino è una delle poche città al mondo che permette questo genere di esperienze", afferma Matthias. "Questa città ha spazi da offrire, tollera mentalità diverse e favorisce gli incontri".

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