Inchiesta L’oro sporco d’Europa | Seconda parte
La miniera d'oro di Kumtor, in Kirghizistan | Alexander Shabalin

Come l’oro sporco dell’Asia centrale arriva in Europa col bollino ecosostenibile

Seconda parte della nostra inchiesta sulla miniera di Kumtor in Kirghizistan, dalla quale proviene parte dell’oro usato dai gioiellieri europei. L’impianto è al centro di una contesa tra il governo di Bishkek e la multinazionale canadese Centerra, accusata di non rispettare le norme di protezione dell’ambiente e di distruggere uno dei più importanti ghiacciai della regione.

Pubblicato il 22 Settembre 2021 alle 18:01
La miniera d'oro di Kumtor, in Kirghizistan | Alexander Shabalin

Parte prima: I monti sfregiati del Tian Shan

Mentre, sfregiato dalla miniera di Kumtor, il ventre delle montagne della catena del Tien Shan, tra la Cina e il Kirghizistan, si svuota del suo antico ghiaccio e si riempie di detriti tossici, le banche e le gioiellerie d’Europa continuano ad arricchirsi con l’oro che ne viene estratto. Gli affari proseguono con tanto di certificazione di sostenibilità, sebbene la società mineraria Centerra sia stata condannata dal Tribunale distrettuale di Bishkek (la capitale del Kirghizistan) al risarcimento dei danni ambientali causati dal progetto di estrazione finanziato dalla Banca europea di ricostruzione e sviluppo (Berd). 

La sentenza riporta a galla la vicenda del rilascio dei permessi irregolari che hanno autorizzato la distruzione dei ghiacciai e condotto all’accumulo di rifiuti rocciosi oltre ai limiti consentiti. Questi, a contatto con l’aria, rilasciano sostanze tossiche che, sul lungo periodo, potrebbero risultare difficilmente controllabili e avere effetti catastrofici. Centerra risponde alle accuse sostenendo che l’incapacità del governo kirghizo, che ha provvisoriamente rinazionalizzato la miniera, guasterà gli sforzi compiuti in materia ambientale in oltre dieci anni di gestione privata. Ma, dietro la comunicazione aziendale e gli eco-attestati, qualcosa non torna. 

La spada di Damocle dell’inquinamento

Il rapporto ambientale annuale su Kumtor, pubblicato da Centerra nel 2019, menziona almeno due inquinanti che eccedono gli standard internazionali presenti all’uscita della concessione mineraria, nelle acque del fiume Kumtor: i solfati, il cui livello è appena al di sotto limite previsto dall’Oms per l’acqua potabile (250 mg/l), e l’antimonio che lo supera (con una media annuale di 0,0079 mg/l contro un valore-limite di 0,005 mg/l). Pur essendo relativamente poco dannosi per l’uomo, i solfati, in elevate concentrazioni, sono nocivi per il bestiame. L’antimonio disciolto nell’acqua è invece considerato cancerogeno per i polmoni, secondo diversi studi.

I dati sulla qualità dell'acqua del fiume Kumtor all'uscita della concessione mineraria. | Rapporto ambientale annuale su Kumtor, 2019.

“I solfati  scaturiscono dall’ossidazione delle rocce ferrose che, dissotterrate, reagiscono con l’aria”, spiega l’ingegnere Isakbek Torgoev, ex-direttore dell'Istituto di geomeccanica e delle risorse del sottosuolo all'Accademia nazionale delle scienze del Kirghizistan, “si mescolano con l’acqua di fusione dei ghiacciai e scivolano giù fino al fiume Kumtor”.

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Analizzando le immagini satellitari, Stewart Jamieson, del Dipartimento di geografia dell’Università di Durham, ha scoperto che le rocce di scarto continuano a ricoprire il manto glaciale, in violazione dell’impegno preso da Centerra con la Berd per ottenere il secondo prestito. “Alcuni rifiuti minerari scaricati in cima al pendio sopra il ghiacciaio Lysii tra il 2017 e il 2019 scivolano verso il basso e finiscono per coprire il bordo del ghiacciaio”, afferma.

Già nel 2007 uno studio ad hoc, citato nel rapporto tecnico di Centerra del 2012, avvertiva che “il solfato rilasciato dalle rocce di scarto può rappresentare una minaccia a lungo termine”. A realizzarlo, per conto della società mineraria, è il consulente Golden Associates, che, raccomandava di includere nel piano di chiusura della miniera adeguate azioni di contenimento per evitare successivi degradi. L’allarme viene reiterato nel 2011 dall’organismo di consulenza britannico Environmental Resources Management in uno studio di cui prende conoscenza anche la Berd. Vi si afferma che il solfato nelle acque che ruscellano senza controllo dopo aver lambito le rocce di scarto, combinandosi con quello residuale che filtra dalla discarica, potrebbe contribuire col tempo al superamento della soglia di guardia.

L'antimonio potrebbe rappresentare una minaccia ancora più seria. Il motivo è la progressiva acidificazione del suolo presagita dalla stessa azienda. “L'acidificazione in sé verrà tendenzialmente neutralizzata da agenti naturali (come i carbonati), che potrebbero comunque progressivamente ridursi”, spiega David Chambers, consulente nel settore minerario e Presidente del Center for Science in Public Participation “ma, al tempo stesso,  contribuisce alla dissoluzione dell’antimonio nell’acqua che è difficilmente arrestabile anche tramite interventi umani e che potrebbe originarsi prevalentemente dalle rocce di riporto frammentate, più esposte all’aria aria e alle infiltrazioni, rispetto a quelle compattate nella discarica”.

Secondo lo studio commissionato da Centerra alla società di consulenza canadese CanNot (mai reso pubblico, ma citato nel succitato Rapporto ambientale 2019), la concentrazione dell’antimonio a valle della concessione mineraria è per il momento inferiore al livello di rischio per l’ambiente acquatico, i mammiferi e la salute umana (per la quale l’Oms fissa una soglia di 0,02 mg/l).

Nonostante l’eco-bomba a orologeria innescata dalle modalità irregolari di estrazione e al conseguente colossale accumulo di detriti tossici, l’oro di Kumtor viene certificato come eco-sostenibile dalla London Bullion Market Association, l’organismo che gestisce la borsa mondiale dell’oro.

“Nella sua documentazione, Centerra non fa alcun cenno alla necessità di mitigare l’infiltrazione di antimonio nella fase post-chiusura”, spiega Chambers, secondo il quale “è difficile stimare quale sarà in futuro il livello complessivo degli inquinanti (in particolare, solfati e antimonio) e l’azienda, cui spetta questa valutazione, non ha ancora fornito delle proiezioni”. Centerra mantiene sotto riserbo i piani aggiornati di chiusura, che dovrebbero includere adeguate contromisure e che ha l’obbligo di trasmettere al governo Kirghizo ogni due anni (l’ultimo verrà elaborato entro il 2021).

Rischi sottostimati

Oltre a drenare lentamente, le sostanze chimiche potrebbero contaminare irrimediabilmente il sistema idrico in caso di cataclismi geo-idrologici. Il riscaldamento globale accelera lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost che tengono saldati insieme terreno e rocce, rendendo instabili i depositi di scarto della miniera e soprattutto la morena [l’accumulo di sedimenti, costituito dai detriti rocciosi trasportati da un ghiacciaio, ndr] che racchiude il lago Petrov, formato dalla fusione dell’omonimo ghiacciaio. L’aumento del flusso dell’acqua di fusione fa salire il livello del lago e aumenta la pressione sulla morena che, a sua volta, è indebolita dall’erosione degli strati di ghiaccio che la tengono fissata al suolo. 

Secondo uno studio pubblicato già nel 2009, l’effetto combinato dei due fenomeni rende la morena che trattiene il lago Petrov una di quelle col più elevato rischio di rottura nell’intera catena montuosa del Tien Shan. L’inondazione che deriverebbe dal suo cedimento travolgerebbe la sottostante discarica mineraria, facendone tracimare il bacino contenimento, colmo di residui tossici. “Pompando l’acqua necessaria per le nostre attività estrattive e ampliando il letto dell’emissario del lago, ne riduciamo costantemente il livello e, quando ce ne andremo, lo abbasseremo probabilmente un altro metro o due, per evitare esondazioni”, rassicura Daniel Desjardins, Vice-Presidente di Centerra e Capo delle operazioni in Kirghizistan. 

“La scomparsa accelerata del collante glaciale potrebbe provocare nuove frane”, rincara Lindsay Newland Bowker, Direttore esecutivo del centro di consulenza World Mine Tailings Failures, “non sono a conoscenza di modelli che attestino la capacità delle discariche minerarie di resistere a simile impatti”.  Uno studio del gennaio 2021 dimostra che l’eccessivo accumulo di rocce di riporto sui pendii glaciali ha contribuito a scatenare le frane che, nel 2013, hanno distrutto parte delle infrastrutture della miniera e che, nel 2019, sono costate la vita a due operai.

Zone di monitoraggio ambientale intorno alla miniera. | Rapporto ambientale annuale su Kumtor, 2019.

La catastrofe ambientale che risulterebbe da un qualsiasi evento nella discarica che provochi la fuoriuscita di inquinanti è classificata col massimo indice di gravità dall’Associazione canadese delle industrie minerarie e rappresenterebbe una delle peggiori causate dall’uomo. “Non esiste una soluzione per le enormi forze geologiche innescate dalla fusione glaciale; Kumtor è un disastro in fieri lento ma in accellerazione; è ai primi posti in quel 27 per cento di discariche minerarie sparse nel mondo che richiedono urgenti verifiche da parte di organi specializzati e indipendenti”, spiega Bowker. E aggiunge: “il recente allagamento della cava mineraria con 40 metri d’acqua è indice di un problema più ampio, ma il governo del Kirghizistan ovviamente non è interessato a valutarlo o ad affrontare le conseguenze che potrebbero significare la chiusura della miniera”.

Da noi sollecitata, la Berd minimizza: “Abbiamo inserito Kumtor nella categoria dei progetti a basso rischio ambientale, per i quali basta il generico impegno a rispettare gli standard della Banca”, afferma. Solo per i progetti ad elevato rischio, la Berd richiede studi d’impatto approfonditi, sottoposti a consultazione pubblica, che indichino le condizioni in cui si trovava l’ecosistema prima dell’avvio delle attività e le azioni previste per ridurre i danni a un livello, “per il prestito del 2010 (poi rinnovato nel 2016) abbiamo comunque raccolto studi indipendenti ex ante ed effettuato sopralluoghi ex post rilevando che l’azienda era in ordine rispetto alla contaminazione dell’acqua e alla stabilità della discarica nel sito di Kumtor che comunque era operativo da 15 anni, per cui il suo impatto era da considerarsi immutato”. 

“Kumtor è un disastro in movimento lento ma crescente; è ai primi posti in quel 27 per cento di discariche minerarie sparse nel mondo che richiedono urgenti verifiche da parte di organi specializzati e indipendenti”

Newland Bowker, Direttore esecutivo del World Mine Tailings Failures

La Berd rifiuta di divulgare gli studi, nonostante per statuto aderisca alla Convenzione di Aarhus sull’accesso all’informazione in materia ambientale. Pertanto non è possibile verificare  le valutazioni condotte prima che i fondi fossero erogati. Abbiamo chiesto chiarimenti alla commissione europea che alla Berd rappresenta l’Ue (l’Unione europea, insieme agli stati membri, detiene la maggioranza dei voti nel Consiglio dei direttori della Berd). “Il nostro delegato al Consiglio dei direttori vota tenendo conto delle opinioni del nostro Servizio relazioni internazionali e dei rappresentanti dei 27 governi, per rispettare le priorità dell'Ue nel suo insieme”, ci ha risposto Marta Wieczorek, portavoce della Commissione, “tuttavia, non possiamo commentare gli atti del Consiglio che sono di natura riservata”.

Le fa eco Shirin Wheeler, addetto stampa della Banca europea degli investimenti, anch’essa rappresentata alla Berd: “Tendiamo a essere guidati dai nostri partner Ue su queste decisioni e raramente prendiamo una posizione contraria”. Nella sua risposta all’interrogazione scritta indirizzatagli nel 2005 da alcuni membri del parlamento europeo, l’allora Commissario agli affari economici e finanziari, Joaquín Almunia, aveva risposto: “il progetto ha funzionato bene negli ultimi dieci anni, soddisfacendo tutte le esigenze finanziarie, ambientali, di salute e di sicurezza”.

Parte seconda: nei caveau delle banche e nelle botteghe degli orafi d’Europa

Nonostante l’eco-bomba a orologeria innescata dalle modalità irregolari di estrazione e al conseguente colossale accumulo di detriti tossici, l’oro di Kumtor viene certificato come eco-sostenibile dalla London Bullion Market Association (Lbma), l’organismo che gestisce la borsa mondiale dell’oro. Ne sono membri tutti gli operatori della filiera, le fonderie, gli importatori, le banche, le raffinerie e i produttori di gioielli, quotidianamente coinvolti nel gioco di domanda e offerta.  Chi compra sulla piazza della Lbma è sicuro della provenienza sostenibile dell’oro, cosi come tutti gli acquirenti a valle del primo contraente. 

Ma il sistema è fuorviante. La certificazione si ferma alle fonderie che acquistano  l’oro dalle miniere che, in quanto tali, non vengono monitorate. “Rilasciamo annualmente i nostri certificati sulla base dei rapporti di audit redatti da enti da noi accreditati, ma pagati dalla stessa fonderia che provvede a trasmettere agli auditor la necessaria documentazione, compresa quella relativa a eventuali controlli in loco presso le miniere da cui provengono le materie prime”, spiega Alan Martin, Direttore approvvigionamento responsabile a Lbma. Il certificato di “oro responsabile” rilasciato alla fonderia di stato del Kirghizistan, Kyrgyzaltyn, si basa dunque sulla parola di quest’ultima che a sua volta è azionista di Centerra che detiene il sito minerario. Il conflitto di interessi è lampante. 

“Se fonti indipendenti (media, Ong, ecc.) ci notificano problemi nelle pratiche di approvvigionamento ci impegniamo a valutare la veridicità delle accuse”, continua Martin, “se si dimostrato credibili, coinvolgiamo la fonderia in questione nella mitigazione del rischio e, se il miglioramento risulta insufficiente, nel peggiore dei casi la rimuoviamo dalla nostra lista di fornitori certificati”. Poiché i rapporti di audit sono confidenziali, non è possibile verificare che Kyrgyzaltyn abbia mai informato gli auditor sulle pratiche ambientalmente dannose di Centerra nel sito di Kumtor. Tanto più che il sistema di certificazione della Lbma, introdotto nel 2012, ha incluso la conformità agli standard ambientali solamente dal 2018 e su base volontaria. Diventerà obbligatoria dal 2022, ma limitatamente alle attività della fonderia, continuando a lasciar fuori le miniere da cui provengono le materie prime. 

L’oscura via dell’oro

“L’oro certificato come responsabile viene principalmente acquistato dalla banche che in parte lo conservano sotto forma di lingotti nei loro caveau, proponendoli come strumenti di investimento ai loro clienti, e in parte lo rivendono alle aziende manifatturiere come quelle che producono gioielli”, puntualizza Neil Harby, responsabile buone pratiche alla Lbma. Nell’elenco dei membri dell’Associazione figurano grosse banche internazionali, come UBS, Crédit Suisse, JP Morgan, Morgan Stanley, HSBC, ICBC, Bank of Montreal. Nessuna di loro ha negato o ammesso di acquistare oro dal Kirghizistan, limitandosi a confermare la loro politica di sostenibilità ambientale.

Il certificato di “oro responsabile” rilasciato alla fonderia di stato del Kirghizistan, Kyrgyzaltyn, si basa dunque sulla parola di quest’ultima che a sua volta è azionista di Centerra che detiene il sito minerario. Il conflitto di interessi è lampante. 

Da alcune di queste banche acquista l’oro la multinazionale statunitense Richline, uno dei più grandi produttori mondiali di gioielli all’ingrosso, che a sua volta rifornisce catene di distribuzione presenti anche in Europa. “Chiediamo alle banche da cui acquistiamo l’oro, ad esempio UBS e Bank of Montreal, di spedirlo a raffinerie di nostra scelta, anch’esse certificate dalla Lbma (che si assicura che trattino solo oro da fonti certificate), tra cui l’azienda Valcambi in Italia. Le raffinerie a loro volta riducono i lingotti da 24 carati a 14 carati in modo che possano essere utilizzati nei nostri stabilimenti di produzione”, spiega Mark Hanna, capo servizio marketing a Richline, “spetta alle banche controllare cosa succede nelle fasi a monte della filiera, non chiediamo quale sia la miniera di origine, ma solo che essa sia certificata eticamente”. 

Peccato quindi che i certificati di sostenibilità della Lbma coprono unicamente le fonderie e non anche le miniere.  “Nel 2006 abbiamo cominciato a lavorare sulla trasparenza nella catena del valore dei nostri prodotti, dai siti di estrazione fino ai consumatori”, continua Hanna, “ma abbiamo lasciato perdere perché il sistema di tracciabilità è troppo costoso per i rivenditori, che trovano inoltre difficile comunicarlo ai propri clienti”. Oltre che negli Usa, Richline possiede delle fabbriche di gioielli anche in Europa, tutte concentrate in ​​Italia, benché attualmente sia attivo solo il sito di Arezzo (rilevato nel 2011 dal gruppo orafo italiano Rosato).

Richline rifornisce diversi rivenditori europei, come il gruppo francese Thom che detiene marchi in Francia (Histoire d’Or), Italia (Strolli) e Germania (Orovivo) che hanno punti vendita in molteplici città. Si aggiungono le concorrenti francesi Maty e Devinlec (quest'ultimo appartiene al colosso della distribuzione Leclerc). Oltre a produrre i propri gioielli, Richline crea anche materiali prefabbricati, ad esempio fogli d'oro, fili, tubi e grani di colata, coi quali altri produttori realizzano i loro propri gioielli finiti.

Viste le falle e la segretezza nel sistema di certificazione, i clienti dei negozi di questi gruppi non hanno modo di sapere che parte dell’oro incorporato nei gioielli con cui si adornano proviene da Kumtor. L’impatto ambientale si dissolve dietro la complessa rete di passaggi di consegna.

Regole Ue poco stringenti

Diverse iniziative dell’Unione europea mirano a rendere più trasparente la filiera dell’oro e di altre materie prime usate nell’industria manifatturiera. Ma il loro campo di applicazione sembra escludere casi come quello di Kumtor. Il regolamento adottato nel 2017 istituisce un sistema comune per il monitoraggio dei metalli preziosi provenienti da zone zone di conflitto e ad alto rischio. Gli importatori devono istituire un sistema di tracciabilità della catena di approvvigionamento, identificare i nomi dei loro fornitori a monte (comprese le fonderie) e i siti minerari, adottare azioni correttive (compresa l'interruzione delle importazioni) e divulgare tutte queste informazioni ai propri clienti a valle. 

Le autorità nazionali devono garantire la corretta applicazione del regolamento, anche effettuando "controlli ex post" sui loro importatori. “Il regolamento non fa espressamente riferimento al danno ambientale e la nostra interpretazione è che le tipologie di rischi nella catena di approvvigionamento elencate nelle linee guida dell'Ocse (richiamate nel regolamento) non includano le questioni ambientali”, spiega Kinga Malinowska, ex portavoce della direzione Commercio della commissione europa, “tuttavia, queste questioni possono essere eventualmente considerate, insieme ad altre, nel valutare se una specifica area soddisfa entrambi i criteri (indicati in una Raccomandazione ad hoc della Commissione) che definiscono una zona a rischio, ossia violazioni diffuse e sistematiche del diritto internazionale, oltre che fragili condizioni postbelliche o di governance e sicurezza”.


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