Non era mai andata tanto lontano. Eppure Florence Ubenas aveva l'abitudine di prendere il largo. Essere una reporter significa viaggiare. Nel corso di venti anni di attività in diversi giornali (prima Libération e ora Le Nouvel Observateur) ha visitato periferie difficili, paesi in guerra, commissariati, tribunali e fabbriche in sciopero. Per la sua curiosità ha pagato un prezzo elevato: nel 2005, a Bagdad, è stata sequestrata e tenuta prigioniera insieme alla sua guida irachena. Dalla lunga e difficile prigionia (157 giorni) è uscita con dignità e notorietà.

Questa volta, però, Florence non ha preso l'aereo: non ce n'era bisogno. Caen dista solo due ore da Parigi. Eppure è in questa città che si è sentita più lontana da casa, in termini umani e professionali. In sei mesi Florence Aubenas è diventata “la signora Aubenas”, 48 anni, una lavoratrice generica, una delle tante disoccupate. Giorno dopo giorno si è immersa nella folla informe delle persone in cerca di un impiego, di quelli che vagano da un lavoro a tempo determinato a un'occupazione sottopagata, tutta quella schiera di esseri umani che non trova più un lavoro, ma soltanto impieghi saltuari qui e là, sempre che abbiano la fortuna di trovarli. Quando le è venuta l'idea di tentare questo esperimento, Florence Aubenas ha letto numerosi libri sul processo di immersione, a cominciare da Faccia da turco di Günter Wallraff. Un articolo può cambiare le cose? “Ci dicevano: 'È la crisi, sarà tutto inghiottito', e io, seduta nel mio ufficio, ero disorientata: il mondo reale stava svanendo. Da quando ero entrata nel mondo del lavoro, la crisi era sempre esistita, onnipresente e intangibile al contempo. Non capivo”.

È il desiderio di capire che la porta a Caen, dove si iscrive alle liste di disoccupazione e si mette a cercare un impiego per “raccontare questa Francia che non riesce a riprendersi”: svolgere il proprio lavoro in modo intenso, profondo, chiarificatore. Non avvicinare la gente con un taccuino in mano, ma “farne parte, con tutti i limiti che questo comporta”. Mettersi nella pelle di un disoccupato. “Non tutto può essere descritto a parole. Volevo superare la barriera del discorso”.

Impossibile sopravvivere

Partendo si era ripromessa di restare fin quando non avesse trovato un contratto a tempo determinato. Quattro mesi gli sembravano un tempo ragionevole. Una volta sul campo ha dovuto ricredersi. “Ho impiegato un mese e mezzo a trovare qualcosa”. Un lavoro? No, naturalmente, un pacchetto ridotto di ore, distribuite ai due estremi della giornata, su traghetto della Manica, in un ufficio, in un camping. All'inizio prendeva appunti tutte le sere, poi soltanto a giorni alterni, a causa della fatica. “Più passava il tempo, più gli appunti diventavano un diario. Dopo un mese ho mollato. Avevo perso il controllo e mi accontentavo di sopravvivere”.

Le capitava di pensare alla sua esperienza di ostaggio? No, raramente, ma è probabile che “senza l'esperienza della prigionia non avrei mai avuto la faccia tosta di fare quel che ho fatto”. Sfidare la paura di farsi smascherare, la paura del ridicolo (e quella di passare da “sciacallo”) ma sopratutto “perdere tempo, una materia preziosa per un giornalista”. Il tempo del disoccupato, fatto di attese, di spostamenti interminabili non remunerati, verso luoghi dove si va per fermarsi un'ora. Un tempo che non conosceva prima di finirne invischiata.

Terminato l'esperimento, Florence Aubenas non ha disdetto la stanza in affitto a Caen. È in quello spazio di pochi metri, affittato a 348 euro al mese, che ha scritto una buona parte del suo libro, Le Quai de Ouistreham. Quando si era recata a Caen aveva deciso che se fosse stato necessario avrebbe utilizzato i soldi guadagnati con il libro sul processo Outreau (La Méprise). “Avevo messo da parte quella somma. Mi ero ripromessa di non spenderla.” E aveva fatto bene: in sei mesi di tenace lavoro non era riuscita a guadagnarsi i soldi sufficienti per sopravvivere. Nemmeno modestamente. (sv)