Dati alla mano Emissioni di CO2 e Covid-19

Dopo la caduta, la ricaduta?

La crisi del Covid-19 ha avuto per conseguenza un calo senza precedenti delle emissioni di CO2 e del consumo di energia, a vantaggio delle rinnovabili. Se questo effetto potrebbe essere solo temporaneo, potrebbe anche segnare l’inizio di una transizione ecologica compatibile con la salvaguardia del pianeta.

Pubblicato su 22 Giugno 2020 alle 12:40

Dal punto di vista climatico, una rondine non ha mai fatto primavera, ma mai, a memoria d’uomo, si è visto un simile volatile. Come diretta conseguenza della crisi del Covid, le emissioni di CO2 e il consumo energetico sono scesi a livelli senza precedenti. Né gli shock petroliferi del 1973 e 1979, né la crisi del 2009 avevano sortito tali effetti. Enerdata, società che ha pubblicato il suo bilancio energetico mondiale annuale, ha calcolato che nel 2020 il consumo energetico del pianeta è calato del 7,5% e le emissioni di CO2 dell’8,5%. È senz’altro il risultato della recessione mondiale, con una riduzione del Pil del 3% calcolata dal Fondo monetario internazionale per il 2020.

In Francia la diminuzione registrata è stata anche più significativa: -10% per il consumo energetico e -12% per le emissioni di CO2, dati che corrispondono pressappoco alla media europea. Lo shock economico (una riduzione sulla base di una stima fatta a maggio e da allora superata) è stato in effetti più forte che nel resto del mondo, a causa della portata delle misure di isolamento e del fermo delle attività.


“Le emissioni di Co2 sono diminuite di più del consumo di energia”, fa inoltre notare Bruno Lapillonne, cofondatore di Enerdata e uno degli autori dello studio. A livello mondiale, lo scarto è di un punto di percentuale, ed è particolarmente significativo in Germania.  Da dove viene questo scarto? “È dovuto all’aumento della quota di energia che non emette carbonio nel mix energetico”, prosegue l’esperto. Con la crisi, il consumo di elettricità è diminuito (in Europa, quasi del 10% nel 2020). Certo, l’obbligo di stare a casa ha provocato un aumento del consumo di elettricità in ambito domestico, ma è ben lontano del compensare le riduzioni a livello industriale. Tuttavia, quando la domanda di energia elettrica diminuisce, i fornitori riducono lla produzione con costi marginali più elevati (centrali a carbone o a gas) a favore di capacità con costi marginali bassi o nulli (centrali nucleari, turbine eoliche e pannelli solari). Con una turbina eolica, ad esempio, la produzione di un kWh supplementare non costa nulla in più rispetto ai kWh già prodotti, mentre, nel caso di una centrale termica, si deve pagare il prezzo del combustibile. 

Il calo del consumo di energia elettrica causato dal Covid-19 ha quindi comportato una maggiore mobilitazione di risorse a basso costo marginale, che nel 2020 darà origine ad un significativo aumento della quota produzione senza carbonio, in particolare di energie rinnovabili. In Germania la quota di energie rinnovabili nel mix elettrico potrebbe passare dal 42% del 2019 al 49% nel corso di quest’anno. In Francia si passerebbe dal 21% al 25%. Questi dati mostrano una diminuzione temporanea della domanda di elettricità che tende a favorire i mezzi esistenti i cui costi marginali siano meno alti, e non un maggiore utilizzo delle fonti di energia rinnovabile.


La diminuzione delle emissioni di CO2 nel 2020 è spettacolare, ma non ha un grande impatto per il futuro. “È il risultato diretto della riduzione delle attività e dell’aumento del peso relativo delle fonti rinnovabili nel mix elettrico, insiste Bruno Lapillonne. È un effetto provvisorio e dobbiamo aspettarci un rimbalzo con la ripresa della crescita nel 2021. Il perno della questione è sapere quale sarà il livello di questa crescita e delle sue emissioni nel corso dei prossimi anni.”

“I prossimi cinque anni saranno determinanti” conclude Pascal Charriau, presidente di Enerdata. Si potrebbe anche assistere ad un ritorno alle condizioni “di prima”, cioè ad un modello di crescita non sostenibile che ci allontanerà definitivamente dall’obiettivo di tenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi, una semplice toppa nel processo di transizione ecologica compatibile con la salvaguardia del pianeta. “I piani di ripartenza attuali aprono a prospettive che fino a 6 mesi fa non esistevano”, osserva Pascal Charriau, “e riorienteranno a lungo termine le tendenze in modo significativo”. Ma è impossibile, oggi, sapere dove penderà l’ago della bilancia. Le autorità pubbliche, le imprese, i cittadini, tutti hanno una parte di responsabilità e si mostrano divisi tra il desiderio di tornare rapidamente alla normalità e la voglia di sfruttare le opportunità frutto di questa crisi per favorire la transizione ecologica, ad esempio la diffusione dello smart working e il ritorno a una certa sobrietà nei consumi e negli spostamenti in macchina e in aereo, tra le altre cose.

Il bilancio energetico di Enerdata mostra in ogni caso a che punto questo mondo prima della crisi sia incompatibile con un aumento delle temperature inferiore a due gradi. Nel corso del secondo decennio del secolo, le emissioni globali di CO2 hanno senza dubbio registrato un ritmo inferiore al primo, ma hanno continuato ad aumentare, invece di stabilizzarsi e poi diminuire (grafico qui di seguito).

La leggera diminuzione delle emissioni di CO2 nei Paesi del G20[1] nel 2019 (-0,4%), è senza dubbio un’ottima notizia dopo l’aumento drammatico del 2017 e 2018. Questa dipende principalmente dalla diminuzione del consumo di carbone nei paesi dell’Ocse (grafico qui di seguito), in particolare con l’utilizzo di energie rinnovabili in Germania e Regno Unito, e con l’aumento della produzione e del consumo di gas di scisto negli Stati Uniti.

Tuttavia, sebbene le emissioni di CO2 siano diminuite l’anno scorso, questa riduzione resta insufficiente. Per essere sulla buona strada climatica, secondo Enerdata, i Paesi del G20 dovrebbero raggiungere una diminuzione collettiva del 3,5% ogni anno… Cioè quasi la metà di un “effetto Covid” annuale, ovviamente senza le ripercussioni sociali.

Secondo la famosa equazione di Kaya, le emissioni di CO2 legate all’energia variano sulla base di tre fattori: il Pil (livello di consumo), l’intensità energetica del Pil (l’energia necessaria per produrre un’unità del Pil) e il fattore carbonio (la quantità di CO2 in un’unità di energia consumata). Tuttavia, indica Pascal Charriau, “se bisogna ridurre le emissioni del 3,5% all’anno per non superare i due gradi di aumento della temperatura e se si ipotizza una crescita economica del 3% all’anno (il livello degli ultimi dieci anni), l’intensità carbonio dell’economia dovrebbe diminuire di 6,5 punti all’anno. Non ci siamo neanche vicini.” Uno sforzo del genere potrebbe essere suddiviso tra una diminuzione annuale del 3,5% dell’intensità energetica e una del 3% del fattore carbonio. Dei progressi mai fatti finora. L’intensità energetica è diminuita in media dell’1,5% all’anno nel corso degli ultimi due decenni e il 2019 non presenta dati troppo differenti. Per quanto riguarda il fattore carbonio, la media degli ultimi 5 anni si situa attorno allo 0,5% all’anno e il record registrato nel 2019 (diminuzione dell’1%) rappresenta appena un terzo di ciò che si dovrebbe raggiungere.

Queste cifre rappresentano un’amara realtà: l’avanzamento dei progressi tecnologici degli ultimi 20 anni per la decarbonizzazione dell’energia, da un lato, e, dall’altro, per utilizzarla in modo più efficace, è troppo lento perché possiamo raggiungere gli obiettivi climatici prefissati. È difficile che la situazione cambi nei prossimi cinque anni, ma è adesso che il pianeta dovrebbe fare tutto il possibile per ridurre le emissioni. Dato il contesto, sarà sempre più difficile ignorare il terzo fattore dell’equazione Kaya. Frenare l’aumento del Pil… e arrivare ad una ridistribuzione della ricchezza.  

L’articolo originale su Alternatives Economiques.

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