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L’imprenditrice groenlando-danese Kunak Thomsen: “In Danimarca continua a prevalere l’idea che il colonialismo danese sia stato benevolo”

Josepha Kûitse Kunak Thomsen, imprenditrice danese-groenlandese residente in Danimarca, racconta in un’intervista al quotidiano austriaco Der Standard le sue esperienze di discriminazione, il passato coloniale del paese e le possibili ripercussioni riguardo le intenzioni di Donald Trump sulla Groenlandia.

Pubblicato il 22 Giugno 2026

Anche se i bombardamenti contro l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno temporaneamente spostato l’attenzione del presidente statunitense dalla Groenlandia, sull’isola permane un atmosfera di cautela.

Josepha Kûitse Kunak
Photo: courtesy of the interviewee

Le negoziazioni tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca proseguono senza interruzioni e nessuno sarebbe sorpreso se Trump tornasse all'attacco.

La trentottenne Josepha Kûitse Kunak Thomsen spiega a Der Standard come il rapporto tra Copenaghen e la popolazione indigena groenlandese sia squilibrato: nata da padre danese e madre groenlandese,  Josepha Kûitse Kunak Thomsen è cresciuta in Groenlandia e vive in Danimarca insieme ai suoi due figli. 

Der Standard: Quando si è accorta per la prima volta che le sue origini fossero motivo di razzismo? 

Kunak Thomsen: A dodici anni. Un ragazzo mi ha chiamata, tra gli altri insulti, “puttana da pescatori”. Ero in lacrime, non capivo che mi stesse insultando a causa delle mie origini, anche se avevo già vissuto qualcosa di simile in Groenlandia.

Lì venivamo divisi in classi di groenlandese. Una classe era riservata ai bambini di origine groenlandese, mentre l’altra a quelli che parlavano anche danese. La gente mi gridava che avrei dovuto semplicemente tornare “a casa” in Danimarca, e questo nonostante all’epoca parlassi già il groenlandese. Così decisi di smettere di parlare il groenlandese, perché i groenlandesi si comportavano in modo razzista nei miei confronti. Poi mi sono reso conto che tutti sono razzisti. Ora ne parlo di nuovo qualche parola.

Lei sta riscoprendo le sue radici groenlandesi. Tra le altre cose, lavora attraverso la tradizionale danza delle maschere. Che cosa significa per lei essere indigena in un mondo contemporaneo? 

Per me significa essere riconosciuta e avere una voce. Da più di dieci anni promuovo la cultura indigena come guida turistica e attraverso la danza groenlandese delle maschere. Ho la sensazione che le persone stiano iniziando a mostrare maggiore interesse e sostegno, anziché voltarsi dall’altra parte. 

Molti sono consapevoli dell’esistenza del razzismo e che veniamo trattati in maniera diversa. Eppure altri dicono: “Ma normale” oppure “Si scherza". Ma no, non scherzano. 

Ritiene che i danesi siano consapevoli dei crimini dell’epoca coloniale? 

No. L’atteggiamento è spesso: “Non vi stiamo sterminando, calmatevi. Potrebbe capitarvi di peggio”. Ma non bisogna accettare il razzismo solo perché non stiamo morendo.

In Danimarca continua a prevalere l’idea che il colonialismo danese sia stato benevolo. Tuttavia, con l’emergere di vicende come quella delle campagne di contraccezione forzata ai danni delle donne groenlandesi, mi domando quanto a lungo questa visione possa ancora essere sostenuta. Non sto dicendo di poter cambiare il passato, ma si può almeno ammettere che sia stato un periodo pessimo.

All’inizio dell’anno sembrava che i media internazionali si fossero tutti spostati a Nuuk per raccontare la minaccia di un’annessione della Groenlandia. Come ha vissuto quella copertura? 

Trovo positivo che i media abbiano finalmente rivolto l’attenzione alle persone e si siano avvicinati alla realtà del paese. Ero stanca di articoli scritti a distanza. La Groenlandia veniva quasi sempre ridotta a numeri e statistiche (disoccupazione, abusi) e raccontata solo come una storia triste. È stata una ventata d’aria fresca vedere emergere le storie delle persone.

Il discorso di Trump su una possibile annessione ha influito sulla comunità groenlandese? 

La comunità in Groenlandia ha sempre resistito, ma non ho avuto l’impressione che fosse lo stesso in Danimarca. Qui la Groenlandia è poco conosciuta, perché semplicemente non viene messa in luce. Mi sembra che la generazione più anziana, intorno ai 70 anni, avesse un rapporto molto più diretto con la Groenlandia, avendola conosciuta e vissuta. La generazione più giovane mostrava meno interesse, ma adesso è diverso e il senso di appartenenza si sta rafforzando. È bello vedere la bandiera groenlandese sventolare sulle finestre danesi, non perché ci vivano i groenlandesi, ma perché alle persone importa.

Quindi l’atteggiamento aggressivo di Trump ha avuto qualche effetto positivo? 

Mi dispiace dirlo, ma ha comunque contribuito a qualcosa di positivo. Ad esempio quando ha affermato che i danesi non trattino particolarmente bene i groenlandesi. Abbiamo l’assistenza sanitaria gratuita e non dovremmo ignorare i numerosi benefici di cui godiamo, ma continuiamo a subire un forte razzismo. 

Può fare un esempio? 

Esiste ancora un sistema in cui i bambini vengono allontanati dalle madri per via delle loro origini. Anche la nostra famiglia è stata indicata come a rischio, nella categoria “arancione”. E questo nonostante io parli un danese fluente, abbia un master e gestisca un’azienda.

Quando ho chiesto spiegazioni, mi è stato detto che dipendeva dalle mie radici groenlandesi e dal fatto che i bambini avrebbero parlato groenlandese, con possibili difficoltà una volta all’asilo. Ho poi pensato che io stessa non parlo groenlandese corrente, quindi non vedo il problema.


È bello vedere la bandiera groenlandese sventolare sulle finestre danesi, non perché ci vivano i groenlandesi, ma perché alle persone importa


È stato allora che ho capito quanto il sistema sia influenzato da pregiudizi e da idee stereotipate sulla Groenlandia, che spesso viene descritta solo attraverso statistiche e non nella sua realtà culturale. Se questo accade a me, che ho il danese come lingua madre, non oso immaginare la situazione di chi ha una conoscenza limitata della lingua. 

Un giorno racconterà ai suoi figli una storia diversa del rapporto tra Groenlandia e Danimarca? 

I miei figli hanno due anni e mezzo e quasi sei, e per fortuna non seguono ancora le notizie. Cercherò inoltre di non dar loro uno smartphone il più a lungo possibile. Ma sì, un giorno gliene parlerò. Anche all’interno della Groenlandia esistono forme di ostilità, ad esempio tra est e ovest dell’isola. Per questo voglio offrire ai miei figli una visione sfumata del mondo. 

Il razzismo può esistere ovunque e nessuno vale meno per averlo subìto. È importante non fare di tutta l’erba un fascio. Le persone sono persone. Il mondo è tanto orribile quanto magnifico e bisogna accettare che entrambe queste realtà coesistano.

🤝 Questo articolo rientra nell’ambito del progetto giornalistico collaborativo PULSE. Ha contribuito Emma Louise Stenholm (Føljeton).
👉 L'articolo originale su Der Standard

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