Del maiale non si butta via niente

Gli allevatori ne farebbero volentieri a meno, figurarsi i maialini: la castrazione serve soltanto a soddisfare i capricci dei consumatori tedeschi, e la grande distribuzione dovrebbe smettere d’incoraggiarla, afferma uno scrittore fiammingo.

Pubblicato su 22 Febbraio 2010 alle 17:24

Ancor prima di accorgersi della loro esistenza, i maialini da latte si ritrovano senza testicoli. In ogni caso non avrebbero potuto trarne grande vantaggio, visto che finiscono al macello a sei mesi, mentre potrebbero vivere fino a dodici anni. A meno che non riescano a farsi strada tra complessi criteri di selezione per essere graziati in qualità di donatori di sperma. Ma per tutti gli altri il verdetto è implacabile. E visto che le disgrazie non arrivano mai da sole e la produzione deve essere svolta in modo economico, l’operazione avviene generalmente senza anestesia. L’allevatore strappa a mani nude i testicoli del maialino appeso a testa in giù, mentre l’animale urla da sfondare i timpani al suo aguzzino. Per questa ragione i castratori portano sempre le cuffie.

Qualche volta la vittima suscita pietà e ottiene l’anestesia con della CO2 che gli brucia i polmoni. La sterilizzazione può anche essere effettuata con un’iniezione di Improvac nella coscia. Ma è una soluzione è più costosa e non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine di questo cocktail ormonale sulla salute del consumatore.

Schizzinosi tedeschi

La ragione del martirio è il fatto che circa l’un per cento della carne del maiale maschio emana un odore sgradevole durante la cottura. Sono soprattutto i tedeschi, grandi carnivori, a non amare la carne con un odore troppo forte. Vorrebbero che i maiali nascessero senza testicoli. Sul mercato tedesco non sono ammessi maiali non castrati. E dato che una grande quantità di suini belgi si trasforma in fettine e salsicce tedesche, i testicoli dei nostri maiali finiscono in un secchio. E un secchio di testicoli, vischiosi e ancora caldi, è una visione desolante, una sofferenza assolutamente inutile.

La carne di maiale ha un solo scopo: diventare hamburger con cipolla, ketchup e maionese. Abituati come siamo ai chioschi ambulanti, difficilmente potremmo pretendere che la carne non abbia odore. Inoltre, l’odore di verro sparisce completamente quando la carne è cotta. Non c’è nessuna differenza. Non esiste quindi una valida ragione per estirpare i testicoli ai maiali, né economica, né gastronomica, né tanto meno etica.

Non è necessario essere vegetariani per avere a cuore il benessere degli animali. Ma è difficile comprare qualcosa che non è in vendita. La palla passa dunque alla grande distribuzione. Nei Paesi Bassi, le catene Aldi, Lidl e McDonald’s, ebbene sì, perfino McDonald’s, hanno smesso di vendere carne di maialino castrato. Albert Herijn, leader del mercato olandese, seguirà il loro esempio a partire dal 2011. In questo modo un milione e mezzo di verri potranno arrivare integri sulle tavole dei consumatori. Gli allevatori sono felici di liberarsi dall’inutile e orribile pratica della castrazione: con una sola misura si garantisce una vita migliore all’allevatore e all’animale. Ci auguriamo che presto il Belgio segua l’esempio.

Pollame

Dalla padella alla gabbia

Dal primo gennaio Berlino ha proibito l’allevamento in batteria delle galline che producono uova, e il 60 per cento del pollame tedesco che viveva in gabbia è stato liberato. Ma l’applicazione della direttiva europea per la protezione delle galline ovaiole si è ritorta contro le loro stesse condizioni di vita, riferisce la Süddeutsche Zeitung. I tedeschi mangiano sempre più uova – nel 2009 ogni tedesco ne ha consumate 214. E le galline, che vivono più contente ma in minor numero, non riescono più a soddisfare la domanda. Nel 2009 hanno prodotto circa due miliardi di uova in meno, perché i produttori non hanno potuto adeguarsi alla costosa riforma delle condizioni d’allevamento. La Germania ha dunque aumentato le sue importazioni, che ormai forniscono un uovo su due. Il problema è che a eccezione di Austria e Svezia, gli altri paesi europei consentono ancora l’allevamento in gabbia, per esempio i Paesi Bassi che nel 2009 hanno esportato 4,9 miliardi di uova in Germania. “Circa il 44 per cento del pollame olandese vive in gabbia”, senza che ciò sia riportato sulle etichette. Da qui il consiglio della SZ: per essere sicuri di cucinare un “uovo felice” bisogna controllare il timbro apposto sull’uovo stesso: se compare la scritta “1-NL” va bene, altrimenti no.

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