Attualità Il Belgio alle prese col terrorismo

Dopo l’emozione, apriamo un dibattito sereno

Per guarire le ferite, il Belgio ha bisogno di tempo, di una discussione posata sulle cause degli attentati del 22 marzo e di fare chiarezza sui metodi per affrontarle, afferma il caporedattore di Le Soir.

Pubblicato il 25 Marzo 2016 alle 22:14

Le lacrime, i silenzi, la sincera solidarietà. E la sobrietà. Il Belgio ha iniziato il suo secondo giorno di lutto, mercoledì 23 marzo, con grande dignità. Stranamente, l’emozione percepita in tutto il regno era più forte di quella della vigilia, il giorno dei sanguinosi attentati che hanno sconvolto Bruxelles. In realtà, martedì il paese dava l’impressione di essere sotto choc, come paralizzato dalla violenza inaudita dei terroristi, mentre ieri aveva cominciato a attribuire nomi, volti e storie alle vittime.

Una personificazione che ci ricorda la nostra fragilità e ci provoca naturale compassione. È ciò che definiamo lutto. Ufficialmente, è durato fino a giovedì sera. Ma sarà necessario molto più tempo per guarire le ferite di un paese.

E per fare ciò, servono due elementi: la serenità e la chiarezza.

La serenità rappresenterebbe la vittoria dell’intelligenza: evitare le caricature, i parallelismi e il populismo. Perché è chiaro che due pericoli incombono oggi: la caricatura esterna e la caricatura interna. Le televisioni estere che confondono Molenbeek e Maelbeek e descrivono il Belgio come terra bruciata non portano nulla di costruttivo, non più degli esperti francesi d’ogni sorta che non hanno mai messo piede a Bruxelles. “Chi è senza peccato sul terrorismo?”, si chiede Jean-Claude Juncker nell’intervista che ha rilasciato a Le Soir. “Non si cominci a rimproverare il Belgio, non condivido queste critiche”.

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La chiarezza, è uscire dall’omertà. E a questo punto, ogni domanda è valida, addirittura necessaria in democrazia. Domande sull’inchiesta, sulle informazioni, sui percorsi dei terroristi nati in Belgio, su ciò che sapeva o non sapeva Salah Abdeslam (è un eufemismo dire che il terrorista ora in prigione possiede un tesoro di informazioni che potrebbero dare molte risposte ad altrettanti interrogativi).

Domande e anche e soprattutto una reale riflessione sugli ultimi quarant’anni del Belgio e della sua politica. In tema di sicurezza, d’integrazione, di convivenza, sul lassismo evidente su alcuni punti e la trascuratezza su altri, sulla scarsa lungimiranza, probabilmente, a proposito del progetto globale che possiede (o dovremmo possedere). Se permettiamo che il dibattito resti ideologico fra coloro che pensano che tutto vada bene e i populisti che avanzano soluzioni semplicistiche, non andremo lontano.

È questa la posta in gioco nei prossimi giorni, settimane, mesi: la nostra capacità di dare un nome ai problemi per saperli affrontare e non aggirarli, la nostra volontà di sviluppare un progetto sociale chiaro per il paese. Se possiamo trarre lezioni da ciò che ha conosciuto la Francia sin dal mese di novembre, evitiamo dunque di cadere rapidamente nella discordia nazionale, nella diatriba politica, nei veri/falsi dibattiti che portano al ridicolo dello scontro sulla decadenza della nazionalità e concentriamoci sui punti fondamentali.

Sarebbe il modo migliore per rendere omaggio alle vittime degli attentati.

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