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Eurobond, perché non sono una priorità

Il vertice europeo del 26 marzo si è concluso con un fallimento. I 27 capi di Stato e di governo non sono riusciti a trovare un accordo su una risposta comune alla crisi economica scatenata dall’epidemia di Covid-19. Hanno semplicemente chiesto all’Eurogruppo, i ministri dell’economia e delle finanze dell’Eurozona, di presentare proposte entro il 7 aprile.

Pubblicato su 7 Aprile 2020 alle 06:00

La principale posta in gioco al vertice del 26 marzo è stata quella di andare oltre gli sforzi finanziari annunciati dalla Commissione europea per affrontare nel breve termine l’impatto economico del rallentamento, decidendo di emettere congiuntamente "Eurobond", titoli di debito sui mercati finanziari, destinati a finanziare gli ulteriori sforzi di bilancio – considerevoli, probabilmente dell’ordine di 10 punti di Pil – che saranno necessari in tutta Europa per affrontare la recessione causata da questa crisi.

Nove paesi – Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo – hanno firmato insieme una lettera in vista del Consiglio europeo per chiedere l’introduzione di questi titoli comuni. A essi si sono aggiunti altri cinque stati: Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Cipro. Ma questi 14 paesi hanno incontrato una feroce resistenza da parte di altri cinque – Paesi Bassi, Germania, Austria, Finlandia e Malta – guidati in particolare da Mark Rutte, il primo ministro olandese.

Questi paesi, che si definiscono "frugali" in contrapposizione alle cicale dell’Europa meridionale, considerano che un simile debito è contrario ai trattati europei. Vogliono che gli aiuti agli stati più colpiti dalla crisi del coronavirus – nell’immediato Italia e Spagna – siano convogliati esclusivamente attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) di 410 miliardi di euro istituito dopo la crisi dell’Eurozona.

Ma l’assistenza fornita dal Mes è soggetta a condizioni molto severe e ad un attento controllo delle finanze pubbliche del paese assistito, il ché equivale a metterla sotto amministrazione fiduciaria. Questo è del tutto inaccettabile per i governi italiano e spagnolo nel contesto della crisi del coronavirus – che per sua natura non ha nulla a che vedere con una cattiva gestione delle finanze pubbliche. Vari insulti sono volati durante quel vertice, e il primo ministro portoghese Antonio Costa ha addirittura descritto l’atteggiamento del ministro delle Finanze olandese come "disgustoso".

Gli Eurobond possono aspettare

Quello che paradossalmente spiega la violenza di questa battaglia, e l’incapacità di risolverla al momento, è che in realtà non è – o più precisamente non è più – urgente per ora mettere in atto misure di questo tipo.

In effetti, il rinvio del dibattito sugli Eurobond, rimasto latente per dieci anni, era stato il forte aumento dei tassi di interesse sui titoli di debito italiani che aveva fatto seguito alla fallita conferenza stampa di Christine Lagarde il 12 marzo scorso. Quel giorno la Presidente della Bce, ha detto che "la Bce non ha per obiettivo di aumentare lo ‘spread’, il differenziale di tasso d’interesse tra i debiti pubblici dei vari paesi della zona euro".

Da subito gli operatori finanziari si sono preoccupati della situazione in Italia, che è stata drammaticamente colpita dal coronavirus, anche se il suo debito pubblico si attesta già al 137 per cento del Pil. E i tassi di interesse sul debito italiano sono passati dall’1,2% annuo dell’11 marzo al 2,4% del 17 marzo, raddoppiando in meno di una settimana. Questo raddoppio rappresenta, in definitiva, una spesa aggiuntiva di 1,6 punti di Pil all’anno per le finanze pubbliche italiane se questo divario viene mantenuto. Un aumento insostenibile. Anche il debito spagnolo ha cominciato a subire lo stesso tipo di attacco speculativo.

Gli Eurobond potrebbero rispondere a questa preoccupazione: grazie a essi, i deficit causati dalla crisi del coronavirus in Germania e in Italia potrebbero essere finanziati allo stesso ritmo. Il problema, tuttavia, è che questo tasso sarebbe molto più basso di quello che potrebbe ottenere l’Italia da sola, ma probabilmente superiore a quello che la Germania o i Paesi Bassi potrebbero ottenere da soli. Questi ultimi sarebbero quindi penalizzati, e i loro leader (ma anche la loro opinione pubblica, che si è scagliata contro le "cicale" del sud Europa negli ultimi dieci anni) sono difficilmente inclini a farlo.

Se fosse in gioco la sopravvivenza della Zona euro, probabilmente potremmo forzare il braccio ai “tirchi” e superare questa resistenza, ma per il momento non è così. Dopo la gaffe del 12 marzo, la Bce ha corretto il tiro. Il 18 marzo ha annunciato che avrebbe iniettato 750 miliardi di euro, pari a 7 punti di Pil nella zona euro.

Il 26 marzo la Bce ha pubblicato le condizioni associate a questo Programma di acquisto d’emergenza in caso di pandemia (Pepp): ha notevolmente allentato le condizioni abituali per il riacquisto di titoli di stato, e si è concessa una notevole flessibilità per quanto riguarda i suoi acquisti, che potevano temporaneamente discostarsi dalla consueta ripartizione tra i paesi.

La combinazione di questi due elementi è stata per il momento sufficiente a rassicurare gli operatori dei mercati finanziari sulla determinazione della Bce ad evitare l’allargamento degli spread e, al 27 marzo, i tassi di interesse sul debito italiano sono scesi all’1,3% annuo, praticamente allo stesso livello dell’11 marzo. Gli Eurobond possono quindi attendere il momento opportuno. Il club dei “tirchi” europei ha naturalmente torto sul piano politico – l’immagine dell’Unione che stanno dando ai popoli d’Europa è catastrofica nel contesto attuale – ma non necessariamente dal punto di vista economico.

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