Dati alla mano Covid-19 e immigrazione

La crisi colpisce le rimesse dei lavoratori migranti

In molti paesi le rimesse dei lavoratori migranti sono vitali. Nel 2020, le rimesse inviate dagli immigrati verso i Paesi d’origine a livello mondiale diminuiranno di circa il 20% a causa della pandemia. Tra le conseguenze, un aumento del lavoro minorile.

Pubblicato il 27 Luglio 2020 alle 08:00

I migranti economici e i lavoratori migranti hanno arricchito i loro paesi d’origine di 554 miliardi di dollari. La Banca mondiale prevede che quest’anno questo importo diminuirà di circa il 20%, fino a scendere a 445 miliardi di dollari. I paesi colpiti sono quelli a basso e medio reddito, ovvero gran parte del pianeta, ad esclusione di zona euro, Nord America, Australia e Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. L’anno scorso, in tutto il mondo, un totale di 714 miliardi di dollari è stato mandato in patria da coloro che lavorano all’estero, anche se l’analisi della Banca mondiale fornisce solo i potenziali dati per i paesi a basso e medio reddito.  

La Banca mondiale sottolinea che i lavoratori migranti sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia COVID-19 e dalla crisi economica, dal lockdown e dalle restrizioni di viaggio che ne sono derivate. La loro situazione è aggravata dal fatto che la maggior parte lavora in settori in prima linea nella pandemia, come l’assistenza sanitaria e l’agricoltura. Ovviamente questi lavoratori sono a rischio di infezione, ma sono stati anche i primi a perdere il lavoro, gli stipendi o la sicurezza sociale.

Alcuni paesi sono mantenuti da lavoratori migranti 

In molti paesi le rimesse dei lavoratori migranti rappresentano un’ancora di salvezza per le famiglie più povere. Senza di esse, la povertà può aumentare e l’accesso alla salute e all’istruzione di coloro che sono rimasti in patria può ridursi, poiché i familiari spendono il denaro di cui dispongono per le spese correnti. 

I flussi di rimesse sono noti per ridurre il lavoro minorile, anche se la pratica rimane tristemente diffusa in diversi paesi.

In Madagascar, per esempio, dove il numero di bambini che non accedono all’istruzione è il quinto più alto del mondo (sempre in base ai dati della Banca mondiale), il 47% dei bambini e adolescenti dai 5 ai 17 anni sono coinvolti in diversa maniera nel mercato del lavoro minorile. La maggior parte di loro, cioè l’87%, sono costretti a lavorare in agricoltura e il 4%, ossia 86mila bambini e adolescenti, lavorano in una delle tante miniere di mica.

La caduta nei flussi di rimesse hanno anche altre conseguenze negative. A causa del lockdown e dell’interruzione del commercio internazionale, gli investimenti diretti esteri diminuiranno. La Banca mondiale prevede un calo degli Ide (investimento diretto estero) del 35% nei paesi in questione. Una pressione ulteriore per i paesi interessati che devono cercare un sostegno estero alternativo, il che può portare a un ulteriore indebitamento.

«Le rimesse rappresentano una fonte di reddito vitale per i paesi in via di sviluppo. La recessione economica in corso, causata dal COVID-19, sta mettendo a dura prova la capacità di inviare denaro in patria, e rende ancora più necessario accorciare i tempi di ripresa per le economie avanzate», ha dichiarato il presidente della Banca mondiale David Malpass, che ha inoltre aggiunto che la Banca mondiale sta attuando delle misure immediate per mantenere aperti i canali di rimesse e quindi tutelare le comunità più povere.


Il grafico qui sopra a che punti le rimesse inviate al paese di origine siano di vitale importanza in diversi paesi. Tonga ha il valore relativo più alto, al 37,6%, ovvero 183 milioni di dollari per il 2019. In Europa il Montenegro è di gran lunga il paese più minacciato: le rimesse rappresentano il 25% del Pil. Significativi anche i dati relativi all’Ucraina (10,5%) e all’Albania (9,4%).

Nel caso dell’Ungheria la cifra è cresciuta costantemente negli ultimi dieci anni, ma nel 2010 è stata “solo” di 1,8 miliardi di dollari. L’adesione all’Ue ha portato cambiamenti notevoli: 295 milioni di dollari nel 2003 sono diventati 1,7 miliardi di dollari nel 2004. I primi dati della Banca mondiale per l’Ungheria risalgono al 1995: all’epoca, 152 milioni di dollari sono stati spediti in patria da ungheresi che lavoravano all’estero.

Il peso delle commissioni

Le spese generali sostenute per le rimesse sono solo raramente considerate. Gran parte dei trasferimenti di denaro non sono elettronici, ma vengono effettuati da società commerciali che prelevano commissioni. Già costosi, questi servizi sono stati spesso poco funzionali durante il lockdown.

La Banca mondiale stabilisce un obiettivo del 3% per le commissioni di trasferimento di denaro, ma ciò risulta ben lontano dalla realtà :ad esempio, esiste una società che preleva il 15,4% della somma. Sarebbe logico promuovere i trasferimenti di denaro attraverso le banche dopo la chiusura dei negozi in strada. Il problema è che i migranti che lavorano all’estero spesso non hanno carte di credito o altri strumenti per spedire denaro. Lo stesso vale per i familiari rimasti in patria.

Le commissioni possono contare molto sul costo del  trasferimento di contanti. Il trasferimento di denaro verso l’Africa subsahariana è il più oneroso, con un costo medio per l’invio di 200 dollari del 9%, ovvero 18 dollari. Due terzi dei lavoratori migranti provengono da questa regione.

Dietro un calo medio del 20% dei flussi di rimesse, ci sono molte variazioni tra le regioni. La cifra è del 27,5% in Europa e in Asia centrale, del 23,1% in Africa subsahariana, del 22,1% nell’Asia meridionale, del 19,6% in Medio Oriente e Nordafrica e del 19,3% in America Latina e nei Caraibi. In Asia orientale e nel Pacifico, la cifra è più bassa con il 13%.

In un clima di grande incertezza, la Banca mondiale prevede un aumento delle rimesse nel 2021. Dopo un anno record nel 2019, il calo di quest’anno potrebbe essere seguito da un aumento del 5,6%, fino a 470 miliardi di dollari. Vale la pena ricordare che i lavoratori hanno tendenzialmente spedito più denaro in patria durante le crisi precedenti. Stavolta, comunque, la pandemia ha colpito tutti i paesi, facendo del calo delle rimesse un fenomeno mondiale.


Previsioni regionali

Le rimesse verso l’Asia orientale e la regione del Pacifico sono cresciute del 2,6%, raggiungendo i 147 miliardi di dollari nel 2019, circa 4,3 punti percentuali in meno rispetto al tasso di crescita del 2018. Nel 2020, si prevede un declino del 13%, dovuto al calo degli ingressi provenienti dagli Stati Uniti, la maggior fonte di rimesse verso la regione. Diversi paesi nella regione, come quelli delle Isole del Pacifico, dipendono fortemente dalle rimesse. La crescita del 7,5% per la regione è prevista per il 2021. 

Le rimesse verso i paesi dell’Europa e dell’Asia centrale sono rimaste significative nel 2019, crescendo del circa 6% fino a 65 miliardi di dollari. L’Ucraina è rimasta il maggiore beneficiario nella regione, ricevendo la cifra record di 16 miliardi di dollari. Le più piccole economie della regione che dipendono dalle rimesse, come il Kirghizistan e il Tagikistan, dipendono dall’economia russa. Secondo le stime, nel 2020 le rimesse dovrebbero diminuire di circa il 28% a causa dell’effetto combinato della pandemia di coronavirus e del calo dei prezzi del petrolio.

I flussi di rimesse in America Latina e nei Caraibi sono cresciuti del 7,4% fino a 96 miliardi di dollari l’anno scorso, ma i cambiamenti sono stati variabili. Brasile, Guatemala e Honduras hanno registrato aumenti di oltre il 12%, mentre le rimesse verso Bolivia e Paraguay sono diminuite rispettivamente del 3,8% e del 2,2%. In linea con la media globale, il calo nel 2020 è stato stimato al 19,3%.

Le rimesse verso il Medio Oriente e il Nordafrica dovrebbero diminuire del 19,6% nel 2020, per arrivare a 47 miliardi di dollari, dopo il 2,6% nel 2019. Il declino previsto è in parte attribuibile all’impatto del calo dei prezzi del petrolio. Questa regione beneficia in modo significativo delle rimesse provenienti dalla zona euro. Nel 2021, il flusso dovrebbe riprendersi, anche se a un ritmo più lento di circa l’1,6%.

Dopo una crescita del 6,1% nel 2019, le rimesse verso l’Asia meridionale dovrebbero diminuire del 22% fino a 109 miliardi di dollari nel 2020, un rallentamento causato dall’epidemia di coronavirus. I lavoratori degli Stati Uniti, del Regno Unito e dei paesi dell’Ue spediscono denaro a questa regione.

Nel 2019 le rimesse verso l’Africa subsahariana hanno registrato un lieve calo dello 0,5%, raggiungendo 48 miliardi di dollari. A causa della crisi COVID-19 dovrebbero diminuire del 23,1% fino a 37 miliardi di dollari, prima di risalire al 4% previsto per il 2021. I lavoratori di questa regione si trovano nella Zona euro, negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in Cina. A peggiorare gli effetti della pandemia, i paesi dell’Africa orientale stanno vivendo un grave problema di distruzione delle colture da parte delle locuste, il che minaccia la fornitura di cibo in tutta la regione.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.

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