L’innocenza perduta

La strage compiuta da Anders Breivik il 22 luglio ha sconvolto una nazione orgogliosa del suo modello collettivista basato su tolleranza ed egualitarismo. Il resoconto del New York Times.

Pubblicato su 29 Luglio 2011 alle 13:20

Quasi tutti i norvegesi di una certa età ricordano bene dove si trovavano nel momento in cui Oddvar Brå ruppe improvvisamente il suo bastoncino da sci nello sprint finale di una gara dei campionati mondiali di Oslo del 1982. A causa di quell’incidente la Norvegia fu costretta ad accontentarsi di un pareggio con l’Unione sovietica. La domanda ricorrente “Dov’eri quando Bra ha rotto il bastoncino” oggi lascia il posto a un’altra domanda, molto più tetra e dolorosa: “Dov’eri quando Anders Breivik stava massacrando i figli della Norvegia?”.

Il 22 luglio, il giorno in cui Breivik ha ucciso almeno 76 persone, il cuore di una nazione pacifica è stato trafitto. Per molti norvegesi l’accaduto rappresenta il segno indelebile di un paese che ha abbandonato per sempre quella cultura monoetnica ed egalitaria, dove una sconfitta in una competizione nordica era sinonimo di tragedia.

Oggi più dell’11 per cento dei 4,9 milioni di cittadini norvegesi è nato fuori dal paese: in Pakistan, Svezia, Polonia, Somalia, Eritrea o Iraq. Lo shock della diversità culturale, soprattutto legato alla crescente popolazione di musulmani non bianchi, ha già innescato l’ascesa di un partito moderatamente contro gli immigrati, il Partito del progresso, diventato la seconda forza politica del paese.

I giovani uccisi da Breivik al campo estivo dell’isola di Utoya erano tutti norvegesi, ma alcuni di loro erano figli di immigrati, e oggi sono la memoria della più grande tragedia nella storia moderna del paese. “Quando ci si confronta con l’immigrazione e il multiculturalismo qualcosa succede sempre”, spiega Grete Brochmann, sociologa dell’Università di Oslo. “Questo è il nocciolo della questione, oggi, e rappresenta una grande sfida per il modello norvegese”.

I leader del paese, dalla famiglia reale in giù, hanno tutti tessuto le lodi della solidarietà, della democraticità, dell’uguaglianza e della tolleranza del paese, e hanno promesso che questi valori non cambieranno. Virtuosi, pacifici, generosi e accomodanti: questa è l’immagine che i norvegesi hanno di se stessi. Il sistema di assistenza sociale norvegese è uno dei più completi al mondo, grazie anche al benessere garantito dal petrolio.

Tuttavia, la ricerca a tutti i costi del consenso può scivolare nella ristrettezza mentale, nell’accondiscendenza e nella sottomissione al politically correct. Ciò accade in particolar modo quando i nuovi arrivati immettono nel tessuto sociale di un paese ufficialmente cristiano un approccio diverso rispetto a valori come la parità tra i sessi o il secolarismo, valori tradizionalmente molto cari ai norvegesi.

“Siamo una società fortunata per molte ragioni, non solo per il petrolio”, sottolinea Brochmann. “Tuttavia, molti aspetti della società del consenso nascondono un’altra faccia della medaglia. La nostra è anche una società molto conformista”. La sociologa cita il “Janteloven”, o legge di Jante, basato sulle norme delle piccole città scandinave che regolano il comportamento, promuovono il collettivismo e scoraggiano l’iniziativa individuale e l’ambizione in un mondo dove nessuno è anonimo.

La Norvegia è anche un paese molto patriottico, indipendente dalla Svezia dal 1905 e occupato dai nazisti dal 1940 al 1945. L’orgoglio nazionale è molto forte, e il modello costruito dopo la Seconda guerra mondiale viene difeso strenuamente.

L’ex primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland ha ricordato in un’intervista che dopo la Seconda guerra mondiale per quasi un decennio la Norvegia ha adottato un sistema basato sul consenso trasversale tra i partiti, prima di tornare alla politica del confronto. Ciononostante, Brundtland ribadisce che “non è vero che abbiamo una democrazia consensuale e non ci sono dibattiti e partiti politici”.

I dibattiti ci sono, e come ha ammesso Brundtland, si sono infiammati sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione, in particolar modo dopo che il Partito del progresso è cresciuto fino a diventare un movimento di grande importanza arroccato su posizioni contrarie all’immigrazione. Brundtland sottolinea con una punta di disprezzo che il Partito del progresso ha forzato i limiti accettabili. “Porre domande senza mai fornire una risposta produttiva non aiuta”.

Il leader del Partito del progresso Siv Jensen è salito agli onori della cronaca nel 2009 per aver utilizzato durante un discorso l’espressione “islamizzazione mascherata”, nello stesso anno in cui il partito è diventato la seconda forza politica in parlamento. Christian Tybring-Gjedde, a capo del Partito del progresso a Oslo, è stato bersaglio di critiche feroci quando in maggio ha suggerito che i musulmani fossero per natura più aggressivi dei norvegesi.

Il partito approfitta del fatto che in qualche modo gli immigrati rappresentano una sfida all’uniformità culturale e religiosa del paese. Alcuni musulmani non istruiti limitano le attività delle donne, cercano di combinare matrimoni, a volte sono favorevoli alla mutilazione genitale e spesso sono fortemente omofobi. Tutti questi aspetti sono spesso citati da chi è contrario all’immigrazione come valori culturali e religiosi appartenenti al credo islamico.

La verità però che è che i valori musulmani rappresentano una sfida diretta alla cultura del consenso generale, ed è per questo che l’islamofobia ha colpito la Norvegia, insieme a una rabbia più generale verso i criminali immigrati e “gli approfittatori dello stato sociale” di ogni credo e razza.

Thomas Hylland Eriksen, professore di antropologia culturale all’Università di Oslo, si è occupato in maniera approfondita della sfida dell’immigrazione alla cultura tradizionale, impregnata di nazionalismo assopito. “Nel nazionalismo norvegese ci sono elementi preoccupanti e poco riconosciuti come l’orgoglio etnico, una sensazione di unicità e un rigurgito razzista”, sottolinea Eriksen. “I norvegesi ‘non-etnici’ si riconoscono facilmente e sono ancora considerati ‘stranieri'”.

Gli appartenenti alle minoranze pensano che “se imparano la lingua norvegese, mandano i loro figli a scuola e si fermano quando il semaforo è rosso questo li rende norvegesi al cento per cento […]. Ma non è del tutto vero”. Eriksen cita il caso di una norvegese di spicco, Dilek Ayhan, nata in Norvegia da genitori turchi. Ayhan si sente domandare spesso: “Ma di dove sei veramente?”. (Traduzione di Andrea Sparacino)

Petrolio

Un futuro da 400 miliardi

Creato nel 1990, lo Statens pensjonsfond utland è il fondo statale norvegese per la gestione degli introiti derivati dalla vendita del petrolio. Con un patrimonio di oltre 400 miliardi di euro, controlla l’un per cento delle azioni scambiate sui mercati mondiali. Il fondo costituisce una “gigantesca assicurazione sociale” per i cittadini norvegesi, spiega El País. Tuttavia, anche se si è rivelata utile a scacciare le paure legate all’economia o al mondo del lavoro, una simile “opulenza pubblica, unita alla prudenza negli investimenti da parte dello stato” non è stata sufficiente a prevenire “la percezione di minaccia culturale” che incombe sul modello norvegese, sottolinea il quotidiano spagnolo citando l’antropologo Thomas Eriksen.

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