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L’Italia e la siccità: grande sete e grandi colpe

La crisi idrica che sta colpendo l’Italia poteva essere affrontata ascoltando chi, nella società civile, da anni lancia l’allarme: è imperdonabile non aver fatto nulla per prepararsi ad un’emergenza annunciata. L’opinione di un membro di Voxeurop.

Pubblicato il 15 Settembre 2022 alle 11:10

La carenza di acqua è fattore critico e limitante della vita. Lo stress idrico da meteo estremo è ormai anche in Italia una pericolosa ricorrenza temporale, ma le misure urgenti e significative per ridurre il degrado da desertificazione, compreso il ripristino dei terreni colpiti da siccità, costano tanti quattrini, a fonte di risultati che nell’immediatezza non sono rilevanti. 

In altre parole: sono pochi i fondi messi a disposizione dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per il ripristino degli ecosistemi d'acqua dolce, di foreste o anche soltanto di habitat naturali a protezione di flora e fauna che hanno rischiato l’estinzione, o che sono state gravemente minacciate dall’impatto di siccità da global change. 

Si parla di risorse finanziarie di poco più di 1 miliardo di euro all'anno fino al 2026 anche se a detta di qualcuno ne servirebbero almeno quattro volte di più per “coprire” le tante criticità del sistema idrico italiano di monti, valli e pianure.

Tutto ciò detto è stato già detto ripetuto nella battaglia che si sta conducendo contro i cambiamenti climatici ed il riscaldamento globale:  nello specifico stona il disinteresse su ciò che riguarda la gestione, il recupero e la produzione di acqua, e di come questo “oro blu” viene sprecato dalla rete idrica “colabrodo nazionale”, che in alcune zone ha un tasso di dispersione superiore al 50 per cento. 

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Soprattutto si nota assenza di consapevolezza del perché non utilizzare l’acqua marina come invece fanno altri da tempo; fa rabbia la miopia politica che omette di leggere l’abisso di metri cubi di acqua desalinizzata su cui possiamo contare (400 milioni) a confronto dei 6 miliardi di metri cubi della Spagna, forniti da più dei loro 700 impianti, ma gli esempi a riguardo si sprecano. 

Dissetare una città come Las Vegas o i progetti in Medio Oriente dove è la norma utilizzare impianti di dissalazione per ottenere acqua ad uso e consumo di una moltitudine di usi civili e industriali sono notizie conosciute, senza poi voler infierire sulle “disattenzioni” politiche nell’uso diverso di quattrini (nostri) che hanno escluso finanziamenti a vantaggio di invasi di conservazione dell’acqua, soprattutto al Nord Italia, che se oggi vi fossero consentirebbero di stare un po’ meglio e non rischiare probabili razionamenti d’acqua per città, campi e stalle.

Meteo impietoso e scienza inascoltata

Le alte temperatura, assieme alla scarsità di eventi meteorici (pioggia in pianura e neve in montagna), hanno portato la “grande sete” e porteranno a breve “grandi guai” all’uso urbano, a quello agro-industriale e ai distretti energetici, compromettendo gli approvvigionamenti legati al turismo estivo-autunnale. 

Perciò, mai come ora, sarebbe fondamentale che le tecnologie, le conoscenze e soprattutto la politica “battessero un colpo” e intervenissero a garantire la domanda d’acqua potabile ai cittadini quanto quella per usi diversi. 

Attualmente tutta l’Italia è stretta nella morsa del caldo che prosciuga da mesi gli invasi e abbassa il livello di fiumi e laghi; l’esempio emblematico propinatoci dai media è riferito al fiume Po ed all’insinuarsi del cuneo salino a monte del suo delta dovuto ad una drastica diminuzione della portata di acqua dolce da monte, che sta minando le rese del comparto agricolo. 

Le ultime rilevazioni indicano in una fascia di una trentina di chilometri la zona in cui al posto dell’acqua dolce si trova quella salata, colpa questa anche dovuta al fenomeno della subsidenza innescata dalle trivellazioni in Alto Adriatico che nei decenni hanno “abbassato” il livello dei terreni (sub-costieri) padani finiti col tempo ben al di sotto del livello del mare.

Messaggi inascoltati sono venuti da convegni, sit-in e report negli anni passati da parte di esponenti del mondo accademico ed ambientalista, che indicavano a gran voce “le siccità” come un fenomeno in frequente crescita. Parole al vento sì, da non considerare come “urgente” riammodernare la rete idrica che dissipa la metà dell’acqua che ci scorre dentro, né tanto più cambiare quel vecchio paradigma tutto italiano che a riguardo gli stress idrici si debba intervenire sempre e solo allo scoccare dello “stato d’emergenza” e non invece lavorando in prevenzione a beneficio della salvaguardia delle comunità e dei territori; allarmi e idee che non sono stati letti con la dovuta attenzione e che rischiano di portarci ad un futuro di sete sono anche stati quelli che mettevano in guardia su quanto gli aumenti combinati di anidride carbonica (CO2) e temperatura (estive o invernali) potessero diventare le principali leve a favorire “le siccità” con una pluralità e ricorrenza tali da non poterle più considerare come un’anomalia, sia nella durata come nella gravità.

Rimedi e aiuti

Poche le speranze nel breve termine ed i rimedi “fai da te” a limitare i disagi, qualcosa comunque si è iniziato a mettere in pratica come qualche tecnica di coltivazione per produrre derrate sostenibili, ad esempio quella del “Vertical Farming” che, come dice il termine, riduce il suolo di coltivazione non impoverendolo di minerali e permettendo di limitare il consumo d’acqua fino al 90 per cento, abbattendo vieppiù l’uso di pesticidi e manodopera.

Da qui agli investimenti mirati a favore di infrastrutture urbane e agricole “risparmiose” il passo è breve per uno sforzo finanziario a contrastare la siccità da global change a fronte di un clima che muta e cambia anche le nostre scelte di tutti i giorni: a cominciare dalla spesa quotidiana che oggi, come nell’immediato futuro, strizzerà sempre più l’occhio alle derrate di quelle realtà aziendali che risparmieranno acqua per l’irrigazione, che coltiveranno quattro piante per metro quadro anziché solo una (come oggi accade nelle coltivazioni tradizionali), e che ottimizzeranno la crescita delle piante con la coltivazione su più cicli annuali rispetto al singolo ciclo a terra.

Purtroppo, poche le novità dal comparto “assistenziale” per danni da siccità all’oggi stimati da Coldiretti in 3 miliardi di euro, a ricordare agli “addetti ai lavori” della politica nazionale la ripetitività di questa calamità purtroppo non nuova, e che già nel 2021, unita al gelo, pregiudicò l’annata agraria. 


È imperdonabile non aver fatto nulla per prepararsi ad un’emergenza annunciata come invece hanno fatto altri quando in tempi non sospetti hanno agito


Un atto d’accusa rivolto soprattutto ai contributi pubblici erogati in presenza di eventi catastrofici che non coprono a sufficienza: di poco conto le notizie dal mercato assicurativo di riassicurazione/coassicurazione che anzi sembra voler gradualmente “disimpegarsi” dal rischio catastrofale in merito al peggioramento del quadro meteoclimatico dovuto a gelo, siccità, alluvione, ecc., mentre servirebbe l’esatto contrario, ossia un Fondo di Mutualizzazione e/o rete di sicurezza per dar vita anche per l’Agricoltura all’obbligatorietà di una polizza.

Vox Populi

Potremo fatalisticamente sperare che le impietose previsioni meteo delle prossime settimane non si avverino? Forse sì, ma è imperdonabile non aver fatto nulla per prepararsi ad un’emergenza annunciata come invece hanno fatto altri quando in tempi non sospetti hanno agito.

Peggio ancora colpisce l’illusione, da parte della politica miope di Governi, Regioni e Comuni, di risolvere con misure “tampone” problemi di nature strutturale e che hanno radici storiche, come quello di limitare le perdite d’acqua della rete idrica nazionale o quello di dare servizi ai milioni di cittadini che in assenza di depuratori scaricano le acque sporche direttamente nei fiumi e nei mari, oppure quello di rimediare all’anomalia della (quasi) totale assenza di impianti di dissalazione per un Paese come l’Italia che per la sua metà è storicamente in deficit idrico. 

Questi sono solo alcuni dei tanti guai italiani a cui si sarebbe dovuto metter mano da tempo e che all’oggi fanno del Belpaese la solita Cenerentola che sta scivolando verso i livelli delle economie più arretrate dove una calamità come la siccità non è vista come un’emergenza, come invece dovrebbe essere vissuta, ma come un problema col quale abituarsi a convivere.


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