Opinione Fortezza Europa

Melilla, il genocidio alle porte d’Europa che non porta il suo nome

Venerdì 24 giugno nell’enclave spagnola di Melilla, in Marocco, delle persone migranti, per lo più sudanesi, hanno cercato di forzare le barriere metalliche al confine. Le forze di sicurezza marocchine hanno reagito con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, colpi di manganello. Almeno 37 persone sono morte, secondo le Ong presenti, 27 secondo le autorità marocchine. L’opinione di Desirée Bela-Lobedde, afrofemminista spagnola, dalle colonne di Público.

Pubblicato il 30 Giugno 2022 alle 13:41

Il 24 giugno abbiamo assistito all’ennesima tragedia nell’enclave spagnola di Melilla in Marocco. L’operazione si è conclusa, dopo l'intervento delle forze di sicurezza e dell’esercito marocchino, con la morte di almeno 37 persone (neri africani) che stavano cercando di attraversare la recinzione

La cifra dei morti potrebbe aumentare dopo la pubblicazione di questo articolo, perché in tanti si trovano in gravi condizioni. La notizia è già stata pubblicata da molti media, compreso Público, dove questo pezzo è stato originariamente pubblicato.

Abbiamo ascoltato le dichiarazioni del Presidente del governo più progressista della storia della Spagna parlare di "pressione migratoria"; parlare del Sahel e dell'Africa subsahariana come se fossero la stessa cosa: Pedro Sánchez dovrebbe vergognarsi di credere che il Sahel e l'erroneamente chiamata “Africa subsahariana” siano la stessa cosa. 

Abbiamo sentito Pedro Sánchez parlare di "integrità territoriale". Lo abbiamo sentito, inoltre, difendere l'operato delle forze e degli organi di sicurezza marocchini e difendere un accordo migratorio tra i due Paesi che è causa di morte per molti africani.

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Come sempre e ancora una volta, abbiamo sentito parlare di "aggressione violenta ben organizzata", un'espressione che si traduce nella criminalizzazione di persone africane con un obiettivo molto chiaro: giustificare l'uso della violenza e della forza.

A partire da questa criminalizzazione, si discute del livello di violenza utilizzato dai migranti, come se la violenza esercitata da entrambe le parti fosse paragonabile. “Migranti”, si dice, perché non possono assurgere alla categoria di persone. Togliere l'etichetta “migranti” e parlare di persone significherebbe fare di loro degli esseri umani, e questo non interessa a nessuno.

Ciò che è nell'interesse dei governi e della maggior parte dei media, che appoggiano allarmismo sociale e paura, è continuare a mantenere il legame tra i migranti neri e africani, la criminalità e la minaccia all'integrità. Continuare a lasciarli nella categoria di “migranti” perpetua la disumanizzazione. E la disumanizzazione garantisce l'indifferenza.


Forse la differenza è che i corpi al confine meridionale dell’Europa sono neri


Questo è il meccanismo utilizzato affinché, quando l'opinione pubblica spagnola vede sugli schermi le immagini di queste persone — insisto: persone, non migranti — che muoiono o sono già inerti, mentre la polizia continua a maltrattare i loro corpi, non ci sia nessun allarme, nessuna commozione, nessuna indignazione. Che nessuno senta la rabbia di fronte a tanta violenza. 

Ma il pubblico spagnolo è già desensibilizzato: la pornografia della morte dei corpi delle persone di colore è stata promossa a tal punto che, a forza di vederli senza vita, pochi reagiscono. Così nessuno scende in strada a chiedere spiegazioni sul perché i diritti umani di queste persone vengono sistematicamente violati. Persone, non migranti; insisto.

Il lavoro collettivo di disumanizzazione è pronto e servito. Non sono persone, ma migranti. Vengono dall'Africa per invadere, per minacciare i valori di questa fortezza Europa che è stata costruita rubando e saccheggiando le sue terre e schiavizzando i suoi abitanti. 

Sono criminali, sono bestie rapaci e violente: la propaganda si è già preoccupata di ritrarli come tali, spersonalizzandoli per giustificare il trattamento violento e disumanizzante che viene loro riservato. 

Sono un'altra categoria di persone, di minor valore. Non sono biondi con gli occhi azzurri. Non sono cattolici o europei. Per questo non meritano mobilitazione e accoglienza immediata. Per questo meritano la morte e un trattamento indegno e umiliante. Per questo non meritano vie sicure per migrare e raggiungere l'Europa. Per questo, non meritano misure immediate per regolarizzare la loro situazione. Per questo meritano un genocidio invisibile e la morte.

Il meccanismo di criminalizzazione utilizzato dal governo spagnolo, il più progressista lo ricordo, e dai media per giustificare le politiche migratorie mortifere funziona perfettamente. Le immagini di quello che è successo il 24 giugno scorso, che mostrano la polizia marocchina ammassare corpi e lasciarli agonizzare fino alla morte, ignorando il dovere di prestare soccorso, sono passate inosservate alla maggior parte dell'opinione pubblica spagnola, che invece guardava agli  Stati Uniti per mostrare la propria indignazione, la propria rabbia per l'abrogazione del diritto all'aborto. Lì si sono riversate condoglianze, rabbia ed espressioni di sostegno.


Come se chi arriva illegalmente non avesse diritto alla vita


Ancora una volta, come sempre, siamo di fronte, rigidi, alla gerarchia di vite di primo e secondo grado. La maggioranza silenziosa è capace di incredibili esercizi di dissociazione cognitiva. Nessuno mette in dubbio che non c'è nulla di strano o di assurdo nel mostrare sostegno al controllo dei corpi messo in atto negli Stati Uniti d'America e, allo stesso tempo, mostrare assoluta indifferenza per il controllo dei morti fatto dal governo spagnolo alla frontiera meridionale. Forse la differenza è, come sempre, che i corpi al confine meridionale sono neri.

Sembra che ✍️✍️Black Lives matter solo se sono americane. Il quadratino nero e gli hashtag non sono all’altezza dalle vite nere africane. Sono state organizzate manifestazioni per esprimere il rifiuto delle politiche migratorie e di morte e degli accordi dei governi spagnolo e marocchino. Non è stata una sorpresa vedere che tutti gli indignati che da diversi giorni denunciano la perdita dei diritti umani che comporta l'inversione della sentenza Roe v Wade hanno ignorato i morti di Melilla, come hanno fatto anche di fronte alla tragedia sulla spiaggia di Tarajal. E così via.

Ancora una volta, la disumanizzazione e la criminalizzazione di queste persone fa credere alla gente comune di meritare qualcosa: ci si lascia convincere dal discorso propagandistico e ingannevole del "lasciateli venire, ma lasciateli venire legalmente. Perché, ovviamente, se non vengono legalmente, è normale che succeda quello che succede", viene incoraggiato a dire qualche cognato, e il resto dei presenti annuisce silenziosamente in accordo con un discorso razzista ampiamente accettato. Come se chi arriva illegalmente non avesse diritto alla vita.

Un genocidio invisibile sta accedendo sotto i nostri occhi distratti. Ma non si tratta di un genocidio invisibile, ma invisibilizzato. E la maggior parte dei cittadini guarda dall’altra parte, in complice silenzio. 

👉 L'articolo originale su Público

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