
NIihad Suljić è un attivista umanitario bosniaco. Ha fondato a Tuzla (Bosnia Erzegovina) l’associazione Djeluj.ba!. Da anni fornisce assistenza concreta a rifugiati, persone in movimento e richiedenti asilo in transito lungo la rotta balcanica.
Ha cominciato da solo, aiutando le persone in transito da Tuzla: al suo lavoro si sono poi uniti cittadini, soprattutto donne. Oggi Suljić è attivo anche nelle procedure di identificazione e sepoltura delle persone morte lungo la rotta.
OBCT: Come è cominciato il tuo coinvolgimento con i migranti, o meglio le persone in movimento lungo la rotta balcanica?
Nihad Suljić: Nel 2016, quando i primi profughi hanno cominciato ad arrivare nella mia città, non facevo parte di nessuna organizzazione, sebbene l’attivismo sia sempre stato una parte della mia vita, fin da molto giovane.
All'epoca lavoravo da dieci anni nell'amministazione di un’azienda privata. Ricordo che era estate, ma pioveva ed eccezionalmente faceva freddo. Fino a quel momento non sapevo molto della migrazione in corso, sebbene sapessi bene che cosa significa essere profughi, perché è un’esperienza che abbiamo vissuto durante la guerra in Bosnia Erzegovina negli anni Novanta. Allora ero bambino, ma ricordo tutte le persone che abbiamo accolto in casa nostra, fuggite da altre zone del paese e venute a Tuzla a cercare rifugio.
Così un giorno, davanti alla stazione di Tuzla, vedendo persone che mi passavano accanto in condizioni difficili, bagnate, affamate e assetate, ho provato una grande amarezza e mi sono chiesto perché non aiutarli in qualche modo. Sono andato spontaneamente in una panetteria a comprare cibo, yogurt, succhi di frutta e li ho distribuiti.
Allora non conoscevo bene nemmeno l’inglese, perché a scuola avevo studiato il tedesco, lo parlavo per averlo imparato seguendo i film in lingua originale e simili… E così ogni giorno, con l’arrivo di nuove persone, finito l’orario d’ufficio, andavo a comprare cibo nei negozi e lo distribuivo.
Conoscevi la situazione di queste persone? Come sei riuscito a sostenerle?
Pian piano ho cominciato a conoscere l’Afghanistan, il Pakistan… in quel periodo erano profughi che scappavano soprattutto da questi paesi. Ogni giorno si presentavano nuove necessità, come l’acquisto per loro del biglietto dell’autobus o la distribuzione di vestiti asciutti, che cercavo di affrontare con le mie sole forze. Allora non era presente nessuna organizzazione che se ne occupasse.
Quando poi tornavo a casa mandavo e-mail, alle istituzioni, alle organizzazioni, alle comunità religiose, per cercare di fare qualcosa di concreto per aiutare queste persone. A un certo punto ho cominciato a condividere in diverse reti e sui sociali alcune delle storie che queste persone in movimento mi raccontavano, e ho creato il gruppo Izbjeglice dobrodošle u Tuzlu ("Profughi benvenuti a Tuzla") per raccogliere persone di Tuzla disponibili a sostenere e partecipare a questa attività umanitaria dal basso.
Così è cominciato dieci anni fa e prosegue ancora oggi. In maniera totalmente spontanea, volontaria, senza alcuna preparazione di “settore”, per semplice gesto di umanità nei confronti di ospiti. Io li ho sempre chiamati così: ospiti della nostra città affamati, assetati, infreddoliti, impauriti e privati dei loro diritti umani.
Nel frattempo sei entrato in contatto con altre organizzazioni, associazioni e simili?
All’inizio del flusso, come detto, non ce ne erano. Ma poi, per la specifica posizione di Tuzla, il numero delle persone è aumentato parecchio. Per farvi capire: Tuzla si trova a circa 50 km da Zvornik, città di confine con la Serbia [nord-est della Bosnia Erzegovina, sulla riva occidentale della Drina]. Tuzla è una città che allora poteva essere raggiunta dal confine più facilmente, senza rischiare la deportazione da parte della polizia di frontiera, ma anche abbastanza grande da avere un buon servizio pubblico di trasporto, che permetteva ai rifugiati di spostarsi in autobus verso Sarajevo, Bihać o altre zone confinanti con la Croazia. Ricordo che nel 2016 non c’erano né campi di transito né un’accoglienza strutturata; i profughi dormivano nei parchi, davanti alle stazioni, nelle rovine di case abbandonate.

Come detto, in parallelo al lavoro “di strada” continuavo a inviare e-mail per fare pressione e per coinvolgere gruppi e organizzazioni. Ricordo che tra le prime rispose la Fondacija Tuzlanske Zajednice [Fondazione delle comunità di Tuzla], che si occupava di iniziative a sostegno della cittadinanza attiva, invitandomi a un incontro organizzato con l’allora vicesindaco e l’Ufficio per gli stranieri. Ci sono andato con grandi aspettative… ma l’incontro si è risolto in nulla di fatto.
Nel frattempo ho continuato, con un notevole sostegno da parte di vicini di casa, amici, cittadine e cittadine di Tuzla, colleghi di lavoro, a comprare cibo, pagare biglietti dell’autobus, distribuire vestiario, offrire tè caldo al bar. Tutto quello che riuscivo a fare in quelle due ore, dopo le quattro quando finivo al lavoro, e prima che queste persone proseguissero il viaggio. Tuzla era al 90 per cento una città di transito; pochi si fermavano più a lungo o per restare e chiedere asilo.
Quindi avete proseguito come gruppo cittadino?
Sì, pian piano, siamo diventati più numerosi. Anzi, dovrei dire “numerose”, perché il 99 per cento del lavoro era fatto da donne, di diverso profilo: casalinghe, studentesse, insegnanti, la rettrice di un’università, un'agente di polizia, un’attrice… Con loro abbiamo cominciato a cucinare nelle case il cibo che portavamo in strada – perché non avevamo abbastanza soldi per comprarlo pronto in negozio o nei ristoranti – distribuendolo da contenitori di plastica ai profughi.
Poi, con la stampa che ha cominciato a parlare della situazione, sono comparse diverse organizzazioni locali, come Merhmet e Croce Rossa, e internazionali. Non mi hanno mai entusiasmato le organizzazioni, soprattutto quelle internazionali verso le quali ho provato una certa resistenza, con quel loro continuo appellarsi al “protocollo” a cui si devono attenere…
Il coinvolgimento di volontari è libero ed è spinto da pura umanità e non condizionato da mandati o contratti di lavoro. Ed è proprio delle mie concittadine e concittadini di cui sono più fiero! Persone che da allora e fino a oggi, hanno messo in gioco sé stesse. Hanno alzato la voce quando è comparso al bar della stazione il cartello che vietava l’ingresso ai rifugiati, quando veniva loro impedito di usare i mezzi pubblici oppure erano obbligati a sedersi in fondo all’autobus. Mentre tutto questo accadeva le grandi organizzazioni osservavano ma non agivano, pur avendo meccanismi e potere maggiori di me e dei singoli cittadini e cittadine.
Come hai retto il peso di tutto questo? Perché hai deciso l’anno scorso di fondare Djeluj.ba [In italiano “Agisci”]?
Ho condiviso con queste persone momenti belli e momenti difficili, situazioni dolorose. Nel lavoro con i rifugiati in un solo giorno sei testimone di vita e morte, violenza e ingiustizia, riso e pianto, di tutto ciò a cui queste persone sono sottoposte, anche in un unico giorno.
Un momento mi ritrovo in un ospedale, il momento dopo in un cimitero; poi mi arriva la bella notizia di chi ha ricevuto l’asilo in un paese europeo, e magari subito dopo la notizia di qualcuno che è scomparso…
“Sono fiero delle mie concittadine e dei miei concittadini. Persone che da allora ad oggi, hanno messo in gioco sé stesse. Hanno alzato la voce quando è comparso al bar della stazione il cartello che vietava l’ingresso ai rifugiati, quando veniva loro impedito di usare i mezzi pubblici oppure erano obbligati a sedersi in fondo all’autobus...”
Ho capito che dovevo, anche per la mia salute fisica e mentale, prendere una decisione… dopo nove anni di costante e giornaliero lavoro volontario, tutti i pomeriggi dopo il lavoro e tutto il fine settimana, dovevo proseguire in maniera più strutturata. Soprattutto per motivi legali richiesti dalla ricerca degli scomparsi e dall’identificazione dei migranti che muoiono nel loro viaggio lungo le rotte dei Balcani.
Fin da subito, a contatto con quelle persone, sentivo raccontare: “il mio amico è annegato, mio fratello è annegato”… ma quando hai davanti a te duecento o trecento persone che hanno bisogno di acqua, cibo e vestiti, pensi a questi bisogni primari, non hai le forze e nemmeno gli strumenti per agire rispetto a quegli appelli.
Ma poi hai deciso di cominciare anche con l’attività di ricerca e identificazione degli scomparsi, giusto?
Un giorno del 2022, un ragazzo afgano che aveva attraversato Tuzla mi ha contattato per dirmi che un vicino del suo paese di origine era scomparso al confine tra la Serbia e la Bosnia Erzegovina. Prendendo l’esempio di come si sono mosse dopo la guerra le donne di Srebrenica, con le quali ho passato molto tempo protestando a Tuzla ogni 11 luglio da trent’anni, chiedendo che si trovassero gli scomparsi del genocidio del 1995 e si riconoscesse loro giustizia, ho deciso di fare qualcosa.
Forse raccogliendo inconsciamente questa loro forza sono andato alla polizia di Zvornik per cercare informazioni su questo scomparso di cui avevo ricevuto la foto. Cercate di capire anche il contesto: io sono bosgnacco [bosniaco musulmano], Zvornik è in Repulika Srpska; è una città dove sono stati perpetrati terribili crimini di guerra nei confronti dei non serbi e la società è ancora molto divisa. In un portale online di Zvornik ho chiesto che pubblicassero la foto e la richiesta di informazioni, io non sapevo cosa ne fosse stato di lui, se era in prigione, annegato, o altro. Grazie all’annuncio il capo della protezione civile di Zvornik mi ha contattato per avvisarmi di aver trovato un corpo e che poteva essere il ragazzo che cercavo.
Ho poi scoperto che altre decine di persone erano sepolte nel cimitero di Karakaj, un sobborgo di Zvornik. Ho trovato queste tombe, con croci di legno ormai mezze marce, in alcuni casi con erba alta al punto che non si riconosceva quasi più l’esistenza di una sepoltura. Nemmeno da morte, a queste persone era stata restituita dignità… ho cominciato a ripulire le tombe dalle erbacce e dalla spazzatura. E con l’aiuto dell’associazione austriaca “SOS Balkan”, che già mandava soldi per comprare cibo e altro, siamo riusciti a realizzare piccole lapidi che resistessero al tempo.
Il ragazzo trovato dalla protezione civile era quello che cercavamo. L’abbiamo identificato, perché nella tragedia almeno il corpo era in buone condizioni di conservazione. Siamo riusciti a far arrivare la salma in Afghanistan, sebbene con grandi difficoltà: non esisteva un sistema organizzato tra istituzioni etc, con problemi di comunicazione a causa della lingua e le difficoltà a far venire la famiglia…
Il caso è stato seguito dai media, e pian piano sono venuto a sapere che decine di persone sono morte annegate nel fiume Drina. Ora sono sepolte a Bratunac, Zvornik, Bijeljina e ho deciso di realizzare delle lapidi in loro memoria.
Grazie al gruppo su Facebook Dead and missing in the Balkans, creato dalla giornalista attivista Nidžara Ahmetašević, si sono cominciate a raccogliere le notizie di morti lungo la rotta balcanica, gli appelli delle famiglie o degli amici che cercano gli scomparsi.
Noi in Bosnia sappiamo bene cosa significa cercare, ancora oggi, notizie di figli, mariti, fratelli, amici scomparsi durante la guerra. Sappiamo cosa significa poter seppellire i propri cari, finalmente elaborare il lutto e avere una tomba su cui andare a pregare. Il dolore della perdita è ancora più grande quando non sai cosa ne sia stato di loro, quando non hai una tomba per ricordarli…
Il lavoro di ricerca e identificazione poi si è strutturato?
Sapendo quindi cosa significa cercare disperatamente i tuoi cari, ho deciso di proseguire, rivolgendomi alla polizia, alle procure, alla Croce Rossa Internazionale, a varie istituzioni. Dopo una lunga lotta, si è fatta viva la Commissione Internazionale per le persone scomparse (ICMP) che ha identificato migliaia vittime della guerra in Bosnia Erzegovina attraverso il Dna. Non è stato un processo facile, ma alla fine siamo riusciti, almeno sul territorio della Bosnia, a raccogliere reperti ossei, inviarli all’Aja dove è la sede della ICMP, e confrontarli con i prelievi delle famiglie con cui siamo in contatto.
Chiaro, c’è ancora molto da fare e siamo solo all’inizio, e se contiamo gli annegati nella Drina, sono oltre cento i sepolti finora. Ma parliamo dei morti che hanno avuto più fortuna… sebbene possa sembrare assurdo usare questa parola, parliamo di coloro i cui corpi sono stati trovati, o da qualche pescatore, o visti da chi passeggiava lungo la riva e così via. Ma il numero dei morti, anche solo su questo tratto di confine, non lo sapremo mai, perché il fiume non sempre restituisce i corpi.
Ma se il meccanismo costruito in Bosnia funzionerà, potrà essere replicato in Grecia, Albania, Italia, dove le persone muoiono nell’attraversamento del confini… mi contattano le famiglie di persone scomparse sui confini della Bulgaria, della Turchia, della Croazia.
Le sepolture e le lapidi sono importanti anche per un altro motivo: affinché si sappia che delle persone sono morte, in maggioranza annegate, altre per congelamento, perché non avevano altra possibilità, perché i loro passaporti non erano abbastanza “buoni”.
Persone che sono scappate da guerre, violenze e povertà, che hanno seguito i propri sogni di una vita dignitosa, in pace e sicurezza, morte nei fiumi, sulle montagne, in mare. Persone delle quali deve rimanere una memoria.
👉L'articolo originale su OBCT
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