Olešky sorge sulla linea del fronte, sull’altra sponda del Dnipro di fronte a Cherson. A separare la città dal territorio liberato dall'esercito ucraino è la piana alluvionale del fiume, con il suo fitto reticolo di corsi d'acqua, affluenti e canali. Dopo la liberazione della riva destra dall'occupazione russa, la città occupata è diventata rapidamente una base per le operazioni militari russe sulla sponda sinistra dell’oblast di Cherson.
Da lì le forze russe bombardano Cherson. Le forze ucraine, a loro volta, mantengono la zona sotto tiro, colpendo le postazioni nemiche a Olešky per impedire alle truppe russe di avanzare tra le isole e raggiungere l’altra sponda del Dnipro, distante appena pochi chilometri da Cherson.
Ciò che distingue Olešky e Hola Prystan' è il prolungato blocco de facto a cui sono sottoposti gli abitanti. In molte altre città della linea del fronte sotto il controllo dell’Ucraina, la popolazione può ancora allontanarsi e le autorità ucraine esortano costantemente all’evacuazione. A Olešky, invece, i civili sono stati di fatto trasformati in scudi umani.
Secondo le stime, in città restano tra le mille e le quattromila persone. Dalla fine della primavera le condizioni sono peggiorate drasticamente. Il blocco e le mine rendono impossibile l’accesso alla città, con conseguenti gravi carenze di generi alimentari. I residenti riferiscono inoltre che le forze russe impiegano droni per colpire i veicoli civili che tentano di fuggire o di portare rifornimenti.
Secondo il Commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino, Dmytro Lubinets, “a seguito dei negoziati, la parte russa non ha mai confermato la propria disponibilità a condurre una missione di evacuazione umanitaria”.Cherson
Anche Hola Prystan', una città a venti chilometri più a sud lungo la stessa linea del fronte, è soggetta a un blocco analogo.
“Abbiamo pregato, fatto il segno della croce e li abbiamo supplicati di non ucciderci”
Liudmyla Berezka e suo marito sono rimasti a Olešky fino all’ultimo istante possibile. La città vive sotto occupazione sin dai primi giorni dell’invasione su vasta scala della Russia. Nell’estate del 2023, Liudmyla ha assistito all’allagamento di Olešky in seguito all’esplosione della diga della centrale idroelettrica di Kakhovka, controllata dalla Russia. Secondo l’amministrazione militare della città in esilio, l’80 per cento di Olešky è stato sommerso. Il numero delle vittime resta tuttora sconosciuto. Da allora, la città è rimasta senza elettricità, gas né approvvigionamento idrico centralizzato.
Liudmyla racconta che la vita è diventata a poco a poco insostenibile. All’inizio alcuni negozi sono rimasti aperti. Quando hanno chiuso, gli abitanti sono stati costretti a recarsi a Skadovsk o al porto di Zaliznyi per procurarsi cibo, medicine o ritirare le pensioni erogate dalle autorità di occupazione. Entrambe le città si trovano sulla costa del Mar Nero, anch’esse sotto il giogo russo.

Nel dicembre 2025, temendo un’avanzata ucraina, le truppe russe hanno minato le strade d’accesso a Olešky, Hola Prystan' e ai villaggi vicini, limitando ingressi e uscite. All'inizio della primavera del 2026 la morsa si era allentata, per poi intensificarsi nuovamente il 26 maggio. A giugno, il tentativo di far entrare generi alimentari a Olešky si è concluso con la morte di due persone, saltate sulle mine a bordo del loro mezzo. I residenti hanno ribattezzato la via d'uscita “la strada della morte”, terrorizzati all'idea di percorrerla.
I coniugi Berezka sono andati avanti grazie alle scorte accumulate. Liudmyla cucinava sul fuoco alimentato con la legna raccolta per l’inverno. Per un periodo, un conoscente di Novomykolaivka, nel distretto di Skadovsk, sessanta chilometri più a sud, ha portato latte, verdure e qualche altro genere di prima necessità da vendere. Durante uno di questi viaggi, il genero del conoscente è finito su una mina ed è morto sul colpo. Nessuno ha più osato portare cibo.
Liudmyla descrive così la vita quotidiana a Olešky: “Già prima di allora, i droni nemici avevano iniziato a volteggiare ovunque, dando la caccia a persone, case e a quelle poche automobili miracolosamente scampate agli attacchi. Avevamo paura sia dei droni che dei russi. L’anno scorso, il 9 maggio, il loro ‘Giorno della Vittoria’, i russi gridavano e lanciavano granate nei cortili delle case”.
In primavera, i coniugi Berezka hanno deciso di lasciare Olešky. Raggiungere il territorio controllato dal governo ucraino richiede un viaggio di almeno 2.600 chilometri attraverso le aree temporaneamente occupate dell’oblast di Donetsk, via la Russia e la Bielorussia. Alcuni trasportatori chiedono circa 450–500 dollari a persona, altri molto di più. Ciononostante, alcuni volontari cercano di evacuare alcune persone gratuitamente.
Un viaggio di 3.748 km. La distanza tra Oleshky e Mykolaiv è di circa 80 km.
I Berezka avevano perso una precedente evacuazione di volontari a causa dell’assenza di segnale telefonico in città: hanno così deciso di partire da soli. La prima tappa prevista era il villaggio di Mykhailivka, nel distretto di Skadovsk, dove era stato loro offerto un alloggio temporaneo. Hanno caricato i loro effetti personali su un rimorchio e sono andati via di casa alle otto del mattino del 9 maggio 2026, sperando che la tregua annunciata dalla Russia reggesse almeno durante la parata militare a Mosca.
Non avevano percorso nemmeno dieci chilometri quando hanno avvistato una vettura Moskvich in fiamme con accanto il corpo carbonizzato di un uomo. L’auto aveva molto probabilmente urtato una mina e il conducente aveva tentato invano di mettersi in salvo. Vasyl Berezka ha cercato di aggirare l'ostacolo con cautela, ma la ruota destra del rimorchio ha colpito un ordigno sul ciglio della strada.
“C'è stata un'esplosione, poi una seconda, una terza, una quarta. Sono saltate circa sei mine. L’auto e il rimorchio hanno preso fuoco, siamo riusciti a uscire appena in tempo. Abbiamo lasciato lì ogni cosa. Mia moglie è riuscita ad afferrare solo la borsa con i documenti e ci siamo messi a correre. Avevamo fatto circa duecento metri quando due droni ci sono piombati addosso. Dove potevamo scappare? Dove potevamo nasconderci? Abbiamo alzato lo sguardo verso il drone, abbiamo pregato, ci siamo fatti il segno della croce e li abbiamo supplicati di non ucciderci: ‘Non vedete? Siamo solo due anziani’. Poi uno dei droni è piombato sibilando dritto verso mia moglie. Sono riuscito a gridare: ‘Liuda, buttati a terra!’. Si è schiantato a mezzo metro da lei ed è esploso. Solo Dio sa come sia sopravvissuta. Aveva ferite multiple e lesioni da schegge. Era ricoperta di sangue”, racconta Vasyl Berezka.
Vasyl è riuscito a trascinare la moglie fino a un lago vicino, lavandole via parte del sangue e della terra. Il villaggio di Solonci era a breve distanza. L'ha aiutata a raggiungere la prima casa che desse segni di vita, lasciandola alle cure di una donna del posto. Poi si è incamminato attraverso boschi e steppa verso Mychajlivka, la loro destinazione originaria. Percorrendo la strada asfaltata, il villaggio sarebbe stato a quasi cinquanta chilometri di distanza.
A Mychajlivka ha trovato un autista disposto ad andare a prendere sua moglie l’indomani mattina per 3.000 dollari. Nessun altro era disposto a percorrere la “strada della morte” fino a Solontsi, un villaggio quasi a ridosso di Olešky. Vasyl temeva che l’uomo si tirasse indietro, ma le sue paure si sono rivelate infondate. La mattina del 10 maggio, Liudmyla è stata portata a Mykhailivka. Il giorno dopo, Vasyl ha organizzato il trasporto all’ospedale più vicino, a Skadovsk, in territorio occupato. Il personale sanitario si è tuttavia rifiutato di curarla o di rimuovere le schegge, sostenendo che “non fosse in pericolo di vita”. E così la coppia è tornata a Mykhailivka.
“Ci siamo riposati lì e le ferite di mia moglie hanno cominciato a rimarginarsi un po’”, prosegue Vasyl.

I due si sono messi poi in contatto con Kseniia Arkhipova, una volontaria originaria di Olešky che negli ultimi anni ha aiutato i residenti a lasciare i territori occupati. È stato comunicato loro che un mezzo diretto verso le zone controllate dall'Ucraina avrebbe potuto prelevarli solo sette settimane più tardi, il 30 giugno, da Skadovsk, a trenta chilometri da Mykhailivka.
Vasyl descrive in dettaglio il resto dell’odissea: “Un taxi ci ha portato da Mykhailivka alla stazione degli autobus di Skadovsk, dove siamo saliti su un minibus. A Melitopol abbiamo preso un altro furgone. Poi abbiamo attraversato Donetsk, la Russia e la Bielorussia, e il 3 luglio abbiamo raggiunto l’oblast di Volyn. Lì ci hanno accolto dei volontari e siamo andati direttamente da nostra nipote a Kiev. In seguito abbiamo trovato una sistemazione e ci siamo trasferiti nell’oblast di Mykolaiv. Io e mia moglie vivremo qui in pace, aspettando la fine dei nostri giorni”.
“Mia cara, avresti forse dei cereali da darmi?”
L’ultima volta che i volontari sono riusciti a portare via dei residenti da Olešky, assediata, rischiando la propria vita, è stato il 26 maggio 2026. Da allora non si hanno notizie di altre persone riuscite a fuggire dalla città.
Dopo il tentativo fallito di entrare in città a giugno, la mattina del 1° settembre è stato organizzato un nuovo convoglio per recapitare viveri ed evacuare civili verso zone sicure. Una colonna composta da pochi veicoli è stato attaccata dai droni mentre si avvicinava a Olešky.
Kseniia Arkhipova, che coordina le consegne di cibo e i soccorsi, è nata e cresciuta a Olešky ed è rimasta nella città occupata fino al luglio 2022. Oggi vive nell’oblast di Mykolaiv. Negli ultimi anni ha contribuito all’evacuazione di circa duecento persone dalla sua città natale. L’11 maggio 2026, ad esempio, 32 persone sono state tratte in salvo in un’unica operazione.
Per motivi di sicurezza, Arkhipova non rivela ulteriori dettagli sui percorsi o sulle persone coinvolte nelle missioni.
“La gente rischia di doversi nutrire della corteccia degli alberi”, denuncia. Arkhipova sottolinea che già ad agosto molti abitanti a Olešky non avevano più nulla da mangiare. L’estate è finita e la scarsa quantità di prodotti che i residenti sono riusciti a coltivare nei propri orti è quasi esaurita.
A Olešky un chilo di cipolle o patate costa oggi 1.000 rubli (10 euro) — rispettivamente 15 e 30 volte i prezzi medi nel resto dell’Ucraina — mentre dieci uova arrivano a 1.500 rubli (16 euro), circa 20 volte la media nazionale. “Lì c’è vera fame. La gente implora di essere evacuata, ma portarla via è impossibile”, afferma Arkhipova.

Tetiana Hasanenko, a capo dell’amministrazione militare della città di Olešky, aggiunge che un blister di Citramon, uno degli antidolorifici più comuni, costa 1.000 rubli (10 euro). Un chilo di sale o di zucchero ha lo stesso prezzo: anche in questo caso circa 20 volte più alto rispetto al resto del paese.
“Il denaro non ha più alcun valore reale perché quasi nessuno vende più niente. La gente sopravvive grazie al baratto. C’è chi scambia due chili e mezzo di zucchero per dieci uova, dipende dagli accordi. Scavano nelle cantine allagate dopo il disastro della diga di Kakhovka alla ricerca di conserve fatte in casa. Gli abitanti mi hanno raccontato di recente di aver preparato una zuppa con le zucchine, una delle poche verdure disponibili d’estate, insieme a un pomodoro e due uova. C’è una grave carenza di patate, farina e carne. La gente cerca informazioni per capire quali piante selvatiche locali siano commestibili”, dice Hasanenko.
Una residente di Olešky, la cui identità non viene rivelata per motivi di sicurezza, racconta che quest’estate una sua parente ha incontrato un’anziana signora di ritorno dal mercato:
“L’anziana donna le ha gridato: ‘Mia cara, sto tornando da lì, ma non c’è proprio nulla. Per caso avresti un po’ di cereali da darmi, anche solo mezzo chilo?’. La mia parente le ha dato patate, cereali e pasta. La donna ha tirato fuori 50 rubli (25 grivna) per sdebitarsi, ma la mia parente si è rifiutata di accettare i soldi. La signora, grata, non finiva più di ringraziarla e benedirla”.

Hasanenko riferisce che anche i soldati russi sono a corto di cibo e saccheggiano le ultime scorte dei residenti. Un abitante di Olešky le ha raccontato che gli è stato rubato il cibo da casa nei venti minuti in cui si era assentato.
La situazione è precipitata anche nella vicina Hola Prystan', anch’essa sotto blocco. Prima dell’invasione su vasta scala da parte della Russia, la città contava circa 14mila abitanti; oggi ne restano meno di 2mila. L’unica linea di minibus da Hola Prystan' a Zaliznyi Port ha smesso di funzionare ad agosto, spiega Svitlana Linnyk, capo dell’Amministrazione militare della città di Hola Prystan'. Secondo Linnyk, a essere rimasti sono soprattutto anziani e uomini in età di leva che hanno paura di attraversare i posti di blocco delle forze di occupazione. Per questo motivo, spesso anche le loro mogli e i figli restano nella città assediata con loro.
Linnyk afferma di esortare costantemente i suoi concittadini, sia attraverso canali ufficiali che non ufficiali, a lasciare la comunità occupata alla prima occasione. Eppure è riuscita a convincere i suoi stessi genitori ad andarsene solo quest’anno. “In alcune famiglie scoppiano liti furiose”, dice. “I figli implorano i genitori di andarsene da Hola Prystan' e sono pronti a farsi carico di tutto, ma i genitori si rifiutano: ‘E a chi lasciamo i venti cani e i venti gatti a cui abbiamo dato rifugio?’”.
La repressione sotto l’occupazione non si ferma
Nonostante il rapido peggioramento della situazione umanitaria, le autorità di occupazione hanno continuato a reprimere i civili per tutta l’estate, dando la caccia soprattutto a chi ha parenti arruolati nelle Forze Armate ucraine. Kseniia Arkhipova, in costante contatto con gli abitanti di Olešky, riferisce che i soldati russi compiono rastrellamenti, rapiscono persone e le torturano. Chi ha parenti stretti che prestano servizio nell’esercito ucraino è nel mirino.
Arkhipova ricorda il caso di un conoscente (di cui non rivela il nome per motivi di sicurezza): “Si è sparato per un ricatto dei russi. Gli agenti del Servizio federale di sicurezza russo hanno rintracciato i suoi genitori nella parte temporaneamente occupata dell’oblast di Cherson, poi hanno inviato un messaggio al figlio minacciando di violentare e uccidere sua madre se non avesse fornito le coordinate della propria posizione. Non ha retto e si è tolto la vita”, racconta Arkhipova.
Secondo la volontaria, gli uomini in età militare stanno cercando di fuggire dalla parte occupata dell’oblast di Cherson. Molti hanno ricevuto cartoline di precetto dagli uffici di reclutamento militare russi. Per ora, pur tra enormi difficoltà, riescono ancora a lasciare i territori occupati. Arkhipova teme però che presto possa essere troppo tardi: “Non so come raggiungere chi vive sotto occupazione e convincerlo a partire senza mettere a repentaglio la propria vita e quella dei propri — o, quanto meno, a spostarsi altrove in modo da avere una speranza di sopravvivenza”.
“Gli agenti del Servizio federale di sicurezza russo hanno rintracciato i suoi genitori, poi hanno inviato un messaggio al figlio minacciando di violentare e uccidere sua madre se non avesse fornito le coordinate della propria posizione. Non ha retto e si è tolto la vita” – Kseniia Arkhipova
Kseniia teme che gli abitanti di Olešky siano di fatto condannati a morte: se non per la fame, possono essere le mine o i droni, i bombardamenti o il gelo invernale. Kseniia ricorda che diversi anziani non sono sopravvissuti allo scorso inverno perché mancava il riscaldamento. La temperatura nei loro appartamenti non superava i 2–5 °C. Le autorità locali denunciano decessi per freddo e inedia anche a Hola Prystan'. Ma nelle città sotto assedio si muore anche per altre ragioni.
“Spesso gli uomini si tolgono la vita. Alcuni si impiccano; altri si sparano. Non riescono a reggere il peso: non c’è lavoro, non c’è vita, non c’è nulla. Tutti i corpi vengono portati nel municipio occupato di Hola Prystan', trasformato in un obitorio. Rimangono lì per mesi perché ottenere un certificato di morte e un permesso di sepoltura è molto difficile. Seppellire qualcuno al cimitero è del tutto impossibile: la strada è minata e i civili che si trovano lì vengono braccati dai droni. Non ci sono nemmeno mezzi di trasporto: i russi hanno distrutto quasi tutti i veicoli civili. Dall’inizio del 2025 hanno lanciato una sorta di safari contro le auto civili, crivellandole senza sosta”, afferma Svitlana Linnyk, capo dell’Amministrazione militare della città di Hola Prystan'.
Anche Tetiana Hasanenko, rappresentante delle autorità locali ucraine, descrive un obitorio sovraffollato a Olešky, sebbene difficilmente possa essere definito tale: i seminterrati dell’ospedale cittadino sono stati adattati a tale scopo. Secondo informazioni non confermate provenienti dall’amministrazione militare locale, vi sarebbero ammassati circa un centinaio di corpi. Alcuni si trovano lì dall’inverno.

Le donne intervistate raccontano che, se una persona muore fuori dall’ospedale, i parenti sono tenuti a trasportare personalmente la salma a Kalanchak, un insediamento nel vicino distretto di Skadovsk, a quasi 70 chilometri da Olešky. Lì opera il medico legale più vicino, nominato dalle autorità di occupazione. Senza il suo referto, i russi non rilasciano il permesso di sepoltura a chiunque muoia fuori dall’ospedale. Una volta completato l’esame, i funzionari dell’occupazione riconsegnano il corpo avvolto nella plastica e i parenti lo seppelliscono senza bara in una fossa profonda circa un metro.
“I cani possono facilmente dissotterrare queste fosse e trascinare via resti umani. È agghiacciante. La vita umana qui non ha alcun valore. I corpi possono rimanere per strada per settimane senza che nessuno li raccolga, a causa dei continui attacchi dei droni e dei bombardamenti che spesso non si fermano nemmeno per un minuto”, racconta Liudmyla Berezka.
Hasanenko conferma quanto detto, rievocando la storia di una donna di Solontsi che ha trovato ciò che restava del corpo di suo marito. Ha raccolto i resti, li ha seppelliti in una fossa e si è recata a Kalanchak per ottenere un certificato di morte. I funzionari del posto le hanno detto di dissotterrare il corpo e di portarlo lei stessa per un cosiddetto esame; in caso contrario, non avrebbe potuto ricevere il certificato.

“La morte ti segue letteralmente ovunque a Olešky. Puoi stare parlando con un vicino fuori dal portone di casa tua, per poi rientrare, uscire quindici minuti dopo e vedere le sue viscere appese alla recinzione”, dice Hasanenko.
Secondo le sue informazioni, l’ospedale di Olešky, gestito dalle forze di occupazione, è agli sgoccioli. La chiusura era prevista per l’11 settembre, ma al 15 settembre risultava ancora aperto: “I medicinali sono praticamente finiti. L’unica cosa che i medici possono fare è tamponare le emorragie”, aggiunge.
Nonostante l’orrore che regna a Olešky – che prima dell’invasione contava 24 mila abitanti – le stime indicano che siano rimaste tra le mille e le quattromila persone. Hasanenko ritiene che il dato più realistico sia di circa duemila residenti, tra cui quarantasette bambini.
Nell’intera comunità di Olešky, afferma, potrebbero essere rimasti tra i 6mila e i 7 mila dei quarantamila abitanti registrati all’inizio della guerra su vasta scala, tra cui almeno 180 minori.
Ogni traccia di vita è svanita anche dai villaggi vicini di Krynky, Pishchanivka, Pidstepne, Zaplava e Sahy. Tutti sono stati distrutti e di fatto cessato di esistere. Le autorità ucraine dichiarano che Kozachi Laheri, Solontsi e Pidlisne sono distrutti all’80 per cento. La situazione è simile nei villaggi intorno a Hola Prystan'.
La volontaria Kseniia Arkhipova ritiene che così tante persone restino a Olešky e Hola Prystan' perché, a differenza delle città più sicure delle retrovie come Henichesk, Skadovsk o Novotroitske, in queste due località non vi è più alcuna amministrazione di occupazione da quando se n’è andata nel 2023. Rimangono solo i soldati russi. Per questo gli abitanti di Olešky dicono a Kseniia: “Aspetteremo ancora un po’ per la nostra gente”.
"A Olešky un chilo di cipolle o patate costa oggi 1.000 rubli (10 euro) – rispettivamente 15 e 30 volte i prezzi medi nel resto dell’Ucraina – mentre dieci uova arrivano a 1.500 rubli (16 euro), circa 20 volte la media nazionale”
I rappresentanti delle legittime autorità locali ucraine e i volontari intervistati concordano tutti sul fatto che il blocco sia stato imposto deliberatamente, con l’obiettivo di usare i civili come scudi umani.
“Non c’è spazio per i civili in guerra, perché la guerra consiste nello strappare territorio a qualsiasi costo. È per questo che abbiamo supplicato – e continuiamo a farlo – chiunque sia rimasto sotto occupazione di andarsene alla prima occasione”, ribadisce Hasanenko.
Dmytro Lubinets, Commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino, ha dichiarato che l’Ucraina aveva concordato un elenco di persone da evacuare da Olešky e aveva completato il necessario coordinamento con le Forze di sicurezza e difesa ucraine per garantire il cessate il fuoco durante la missione umanitaria. Aveva inoltre ottenuto la disponibilità del Comitato Internazionale della Croce Rossa a partecipare alle operazioni di evacuazione nell’ambito del proprio mandato.
Lubinets aveva già avanzato in precedenza la proposta di organizzare un’evacuazione ufficiale da Olešky.
Anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha lanciato un appello alla comunità internazionale per garantire l’accesso a Olešky e l’evacuazione dei residenti. Ha lanciato l’appello a Kyiv all’inizio di settembre durante un incontro congiunto con la ministra degli Affari esteri e della cooperazione del Principato di Monaco, Isabelle Berro-Amadeï.
Tuttavia, nonostante i negoziati, la parte russa non ha confermato la propria disponibilità ad aprire un corridoio umanitario ed evacuare i residenti.
Come spiega Anna Mykytenko, giurista ed esperta di diritto internazionale umanitario, poiché Olešky è un territorio occupato, la Russia, in qualità di potenza occupante, ha la responsabilità di garantire la fornitura di generi alimentari e medicinali, nonché standard adeguati di igiene e salute pubblica. Tali obblighi sono sanciti dagli articoli 55 e 56 della Quarta Convenzione di Ginevra.
“Quando la popolazione non riceve rifornimenti adeguati, la potenza occupante deve acconsentire ad azioni di soccorso intraprese da organizzazioni umanitarie imparziali ai sensi dell’articolo 59 della Quarta Convenzione di Ginevra. Come è noto, l’Ucraina ha ripetutamente proposto un’operazione umanitaria per consentire ai civili di lasciare Olešky. La parte russa non ha dato il proprio consenso né ha intrapreso alcuna altra iniziativa per migliorare la situazione e, pertanto, sembra agire in violazione delle pertinenti norme del diritto internazionale umanitario”, afferma Mykytenko.
Anche Vasyl e Liudmyla Berezka si rammaricano di non aver lasciato prima la loro città natale, Olešky.
“È stato durissimo lasciarsi tutto alle spalle. Molto duro. Ma avremmo dovuto farlo molto prima”, ammette Vasyl. “Sì, alla mia età è molto difficile ricominciare la vita da zero. Ma non siamo stati abbandonati. E, cosa più importante di tutte, nell’Ucraina libera possiamo respirare liberamente e parlare senza paura. Ma soprattutto, siamo vivi”.
🤝 Questo articolo è stato realizzato dal Public Interest Journalism Lab nell’ambito del Reckoning Project, un’iniziativa di giornalisti, analisti e giuristi ucraini e internazionali, fondata nel marzo 2022 per documentare e analizzare i crimini di guerra commessi durante la guerra russa contro l’Ucraina. La traduzione e la ripubblicazione sono parte di un partenariato con Voxeurop. La traduzione italiana è a cura di Valigia Blu, partner di Voxeurop.
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