Dati alla mano Riciclaggio rifiuti

L’Europa non ricicla abbastanza plastica

A causa di norme più stringenti il tasso di riciclaggio degli imballaggi in plastica dovrebbero precipitare. Se non rafforzerà le sue capacità industriali l'Ue non raggiungerà l'obiettivo del 50 per cento di plastica riciclata e potrebbe vedere svilupparsi le esportazioni illegali.

Pubblicato il 26 Ottobre 2020 alle 17:44

L’Unione europea si trova di fronte al problema della gestione dei  rifiuti di plastica, dice un rapporto della Corte dei conti europea, cominciando dal componente principale, i rifiuti da imballaggio. La produzione continua a crescere: l’anno scorso ha raggiunto circa 18 milioni di tonnellate, di questi, poco più del 60 per cento erano imballaggi. E dato che il ciclo vitale della plastica si estende su più secoli, il 40% della produzione di plastica dell’Ue è destinata a produrre imballaggi che saranno gettati tra i rifiuti.

Ora, a partire dal 1° gennaio 2021, la gestione di questi rifiuti si complicherà molto per gli operatori europei, dato che entrerà in vigore un emendamento alla convenzione di Bali sulle esportazioni dei rifiuti pericolosi, adottata in maggio 2019. Fino ad ora, la maggior parte dei materiali plastici era riportata nella lista dei rifiuti non pericolosi, la cosiddetta “lista verde”. Ormai, solo i materiali riciclabili non contaminati, pre-trattati, privi di qualsiasi materiale non riciclabile e che sono stati oggetto di una preparazione in vista di un riciclaggio immediato e che rispetta l’ambiente possono figurare sulla lista verde. Ciò renderebbe ancora più difficili le esportazioni verso l’Asia della plastica destinata a essere riciclata, quota già dimezzatasi dal 2016, quando la Cina ha cominciato a chiudere il suo mercato, processo ormai completato. 

Questa grande potenza non vuole più essere la “discarica del mondo” e ha reso più severe le sue norme sulla qualità dei materiali che importa per il riciclo. Una maniera, inoltre, per regolare i flussi e lasciare spazio al trattamento dei propri rifiuti in plastica. Risultato: le esportazioni europee si sono orientate verso i paesi che si delineavano come migliori offerenti (principalmente Malesia e Turchia). Ma con l’entrata in vigore dell’emendamento alla convenzione di Bali nel gennaio prossimo, queste opportunità potrebbero a loro volta ridursi.

La perdita del mercato cinese nel 2017-2018, poi le probabili restrizioni a partire dal 2021 con il giro di vite promosso dalla Convenzione di Bali, complica ancora di più il raggiungimento dei nuovi obiettivi che l’Ue si è prefissata. Infatti, l’Unione ha rivisto nel 2018 la sua direttiva relativa agli imballaggi e i rifiuti da imballaggi, e ora l’obiettivo è raggiungere un tasso di riciclo degli imballaggi in plastica del 50 per cento nel 2025 e del 55 per cento entro il 2030. 

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L’obiettivo fissato in precedenza (22,5 per cento entro il 2008) è stato raggiunto e ampiamente superato. Oggi, l’Europa nel suo insieme vanta un tasso di riciclo dei suoi rifiuti da imballaggi in plastica del 41 per cento. Ma se ha raggiunto questo livello, che resta comunque modesto se paragonato ad altri materiali (il vetro si ricicla al 73 per cento, gli imballaggi metallici al 76 per cento, la carta e il cartone all’83 per cento), è in buona parte grazie alle sue esportazioni. 

La Corte dei conti europea dichiara quindi: “L’esportazione al di fuori dell’Ue di rifiuti da imballaggi in plastica ha contribuito per un terzo al tasso di riciclaggio dichiarato per l’insieme dell’Unione europea nel 2017.” E in effetti, se le esportazioni totali di rifiuti in plastica diminuiscono, la quota di rifiuti da imballaggi aumenta in queste esportazioni: la metà tra 2012-2013, mentre ha raggiunto i tre quarti nel 2017.


Dato che oggi sono più che mai limitate, le esportazioni così contribuiscono fortemente alla realizzazione di obiettivi che d’altronde sono stati rivisti al rialzo. A questo problema se ne aggiunge un altro: la mancanza di controllo su queste esportazioni, sia in partenza, sia al momento dell’arrivo nel paese di destinazione. 

Secondo le norme europee, i rifiuti esportati per il riciclo devono essere trattati nel paese di destinazione secondo gli stessi standard ambientali vigenti in Europa. In pratica, questa regola è ben lungi dall’essere strettamente osservata. I rifiuti possono quindi facilmente ritrovarsi nella natura o finire negli oceani, dopo che organizzazioni mafiose hanno cominciato a occuparsene, fatturando un trattamento fittizio. 

Le amministrazioni degli stati europei, per definizione, non hanno alcun potere di controllo nei paesi terzi, e gli imprenditori europei, vincolati a titolo di “responsabilità estesa del produttore”, svolgono raramente a verifiche su ciò che avviene ai rifiuti nel paese d’arrivo. “Pertanto, la garanzia riguardo al riciclo dei rifiuti al di fuori dell’Unione europea è debole e il rischio di attività illegali è elevato”, scrive la Corte dei conti, secondo la quale “l’eliminazione illegale dei rifiuti costituisce uno dei mercati illegali più redditizi al mondo, al pari della tratta degli esseri umani, il traffico di droga e il commercio illecito di armi da fuoco, in ragione del debole rischio di azioni penali e dell’ammontare poco elevato delle sanzioni”. 

Citato nuovamente dalla Corte dei conti, il progetto di ricerca europeo BlockWaste ha stimato nel 2017 che il 13 per cento del mercato dei rifiuti non pericolosi spariva all’interno delle filiere illegali, una quota che raggiunge il 33 per cento per i rifiuti pericolosi.


Il tema delle esportazioni non è la sola preoccupazione riguardo alla conformità con i nuovi obiettivi europei sul riciclo, d’altronde giuridicamente vincolanti. La revisione del 2018 della direttiva sugli imballaggi ha d’altra parte imposto agli stati membri regole di contabilizzazione più rigide e armonizzate a partire dal 2020. Fino a questo momento, ogni paese aveva un certo margine sulla questione, e da qui nascono le grandi divergenze nei metodi di calcolo. Ad esempio, le quantità di plastica dichiarata come “riciclata” possono essere definite tali in diverse tappe del processo di raccolta, di selezione e di riciclo. Inoltre, come sottolinea la Corte dei conti, le procedure di verifica evidenziano livelli di qualità molto diseguali e nessuno si assume il rischio di fornire informazioni inesatte. In breve, le attuali statistiche europee sono da prendere con le pinze. 



Le nuove norme di calcolo, che si applicano a partire da quest’anno, dovranno fornire un’immagine più conforme alla realtà, come dovrebbe essere mostrato dalle statistiche a partire dal 2022. I professionisti, però, hanno già calcolato che queste nuove norme porteranno a un drastico crollo dei tassi di riciclo negli stati membri. Su scala europea, il tasso attuale del 41 per cento potrebbe quindi ridursi al... 30 per cento. E far tornare indietro l’Europa di dieci anni. 


Tra rendicontazione più rigorosa e le restrizioni sull’export, lo spazio che separa il continente dal raggiungere l’obiettivo del 50 per cento da qui a cinque anni è sempre più ampio, soprattutto per i paesi che si trovano in ritardo. Diventa quindi urgente per l’Unione aumentare sul proprio territorio la capacità di trattamento, che oggi risulta insufficiente, sia con gli sforzi a livello nazionale sia con una maggior solidarietà tra stati membri su questo tema. Se non si faranno questi investimenti, si darà una boccata d’aria al traffico illegale. Il rapporto della Corte dei conti mette chiaramente in guardia sul rischio accresciuto di eliminazione fraudolenta di rifiuti nell’attuale contesto. 

L’aumento del tasso di riciclo non è una questione d’investimento nelle catene di raccolta e nelle unità di trattamento, ricordano i magistrati europei: bisogna agire anche alle due estremità della catena. 

A valle, è fondamentale garantire degli sbocchi per i materiali riciclati. Oggi, le capacità di produzione di plastica riciclata superano ampiamente le capacità di assorbimento nel mercato. La quantità di plastica riciclata utilizzata ogni anno nell’Ue si attesta a 4 milioni di tonnellate, secondo la Corte dei Conti, con l’obiettivo della Commissione di arrivare, nel quadro dell’“Alleanza per le plastiche circolari”, a 10 milioni di tonnellate nel 2025, ovvero all’incirca l’attuale livello di riciclo. Secondo Plastic Europe, il sindacato dei professionisti, nel 2018 sono stati raccolti rifiuti in plastica (a prescindere dalla tipologia) per 29,1 milioni di tonnellate, di cui 32 per cento destinato a riciclo, 43 per cento alla valorizzazione energetica (incenerimento) e 25 per cento posto in discarica.

Sull’altra estremità, bisognerà migliorare la riciclabilità degli imballaggi in plastica. La Corte evidenzia a questo proposito le falle del meccanismo della Rep, la "Responsabilità estesa del produttore”. Con questo sistema, gli industriali che producono questi imballaggi versano un canone per il trattamento dei loro prodotti alla fine del ciclo di vita, in base al principio “inquinante-pagante”, che va a pesare in ultima istanza sul prezzo pagato dal consumatore. 

Tuttavia, per come è attuata, la Rep non favorisce necessariamente le migliori pratiche. Nella maggior parte dei casi, l’ammontare del canone pagato dall’imprenditore è calcolato in funzione del peso, e ciò spinge ad alleggerire gli imballaggi per limitare il costo. Il peso medio di una bottiglia in polietilene tereftalato (PET) da mezzo litro è quindi passata dai 24 grammi del 1990 ai 9,5 grammi del 2013. Ma come indica la Corte, queste pratiche hanno comportato modifiche alle bottiglie, con una struttura multistrato e l’uso di molteplici materiali plastici diversi, il che rende difficile il riciclo. Alcuni stati, come i Paesi Bassi, applicano una modulazione del canone in funzione della riciclabilità, ma si tratta di iniziative isolate. La revisione della direttiva imballaggi del 2018 prevede una ecomodulazione dei canoni, che deve essere applicata in tutti gli Stati membri e bisognerà vedere quali saranno gli effetti di questo sforzo di armonizzazione dall’alto.

I progressi necessari da compiere sul fronte del riciclaggio degli imballaggi in plastica non devono però far perdere di vista l’urgenza di ridurne l’uso e la produzione. Anche se da questo punto di vista gli europei sono più virtuosi degli americani, con 32 kg di rifiuti da imballaggi in plastica pro capite e 45 kg oltreoceano, resta il fatto che l’impatto del Vecchio Continente è sei volte superiore a quella di un indiano (5kg annui pro capite). Ora, malgrado il progresso del riciclo degli imballaggi, passato da 5,5 milioni di tonnellate nel 2013 a 7 milioni nel 2017, la produzione di rifiuti destinati all’incenerimento o alla discarica non è diminuita ma rimasta stabile, intorno ai 9,5 milioni di tonnellate annue: lungi dal ridurre il proprio consumo di imballaggi in plastica, gli europei ne utilizzano sempre di più. 

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.

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