Serve un nuovo approccio

Anche la conferenza di Durban si è chiusa con un nulla di fatto a causa dell’intransigenza di grandi inquinatori ed economie in via di sviluppo. Nei confronti di queste ultime l’Europa deve cambiare atteggiamento, abbandonando il paternalismo e puntando sulla cooperazione.

Pubblicato il 8 Dicembre 2011 alle 16:44

I paesi in via di sviluppo hanno seguito fino in fondo il ragionamento europeo. Hanno negato le proprie responsabilità, hanno chiesto un indennizzo da parte dei paesi industrializzati a causa del cambiamento climatico (senza condizioni riguardo l’allocazione delle somme stanziate) e hanno preteso riduzioni draconiane delle emissioni dei gas serra nei paesi industrializzati. Quanto ai paesi esportatori di petrolio, invece, hanno perfezionato il loro vittimismo, chiedendo anche loro un risarcimento a causa della riduzione del prezzo delle loro esportazioni. Mentre l’inquinamento non fa altro che aumentare nei paesi in via di sviluppo, i grandi inquinatori – come Russia, Stati Uniti e Cina – si accontentano di fare spallucce.

Il mondo è cambiato: i grandi paesi in via di sviluppo sono ora chiamati alla riscossa per salvare l’euro. Questa nuova realtà non ha modificato molto la visione europea del cambiamento climatico. Il principio della Convenzione sul clima del 1992 è che il riscaldamento globale dipende dalla responsabilità collettiva di tutti i paesi, dunque anche dei paesi in via di sviluppo. Per concretizzarla occorre tener conto delle circostanze specifiche e delle possibilità di ogni paese, ma abbiamo perso di vista sempre più spesso questa responsabilità comune.

Un tale messaggio naturalmente non è affatto popolare, perché l’Europa dipende dal suo ruolo di donatrice mentre i paesi in via di sviluppo ne approfittano a tutto spiano. Si afferma quindi un sentimento di superiorità europea che si esprime nella convinzione che non è possibile chiederne conto ai governi dei paesi in via di sviluppo. In pratica, nessuno trova niente da ridire se un’azienda europea accusata di aver inquinato l’ambiente in Africa non viene giudicata da un tribunale africano ma europeo. Tollereremmo una cosa del genere se una società straniera inquinasse il porto di Rotterdam? Finché non saremo noi a prendere sul serio i governi dei paesi in via di sviluppo, una politica climatica internazionale è destinata all’insuccesso.

La definizione “debito climatico” è forse intrigante, ma esprime un concetto che non ha senso alcuno. Nel corso della storia, la maggior parte delle emissioni di CO2 ha avuto luogo nei paesi industrializzati e tutto ciò è riconducibile alla prosperità e alle condizioni di vita in quei paesi. Questi ultimi sono fortemente invidiati, e se possibile imitati, da una gran parte della popolazione mondiale.

In Europa dovremo abbandonare questo miscuglio di senso di superiorità e di responsabilità, questa sindrome di colpevolezza e di atteggiamento da buon samaritano. Un approccio più realistico potrà portarci naturalmente a inciampare nella resistenza dei preconcetti e degli interessi, in Europa come altrove. Ma un approccio diverso offre veramente delle possibilità concrete.

La chiave di tutto sta nel ricorso alle tecnologie, al nord come al sud. Per questo occorrerà rafforzare la cooperazione internazionale, ed è in questo ambito che l’Europa dovrà prendere l’iniziativa.

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