La Humanity 1, nave della ong tedesca SOS Humanity, era pronta a salpare verso il Mediterraneo centrale: motori in ordine, attrezzature di soccorso funzionanti, scorte di cibo e carburante sufficienti per perlustrare le acque del Mediterraneo per settimane.
Bloccato tra Trapani e Siracusa, sulla costa siciliana, l’equipaggio è rimasto in attesa, impossibilitato a intervenire, mentre la missione di soccorso prevista veniva bloccata dalle autorità. Il motivo? SOS Humanity è stata accusata di non aver stabilito contatti con il Centro di Coordinamento del Soccorso libico durante un’operazione di salvataggio.
La rotta del Mediterraneo centrale è considerata la più pericolosa per i migranti a livello globale. Nel 2025 più di 1.300 persone vi hanno perso la vita, e oltre 20.000 sono morte negli ultimi dieci anni nel tentativo di raggiungere l’Europa percorrendo questo tragitto.
Ogni giorno che passa si fa sentire sempre di più
Le imbarcazioni sono spesso sovraffollate e non idonee alla navigazione, con poco carburante e attrezzature di sicurezza minime. Di conseguenza, le operazioni di ricerca e soccorso risultano essenziali e sono spesso l’unica possibilità per prevenire tragedie in mare. Ma allora perché la Humanity 1, una nave pensata per salvare vite, è stata bloccata in porto?
Il 13 febbraio 2026 le autorità italiane hanno bloccato la Humanity 1 a Trapani, emettendo un fermo amministrativo di 60 giorni e una sanzione di 10mila euro. L’equipaggio è stato accusato di non aver collaborato con il Centro di Coordinamento del Soccorso libico: secondo le regole italiane, le imbarcazioni delle ong devono sottostare all’autorità responsabile della zona di ricerca e soccorso assegnata.
Tuttavia, per le organizzazioni umanitarie quest’obbligo è profondamente controverso. Le autorità libiche sono state più volte accusate di violare i diritti umani, anche riportando i migranti verso zone pericolose. Queste accuse generano forti preoccupazioni circa la loro conformità al diritto internazionale marittimo e al principio di non-respingimento dei richiedenti asilo.
Sophie, membro del team di ricerca e soccorso, scende ogni mattina sottocoperta come se nulla fosse cambiato. Continua gli addestramenti, migliora la comunicazione con il ponte durante le simulazioni e partecipa ai test operativi che garantiscono preparazione e sicurezza.
Intorno a lei la vita a bordo è sempre la stessa: si tengono lezioni di arabo per comunicare con i migranti soccorsi in mare, si imparano nodi e manovre di sicurezza e si condividono momenti di team building. Nel mantenere la quotidianità l’equipaggio non passa solo il tempo, crea una continuità fragile ma intenzionale, un modo per guardare al futuro anche quando tutto sembra sospeso.

A bordo le attività giornaliere uniscono addestramento tecnico e crescita del gruppo: lezioni di lingua, simulazioni operative e attività di team building. Lukas, responsabile della comunicazione di SOS Humanity per questo turno, evidenzia che “mantenere disciplina e prontezza non è solo una questione operativa, ma anche psicologica. Se l’equipaggio perde la concentrazione, non ne risente solo il morale, ma anche la sicurezza. I costi aumentano, la pianificazione si complica, eppure dobbiamo continuare a sostenerci a vicenda. Ogni giorno è una sfida”.
Sophie aggiunge: “Molti volontari hanno preso aspettative non pagate e hanno attraversato mezza Europa per essere qui. Ogni workshop o confronto con la squadra è un modo per reggere psicologicamente questo periodo di attesa. Non possiamo muoverci, ma possiamo rafforzare il team, condividere esperienze e imparare cose nuove. È indispensabile per andare avanti”.
Per alcuni la sensazione di impotenza può essere devastante. Stephen, in qualità di osservatore dei diritti umani, monitora la situazione in mare, si interfaccia con le autorità marittime e redige rapporti sulle attività della nave. “Vedere persone in difficoltà e sapere che non possiamo intervenire è logorante. Ogni giorno dobbiamo convivere con questa impotenza, mentre il Mediterraneo continua a chiedere soccorso”, racconta.
Lukas evidenzia il carico pratico e mentale della situazione: “Non è solo tempo che si perde, ma energia fisica e psicologica che si consuma. Ogni giorno ci ritroviamo a gestire gli effetti dell’immobilità, mentre le vite in mare continuano ad essere in pericolo”.
La Justice Fleet e la strategia di logoramento
Il fermo della Humanity 1 è legato a normative italiane che impongono severe regole di coordinamento alle navi ong impegnate nel soccorso nel Mediterraneo centrale. In particolare, le autorità (spesso quelle libiche) impongono alle navi di attenersi alle istruzioni del Centro di Coordinamento del Soccorso competente e possono disporre fermi e sanzioni in caso di mancato rispetto. Queste norme hanno facilitato le autorità a bloccare le navi per motivi amministrativi, anche dopo operazioni di salvataggio.
Secondo le organizzazioni umanitarie, comprese quelle dell’alleanza di ong Justice Fleet, queste misure costituiscono un ostacolo sistemico per questo stanno contestando in tribunale i fermi, affermando che essere costrette a cooperare con attori marittimi libici – accusati a livello internazionale di violazioni dei diritti umani e di rimpatri verso condizioni non sicure – potrebbe violare il diritto marittimo internazionale e il principio di non-refoulement.
Il caso della Humanity 1 mostra in modo esemplare come i sistemi normativi possano bloccare le navi di salvataggio, imponendo vincoli che le ong ritengono incompatibili con i diritti fondamentali di coloro che sono in pericolo in mare.
Più in generale, questi casi rivelano un crescente scontro tra le legislazioni nazionali e gli obblighi del diritto internazionale, mostrando come le norme italiane possano di fatto bloccare operatori che operano nel rispetto delle convenzioni di salvataggio.
Il caso della Humanity 1 mostra in modo esemplare come i sistemi normativi possano bloccare le navi di salvataggio, imponendo vincoli che le ong ritengono incompatibili con i diritti fondamentali di coloro che sono in pericolo in mare
La strategia di “logoramento” non è nuova. Negli ultimi anni, altre imbarcazioni della flotta civile hanno affrontato difficoltà analoghe. Nel 2025 la Sea-Eye 4 è stata trattenuta a Palermo per più di sei settimane dopo aver salvato decine di persone in mare, con le autorità che hanno motivato il fermo con controlli tecnici e presunte violazioni delle direttive portuali.
Allo stesso modo l’Ocean Viking di SOS Méditerranée ha subito ripetuti blocchi nei porti italiani tra il 2024 e il 2025, alcuni protratti per mesi. Anche la Iuventa, nave della ong berlinese Jugend Rettet, è stata sequestrata nel 2017 dalle autorità giudiziarie italiane dopo diverse operazioni di soccorso.

Ognuno di questi casi ha temporaneamente interrotto operazioni di salvataggio, mostrando un modello in cui misure amministrative vengono impiegate per rallentare o limitare l’azione umanitaria.
Lukas si sofferma su questo schema più ampio: “Non siamo soli a subire questi fermi. Ogni imbarcazione che resta bloccata in porto rappresenta un messaggio del contrasto tra la legge e le esigenze umane. È estenuante, ma rafforza anche la nostra determinazione a continuare a documentare e a dare voce a ciò che accade”.
Mediante questi episodi la Justice Fleet intende evidenziare lo scontro tra legislazioni nazionali e diritto internazionale marittimo, mostrando come le misure regolamentari possano di fatto immobilizzare l’azione umanitaria.
Il nuovo disegno di legge e il Patto europeo sulla migrazione
Mentre la Humanity 1 attendeva nel porto di Siracusa il parlamento italiano discuteva una misura ulteriormente restrittiva. Il governo di Giorgia Meloni ha presentato un disegno di legge che prevede un vero e proprio “blocco navale” per le navi delle ong. In caso di “rischi per la sicurezza” – un termine generico che include la pressione migratoria – le autorità potrebbero impedire l’accesso alle acque territoriali italiane per un massimo di sei mesi e trattenere le imbarcazioni fino a 120 giorni.

“Quest’anno, per la prima volta, abbiamo esaminato il numero di persone soccorse in mare dalle ong e gli stessi eventi di salvataggio: ancora una volta, i dati sono inequivocabili”, dichiara Fabrizio Coresi, esperto di politiche migratorie presso ActionAid International Italia. “Anche se i salvataggi delle ong crescono rispetto al totale degli sbarchi, cresce parallelamente anche l’assegnazione di porti lontani, in chiara violazione del diritto internazionale e marittimo, con la conseguenza di lasciare l’area di ricerca e soccorso senza un’adeguata copertura”.
Per Coresi la poca chiarezza dei termini impiegati nel disegno di legge italiano e la delimitazione del loro ambito operativo rendono questa misura altamente preoccupante. “A prescindere dalla sua effettiva applicabilità, sarebbe un ulteriore colpo intollerabile alla nostra democrazia. L’auspicio è che la legge abbia la meglio”.
Il disegno di legge si colloca nel contesto del Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026, che prevede sistemi di esternalizzazione delle procedure di asilo e accordi per reindirizzare i migranti al di fuori dell’Ue.
Il risultato è un assetto in cui le navi delle ong diventano l’ultima barriera concreta a una gestione marittima via via più restrittiva.
A Trapani e Siracusa, così come nei tribunali e nelle sedi europee, si sta sviluppando una tensione tra diritto internazionale e legislazione nazionale. Le ong che operano nel rispetto delle convenzioni di ricerca e soccorso si trovano soggette a fermi amministrativi, pressioni finanziarie, logoramento continuo e incertezza. Anche se in passato svariati fermi sono stati annullati dai giudici, il meccanismo del fermo e del successivo ricorso continua a bloccare le navi.
Guardando l’orizzonte, Lukas, responsabile della comunicazione di SOS Humanity, spiega come “ogni giorno trascorso fermi all’ancora fuori dal porto ci ricorda l’importanza del nostro lavoro. Il mare ci richiama, e ogni ritardo ha un prezzo in vite umane. Ma continuiamo a prepararci, a fare formazione e a documentare, perché se non lo facciamo noi, nessuno lo farà”.
Il 5 marzo presso il Tribunale di Trapani si è tenuta un’udienza durante la quale il giudice ha ascoltato le ragioni di entrambe le parti senza però pronunciarsi in merito. Dopo tre settimane di blocco la missione di salvataggio è stata cancellata ufficialmente il 18 marzo, lasciando aperta la questione del ruolo delle politiche italiane ed europee nel condizionare, ritardare o negare i soccorsi in mare.
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