Dati alla mano Procreazione assistita

“Turismo” riproduttivo in Europa: donne in viaggio per accedere alla procreazione assistita

In molti paesi europei le barriere legislative e culturali obbligano migliaia di persone ad andare all’estero per accedere alle tecniche di riproduzione assistita. In alcuni casi, sono necessari prestiti per pagare i trattamenti.

Pubblicato il 22 Novembre 2021 alle 16:36

Marie e il suo compagno hanno cercato di avere un bambino per più di dieci anni senza riuscirci, e alla fine hanno dovuto cercare un’altra strada. “Abbiamo effettuato una procedura per la donazione di gameti in Francia, ma non ha funzionato”, racconta lei. Poi è emerso un altro problema: le liste d’attesa per la procreazione assistita erano di due anni. “E se la procedura non funziona, devi aspettarne altri due ”, osserva Marie. Questi ritardi li hanno portati a temere il peggio: avrebbero oltrepassato il limite massimo dei 45 anni di età previsto in Francia per le donne che vogliono avere accesso alla procreazione assistita. “Se puoi permettertelo vai in un altro paese europeo dove puoi accedere alle stesse procedure, ma più velocemente”, spiega.

Anche lo sperma viaggia

“Un’amica embriologa mi ha detto che nella sua clinica arrivano spesso donatori danesi. Avevo visto una trasmissione intitolata The vikings are coming (i vichinghi stanno arrivando) che parlava proprio dello sperma danese. Ho pensato che la Danimarca fosse un buon punto di partenza”, dice Liv Thorne, che ha raccontato la sua esperienza di madre single in un libro pubblicato di recente nel Regno Unito. La donna ha ottenuto del liquido seminale donato in Danimarca e se l’è fatto spedire direttamente a casa sua. Perché? Per mancanza di materiale: “Donare sperma non è una cosa che gli uomini fanno normalmente nel Regno Unito”, spiega.

Non è l’unico paese con questo problema: secondo dati del 2018, in Italia la maggior parte di sperma importato proveniva da Spagna, Danimarca e Svizzera. “Trasportare il liquido seminale è relativamente semplice, perché un campione di sperma si deteriora pochissimo quando viene congelato e poi scongelato”, spiega Iñaki González Foruria, uno specialista della clinica per la fertilità Dexeus mujer. Diverso è il caso della donazione di ovuli, che invece sono molto più sensibili al congelamento e a molti altri fattori. È dunque molto difficile mantenerli in buone condizioni durante il trasporto, perciò molte persone devono andare all’estero per poter ricevere degli ovuli.

Marie è andata in Spagna e non è l’unica. Come lei, anche Erika (che, come Marie, ha chiesto di essere indicata con uno pseudonimo in questo articolo), una donna ungherese che dal 2017 cerca di concepire un bambino con il suo compagno senza riuscirci e sta cercando di avere accesso alla donazione di ovuli. Questa pratica è possibile in Ungheria, ma il governo impone che la donatrice appartenga alla famiglia. “Non ho parenti che possano donare un ovulo”, spiega Erika. È questo il motivo principale che l’ha spinta a superare il confine con la Slovacchia, ma nella scelta hanno avuto un ruolo importante anche la saturazione e la disumanizzazione del sistema sanitario ungherese. “Ci sentiamo delle cavie. Per noi è importante essere trattate come esseri umani e non come se fossimo su un nastro trasportatore. Non fai neanche in tempo a rimetterti  gli slip che il dottore sta già trattando un’altra paziente”.


Secondo uno studio recente  il 5 per cento dei casi i trattamenti per la fertilità in Europa implicano dei viaggi all’estero


Secondo uno studio recente  il 5 per cento dei casi i trattamenti per la fertilità in Europa implicano dei viaggi all’estero. Le destinazioni più gettonate sono Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca e Belgio. Nel 2019, per esempio, le cliniche per la fertilità spagnole hanno effettuato 18.457 cicli di trattamenti per persone provenienti dall’estero, la maggior parte da Francia e Italia. La Danimarca ha effettuato più di 8mila trattamenti per pazienti dall’estero, il 21,69 per cento del totale. In Belgio, nel 2018, 13 cicli di fecondazione in vitro su cento sono stati effettuati su pazienti che venivano dall’estero, per la maggior parte da altri paesi dell’Unione europea. In Lituania, invece, tra il 2018 e il 2020 il ministero della salute ha registrato solo dieci non residenti, provenienti da Russia e Bielorussia, che hanno richiesto l’accesso alle tecnologie di procreazione assistita.

Cosa cercano le persone in questi paesi?

Le persone intervistate da Civio sono una piccola parte dei milioni che cercano aiuto nelle tecnologie di procreazione assistita – grazie alle quali  sono nati circa otto milioni di bambini – che per un motivo o per un altro si sono sentite costrette a cercare questa opportunità lontano da casa.

Le motivazioni più comuni sono i vincoli legali imposti nei loro paesi d’origine. Metà dei paesi europei impedisce l’accesso alla procreazione assistita alle coppie formate da due donne e quasi un terzo dei paesi estende questo divieto a donne single. Ci sono però anche altre barriere, per esempio i limiti di età o il numero di cicli di trattamento finanziati dal servizio sanitario pubblico. Tra le altre ragioni ci sono le lunghe liste d’attesa, come in Francia, la ricerca di un servizio sanitario di qualità più alta o meno costoso e a volte il desiderio di donazioni anonime.

In paesi come l’Ungheria, dove per le coppie lgbtq+ è vietato l’accesso alle tecnologie di procreazione assistita, le cliniche per la fertilità straniere pubblicizzano i loro servizi a potenziali clienti. “Le cliniche di Repubblica Ceca, Ucraina e poi anche Austria hanno cominciato a fare pubblicità in ungherese, offrendo servizi più o meno allo stesso prezzo del settore privato nel paese d’origine ”, racconta Bea Sandor, portavoce della Ong per i diritti lgbtq+ in Ungheria Háttér society.

Per Marie e il suo compagno la lingua non ha rappresentato un ostacolo quando sono andati in Spagna: “Non parlo spagnolo, ma per i francesi è facile farsi capire. Nelle cliniche che prendono in carico pazienti che vengono dalla Francia si parla francese”, spiega. Secondo la ginecologa Marisa López Teijón, direttrice della clinica per la fertilità Institut Marquès, le sue pazienti straniere “arrivano da più di 50 paesi diversi”. È anche comune per le cliniche più famose aprire delle sedi all’estero.

Chi si sposta per la procreazione assistita sceglie il posto a seconda delle sue esigenze. Come è accaduto a Marie: “Io vivo a Tolosa. Siamo a tre ore da Barcellona”, racconta. Spagna e Repubblica Ceca sono entrambe mete comuni per persone con problemi di fertilità e che hanno bisogno di ovuli donati. I numeri sono molto alti: il 54,3 per cento dei trattamenti avviati in Spagna nel 2019 su pazienti straniere comprende una donazione di ovuli. Dati altrettanto impressionanti provengono dalla Repubblica Ceca: nel 2017 le donatrici di ovuli erano quasi tutte residenti (99,7 per cento), mentre le destinatarie erano soprattutto straniere (86,3 per cento).

La Danimarca è invece famosa per i donatori di sperma. In effetti, secondo l’autorità danese per la salute e la medicina, il 55,5 per cento delle donazioni ha coinvolto donne straniere. “La Danimarca è un paese relativamente aperto in termini di legislazione sulla donazione di sperma”, afferma Lasse Ribergård Rasmussen, portavoce di Cryos international, una delle più famose banche del seme del paese. Dalla sede centrale di Copenaghen e da altri centri situati a Cipro e negli Stati Uniti mandano campioni in cento paesi in tutto il mondo. “Le lunghe liste d’attesa e le leggi in vigore nei paesi delle clienti sono fattori che possono avere un peso determinante nella loro decisione”, dice Rasmussen.

Prestiti per trattamenti costosi

Andare all’estero significa nella maggior parte dei casi dover sostenere costi molto elevati. “Risparmiate ogni centesimo. Il trattamento per la fertilità è molto costoso”, afferma Thorne. Erika è andata in una clinica a Bratislava, in Slovacchia, invece che nella vicina Repubblica Ceca, per risparmiare: lei e il suo compagno hanno pagato 4mila euro per il trattamento, chiedendo un prestito in banca, invece dei circa 7mila euro che avrebbero dovuto pagare in una clinica ceca. Marie invece stima una spesa di circa 9mila euro in tutto, tra trattamento e i tre viaggi tra Tolosa e Barcellona. “Devi potertelo permettere”, ammette.

Sebbene i motivi per scegliere un posto piuttosto che un altro possano variare, tutti questi paesi hanno qualcosa in comune:una legislazione più aperta e tassi di successo molto elevati li hanno resi mete appetibili per migliaia di persone.

“La legge spagnola, per quanto vecchia, ha ampi margini di tolleranza. I centri sono organizzati benissimo, sono ottimi dal punto di vista dei risultati, dei circuiti e del funzionamento”, afferma González Foruria, ginecologo della clinica Dexeus Mujer. “La Spagna è uno dei paesi leader in Europa per donazione di ovuli, libertà e strutture disponibili”, dichiara Juana Crespo, fondatrice della clinica per la fertilità che porta il suo nome.

Secondo l’Institute for heart information and statistics, ragioni simili valgono anche per la Repubblica Ceca: una legislazione aperta, ampia disponibilità di donatori anonimi e la qualità dei trattamenti. “È una meta molto popolare per i trattamenti per la fertilità soprattutto perché è in grado di offrire tassi di successo molto elevati e prezzi accessibili”, afferma Michaela Silhava, direttrice della Unica clinic di Praga. La maggior parte delle sue pazienti arriva qui a causa di restrizioni legali, come quelle in vigore in Italia, Germania e Austria, o liste d’attesa molto lunghe, come nel Regno Unito.

Le autorità sanitarie della Repubblica Ceca temono però che l’arrivo di troppe pazienti straniere possa rendere più difficile l’accesso alla procreazione assistita per le cittadine ceche. È quanto emerge da un rapporto del 2017 pubblicato dall’Institute for health information and statistics. Il documento avverte del rischio di un aumento dei prezzi e di una minore accessibilità alla procreazione assistita per i cittadini. Gli specialisti di fertilità in Spagna escludono che questo possa accadere nel loro paese perché la donazione di ovuli è usata di frequente anche da persone residenti e per la concorrenza tra le diverse cliniche private. Al momento della pubblicazione di questo articolo, Civio non ha ricevuto alcun commento su questo tema dalle cliniche per la fertilità contattate in Repubblica Ceca.

Ostacoli al riconoscimento

È importante chiedersi se finirà la discriminazione che ancora colpisce molte persone. Il punto non è più solo l’accesso, ma anche come evitare qualsiasi forma di esclusione successiva. Come quella subita da Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni, una coppia di donne italiane andate in Danimarca per una inseminazione artificiale. Ad aprile del 2018 è nato il loro bambino, ha scritto su Facebook Foglietta, consigliera comunale di Torino. Al momento di registrarlo all’anagrafe però i funzionari del comune le hanno chiesto di mentire dicendo che lo aveva concepito con un uomo. “Non esiste una formula per dichiarare che ti sei sottoposta a un trattamento di procreazione assistita”, continua il post di Foglietta.

“Per noi è importante essere trattate come esseri umani e non come se fossimo su un nastro trasportatore. Non fai neanche in tempo a rimetterti gli slip che il dottore sta già trattando un’altra paziente.”

Erika

Nonostante alla fine siano riuscite a registrare il bambino, il primo riconosciuto in Italia come figlio di due madri, la loro è un’esperienza comune. In Irlanda le coppie formate da due donne che si sottopongono a una procedura di procreazione assistita all’estero non possono registrare il bambino come loro figlio. È quanto emerso da una denuncia fatta di recente da una famiglia trasferita in Belgio per avere la possibilità di avere un figlio. In Ungheria, dove le coppie di donne non hanno accesso all’inseminazione artificiale né alla fecondazione in vitro, questi problemi sono molto comuni.

“Quando la registrazione avviene dopo la nascita, alle madri chiedono se c’è un padre. Quando è evidente che non c’è devono comunque dire qualcosa sull’origine del bambino”, spiega Sandor. Alcune persone provano a presentare documenti in cui si attesta che è frutto di una procedura di procreazione assistita, mentre altre riferiscono di avventure di una notte e sostengono di non conoscere il padre. “Le persone sono preoccupate, perché di fatto devono mentire davanti a un funzionario pubblico. È terribile”, dice.

In futuro la situazione nei paesi divenuti meta di “turismo” riproduttivo potrebbe cambiare. Irene Cuevas, coordinatrice dell’anagrafe della Società spagnola per la fertilità, sottolinea che molte donne sono andate in Spagna – e in particolare in regioni come la Catalogna e il Paese Basco – per sottoporsi alla procreazione assistita “perché era illegale farlo” nei loro paesi di origine. Ma i recenti cambiamenti legislativi in Francia, grazie ai quali tutte le donne possono accedere alle tecniche di procreazione assistita a prescindere dal loro stato civile o orientamento sessuale, incoraggeranno le donne a restare nel loro paese. “Caleranno soprattutto i cicli di donazione del liquido seminale”, afferma Cuevas. 

Stessa cosa potrebbe accadere in Belgio, altra meta comune per pazienti provenienti dalla Francia. Per l’attivista francese Magali Champetier, che è andata in Spagna con la sua compagna per avere un bambino, “così sarà meno stressante, oltre che gratuito, a differenza di quanto accade se si va all’estero”, ha dichiarato alla rivista Komitid.

👉 L'articolo originale su CIVIO e questa versione su Internazionale.

This article is a partnership with the European Data Journalism Network.


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