Idee L’Europa dopo il coronavirus

Una tabella di marcia per uscire dalla crisi

Se l’Europa vuole evitare gli errori commessi dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi dell’eurozona, deve mobilitare le istituzioni, governi, attori economici e sociali e società civile. Guillaume Klossa suggerisce un possibile percorso per una ripresa sostenibile che coinvolge il bilancio dell’Ue.

Pubblicato su 23 Aprile 2020 alle 12:09

Nella crisi attuale la solitudine dell’Unione europea è immensa, ma la sua nostalgia per il mondo di ieri non deve paralizzarla. Al di là della solidarietà sanitaria e finanziaria, l’Ue deve ora considerare le modalità concrete di una solidarietà strategica e di bilancio ambiziosa, che è la posta in gioco per i prossimi consigli europei. Il G7, presieduto dagli Stati Uniti, in questa crisi è completamente assente, anche se è stato al centro delle risposte coordinate alle ultime grandi crisi. Peggio ancora, nessun dirigente americano ne ha chiesto la convocazione, il che fa pensare a un ritiro americano duraturo.

Per quanto riguarda la Cina, il suo unico obiettivo sembra essere quello di approfittare di questa pandemia per fare del suo modello politico ed economico un riferimento per il mondo e stabilire la sua egemonia normativa.
In un simile contesto, non possiamo permetterci di ripetere gli errori commessi durante la crisi del 2008. All’epoca ci si era concentrati sulla ripresa delle nostre economie, a scapito del rafforzamento della nostra capacità di innovazione e della nostra competitività. Il coordinamento di bilancio ha mostrato molto rapidamente i suoi limiti, rallentando solo la frammentazione dell’Unione senza invertirla.

Ora l’Unione europea gioca per la sua sopravvivenza, come modello alternativo a quelli proposti dai giganti americano e cinese. Il suo Dna cooperativo gli consente di incarnare il contrappeso all’atteggiamento di ripiego su sé stessi che tutti stanno vivendo in questi giorni sulla loro pelle. Deve dimostrare in modo inequivocabile che i paesi membri saranno più forti e più resistenti insieme che separatamente, e che il mercato interno e l’integrazione economica rendono più di quanto costino. Arrivata a un bivio, l’Europa ha la scelta tra un ripiego sovranista, che farebbe implodere la zona euro tanto quanto l’Unione europea, o il balzo in avanti coraggioso di un’Unione finalmente dotata dei mezzi per un’ambizione continentale e un progetto economico, sociale, ambientale e culturale sostenibile.

Dopo un ritardo nell’avvio, nelle ultime settimane l’Unione europea ha organizzato con successo e in situazione di emergenza la cooperazione sanitaria e la solidarietà finanziaria. Ora deve fare un salto di qualità adottando una strategia di ripresa coraggiosa che vada oltre la mera aggregazione dei piani nazionali e dei mezzi per attuarli.

Dobbiamo conciliare il breve, medio e lungo termine, realizzare la ripresa economica, riaprire i nostri confini interni e accelerare la trasformazione delle nostre società in termini di sviluppo sociale, digitale e sostenibile. La crisi del Covid-19 ha dimostrato che i nostri concittadini sono pronti ad modificare profondamente le loro abitudini alimentari, professionali, culturali e sanitarie, creando così le condizioni per una più rapida trasformazione della nostra società europea. Questo piano di ripresa deve essere co-costruito dall’Unione, dagli stati membri, ma anche dagli attori economici e sociali, dalla nostra società civile, e deve essere organizzato attorno a un’agenda comune e alle priorità dei cittadini europei.

Come primo passo, il Consiglio europeo del 23 aprile deve indicare la strada: solidarietà, visione condivisa e metodo.

In secondo luogo, la commissione europea, dopo aver consultato le parti economiche e sociali, gli stati e i cittadini, attraverso piattaforme transnazionali come WeEuropeans.eu, deve proporre prima dell’estate una serie di grandi progetti di interesse europeo che rispondano alle aspirazioni collettive dei nostri cittadini. Questo “Piano Marshall europeo”, come annunciato di recente dalla presidente Ursula Von der Leyen, deve essere inquadrato nel bilancio europeo per i prossimi sette anni, deve essere ambizioso per dimostrare ai cittadini che questa Unione europea è all’altezza della sfida della crisi. Il budget dell’Unione è dell’ordine di 150 miliardi di euro all’anno, quindi potrebbe essere aumentato e combinato con finanziamenti obbligazionari per 350 miliardi all’anno, che corrisponderebbero a 1.500 miliardi di investimenti aggiuntivi per grandi progetti.

Realizzazione di reti a banda larga e digitalizzazione dell’economia (500 miliardi) per generalizzare il telelavoro; energie rinnovabili (250 miliardi); elettrificazione delle reti stradali e la costruzione di nuove linee ferroviarie ad alta velocità (400 miliardi); piani per l’agricoltura sostenibile, la natura e il turismo (100 miliardi); la creazione di una piattaforma permanente per la democrazia partecipativa transnazionale e multilingue; l’intensificazione delle attività di ricerca e sviluppo nel campo della salute, ecc. Non mancano progetti rilevanti.
Nella terza fase, in autunno, l’Unione dovrà confermare questo bilancio ambizioso e solidale.

La Germania, che assumerà la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, avrà una responsabilità storica: dovrà superare vecchie dispute ideologiche, superando lo psicodramma dei “coronabond”. L’Europa è meglio di un dibattito sugli strumenti musicali; discutiamo invece dello spartito. La sfida sarà quella di dotarci di un bilancio comunitario per la trasformazione costruito sulle nostre esigenze e non più sulla base di una percentuale di ricchezza predeterminata (l’1% del Pil, attuale bilancio dell’Unione).

Questo bilancio dovrebbe essere integrato da risorse innovative (tassa sulle materie plastiche, sulle emissioni di CO2…) ma anche da un aumento del contributo degli stati membri, che potrebbe essere finanziato da obbligazioni europee garantite dall’Unione. Una tale mutualizzazione del debito a livello europeo non porterebbe lo stigma della cattiva gestione del passato da parte dei governi, ma sarebbe una scommessa sul futuro. La diffidenza tra gli stati del sud e del nord e la sfiducia tra gli stati dell’ovest e dell’est non hanno più motivo di esistere se si tratta di combattere il virus e i suoi effetti.

Per parafrasare Stefan Zweig, non aspettiamo che “l’odio tra paese a paese, tra popolo a popolo, tra tavolo a tavolo” ci assalga, che separi “il popolo dal popolo e le nazioni dalle nazioni”. Agiamo come europei, ora, prima che sia troppo tardi.

WeEuropeans.eu, must propose before the summer a series of major projects of European interest that meet the collective aspirations of our citizens. This “European Marshall Plan”, as announced by President von der Leyen last week, must come within the framework of the European budget for the next seven years, and it must be ambitious to prove to citizens that the EU is up to the challenge of the crisis. The Union’s budget, in the order of € 150 billion a year, could be increased and combined with bond-backed financing for € 350 billion a year, which would correspond to an additional € 1,500 billion in investment for major projects. Deployment of broadband networks and digitisation of the economy to allow widespread teleworking (€ 500 billion); renewable energies (€ 250 billion); electrification of road networks and construction of new high-speed train lines (€ 400 billion); projects in sustainable agriculture, nature and tourism (€ 100 billion); creation of a permanent platform for transnational and multilingual participatory democracy; stepping up R&D in public-health, etc. There is no shortage of relevant projects.

In the third stage, in the autumn, the Union will have to confirm this ambitious budget based on solidarity. Germany, which will preside the Council of the European Union, will have a historic responsibility: it will have to surmount stale ideological quarrels and pass over the psychodrama of the “coronabonds”. Europe is better than a dispute over instruments; let us debate the score instead. The challenge will be to equip ourselves with a Community budget for transformation based on needs rather than on a predetermined percentage of wealth (1 percent of GDP, current EU budget). This budget should be supplemented by innovative resources (a tax on plastics, carbon and so on) but also by an increase in the contribution of the member states, which could be financed by European bonds guaranteed by the Union. Such a mutualisation of debt at European level would not carry the stigma of past mismanagement by states, but would be a wager on the future. The mistrust between South and North and the distrust between West and East have no more reason to fight against the virus and its impact.

To paraphrase Stefan Zweig, let us not wait for “hatred from country to country, from people to people, from table to table” to assail us, for it to separate “people from people and nations from nations”. Let us act as Europeans, now, before it is too late.

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