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Che resta dell’Europa, se non si dà pace? 

La rassegnazione di fronte alla guerra in Ucraina non solo ignora le atrocità commesse, ma anche le narrazioni sottostanti. Ora è il momento di riconsiderare le ortodossie politiche, afferma l’autore e curatore ucraino Vasyl Cherepanyn nel suo contributo alla serie “Lezioni dalla guerra”.

Pubblicato il 13 Settembre 2023 alle 10:26
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Il Secondo Congresso internazionale degli scrittori in difesa della cultura, che si è svolto nel 1937 a Valencia, capitale della Repubblica spagnola dopo l’attacco delle truppe falangiste di Franco a Madrid, divenne noto come uno spettacolare atto culturale di opposizione al Fascismo. Parteciparono più di cento scrittori da tutto il mondo. Il loro impegno in quello che chiamavano “umanesimo rivoluzionario, una lotta per la dignità umana e la libertà dei popoli”, merita di essere ricordato nel momento, storicamente simile, in cui ci troviamo oggi. Farlo potrebbe aiutarci a comprendere meglio la situazione internazionale che rappresenta l’invasione fascista della Russia e una guerra neocoloniale di sterminio contro l’Ucraina.

Il principale problema politico per i delegati a Valencia era la politica di non intervento delle democrazie occidentali, che condannarono fortemente, più e più volte. All’opposto, i progressisti culturali e politici di oggi si sono ritirati nelle loro torri d’avorio della non-escalation e del non intervento, oppure portano avanti il sogno poetico di un pacifismo astratto, che non è altro che un eufemismo della resa al fascismo.

In questo momento l’Europa sta affrontando una sfida, sfida che non è nient'altro che la realtà vissuta dall’Ucraina nell’ultimo anno e mezzo: cosa fare riguardo alla devastazione in corso? È una domanda che contiene diversi livelli esistenziali – militari, politici, psicologici, sociali, ecologici, economici e molti altri – e che non si presta a risposte catartiche. Al contrario, contiene solo dolore infinito, da ogni punto di vista.

L’espressione migliore di questa sfida persistente potrebbe essere il famoso dipinto di Edvard Munch “Il grido”: ci troviamo oggi precisamente in un momento di ansia, incertezza e distorsione. L’opera di Munch nacque da un attacco di panico vissuto dal pittore nel 1892, panico in reazione ai crimini di guerra della Russia. Reazione contraria a quella che vediamo oggi, dove la comunità internazionale sembra gradualmente accettare le atrocità come inevitabili, una risposta che in passato sarebbe stata impensabile. 

Il panico sarebbe forse una risposta politica più efficace, perché potrebbe innescare un indispensabile e urgente intervento internazionale.

La war porn e le fantasie della ricostruzione

Per quanto riguarda l’approccio della guerra in Europa, si possono individuare due approcci nella sfera pubblica, che riflettono gli atteggiamenti socio-politici rispetto alle atrocità che stanno avvenendo. Il primo è la cosiddetta “war porn”, una sorta di romanticizzazione delle rovine, che, come qualsiasi pornografia, è oscena. Qui, le macerie servono semplicemente da scenografia mediatica, mantenendo alta l’economia dell’attenzione mentre queste rovine vengono letteralmente e costantemente prodotte dalla guerra in corso. 

Il secondo approccio è la fantasia politica della ricostruzione post-bellica. Psicologicamente è una strategia seducente, perché consente di mettere a tacere la dura realtà della guerra stessa, concentrandosi su un futuro ipotetico. Il tutto mentre la guerra infuria senza che se ne veda la fine.

L’Europa si trova di fronte a una crisi le cui conseguenze definiranno il resto del XXI secolo. Ora è il momento perfetto perché l’Europa riveda e rielabori le proprie narrazioni, storie che gli europei raccontano da decenni, ingannando sia loro stessi che gli altri. Questo momento storico è stato definito una “Zeitenwende” (cambiamento epocale), ma un termine più preciso, ripreso dalla storia culturale europea, sarebbe quello che Aristotele chiamava “peripeteia”, un ribaltamento drammatico delle circostanze, un cambiamento drastico da uno stato di cose verso il suo opposto. 

La revisione delle narrazioni: il genocidio

La guerra della Russia contro l’Ucraina e l’Occidente è caratterizzata da una logica edipica; il compito dell’Europa in questo tempo di emergenza è soprattutto quello di smettere di non guardare per imparare a vedere, per rivedere e cambiare in profondità le narrative centrali della sua storia, giacché sono essenziali per il suo futuro. 

La prima narrative è il discorso sul genocidio. Questo principio fondamentale dell’Europa post-nazista, la cui integrazione politica era basata sull’idea di una responsabilità comune per l’Olocausto, è stato brutalmente messo in discussione dall’invasione russa dell’Ucraina. Oltre ai campi di filtraggio, alle deportazioni di massa, ai rapimenti e alle torture, le forze armate russe hanno danneggiato o distrutto circa 1.600 siti culturali ucraini dal 24 febbraio 2022. La Russia punta alla distruzione dell’infrastruttura culturale del paese come parte dei suoi attacchi alle strutture civili.

Secondo Rafal Lemkin, l’uomo che ha forgiato il termine “genocidio”, la distruzione del patrimonio culturale fa parte delle azioni che rientrano nella sua definizione.  Per Lemkin il genocidio consiste essenzialmente nella barbarie (attaccare le persone) e nel vandalismo (attaccare la cultura). Il secondo componente, tuttavia, è stato omesso nella Convenzione Onu sul Genocidio del 1948. Le ragioni sono chiaramente coloniali: diverse delle potenze occidentali temevano che i popoli indigeni (ed ex schiavi) potessero usare la convenzione contro di loro.  Le Nazioni Unite hanno invece adottato la Convenzione dell’Aia del 1954 che protegge il patrimonio culturale in caso di conflitto armato, un compromesso che ha spostato il problema su un piano completamente diverso. La vera domanda non è come proteggere la cultura in tempo di guerra (anche se è ovviamente vitale), ma come fermare il genocidio. Appena comincia la distruzione intenzionale su larga scala della cultura, la conclusione dovrebbe essere che ci troviamo di fronte a un genocidio.  


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Ma l’Europa preferisce ancora parlare del genocidio in termini di politica della storia, cultura della memoria e “giungere a patti con il passato”, spesso evitando di applicare il termine al presente per paura della sua “relativizzazione”. Questo è un tipico esempio di ciò che in tedesco viene chiamato “Schuldabwehr”, la deflessione della colpa. Trauma e colpa per le atrocità passate sono riemerse quando l’Europa si è confrontata con la barbarie russa in Ucraina.

Il problema dell’Europa non è la “relativizzazione” del genocidio, ma la riluttanza a riconoscere che un genocidio è in corso in Ucraina, proprio perché il genocidio sta accadendo ora! Ecco perché l’Europa tende a sostenere che non si tratti di un genocidio “puro”, che il genocidio è difficile da dimostrare, nonostante il fatto che gli obiettivi genocidiari della Russia siano stati apertamente dichiarati e pubblicamente esposti dai mezzi d’informazione russi e da responsabili del governo, compreso il leader del Cremlino. Se l’Europa accettasse la premessa che in realtà sta assistendo e da tempo ad un  genocidio in Ucraina, senza cercare di fermarlo, dovrebbe ammettere che ha permesso che avenisse. Sul suo territorio. Di nuovo. 

La decolonizzazione

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