Il Sinn Féin ha trionfato nelle elezioni irlandesi del 13 febbraio scorso, facendo saltare il consenso politico che durava da novant’anni nel paese. Il partito repubblicano di sinistra (ed ex braccio politico dei repubblicani armati dell’Ira) ha ottenuto il 24,5 per cento dei voti – più di qualsiasi altro partito – ottenendo 37 seggi.

Il partito liberale conservatore (al potere) Fine Gael ha ottenuto il 20,9 per cento dei voti e 35 seggi, mentre Fianna Fáil, il partito al potere durante il boom e la crisi del paese, ha ottenuto il 22,2 per cento e 38 seggi.

Il Sinn Féin non è stato in grado di formare una coalizione con i partiti di sinistra più piccoli che potrebbero dargli gli 80 seggi necessari per formare un governo, e dopo giorni di speculazioni è ora chiaro che sia Fine Gael che Fianna Fáil rifiuteranno di formare una coalizione. E il Sinn Féin non potrà, quindi, andare al potere. Non ancora, almeno.

Il Governo britannico tira un sospiro di sollievo

La storia degli ultimi anni dimostra che i governi britannici, nonostante le smentite, hanno sempre tenuto un canale di discussione con i repubblicani irlandesi. I governi successivi a Westminster hanno mantenuto i contatti con l'Ira anche negli anni più bui del conflitto, come nel 1972, anno in cui si registrò il maggior numero di vittime e, soprattutto, durante gli scioperi della fame del 1981, evento che ha dato vita al Sinn Féin come forza elettorale.

Prima degli scioperi della fame il Sinn Féin era solo il modesto braccio politico dell'Ira. Nel 1938 ha riconosciuto l'autorità -– e, ai suoi occhi, il diritto di governare l'Irlanda – al Consiglio Armato, la dirigenza dell'Ira. Una scelta giudicata poco credibile da molti. Dopo gli scioperi della fame, il Sinn Féin si è lentamente affermato come forza politica, soprattutto in Irlanda del Nord, ma anche nella Repubblica d’Irlanda. Da quel momento in poi, i repubblicani irlandesi hanno seguito una duplice strategia, riassunta in un discorso dell'allora direttore della comunicazione del Sinn Féin, Danny Morrison, ora romanziere. "Chi crede davvero che si possa vincere la guerra attraverso le urne?”, chiese all'Ard Fheis (conferenza annuale) del Sinn Féin del 1981. "Qualcuno qui si opporrà se, con una scheda elettorale in una mano e un mitra nell'altra, prenderemo il potere in Irlanda?"

Con il passare del tempo, e con i sostenitori della linea dura che per due volte hanno fatto scissione, nel 1986 e nel 1997, le urne hanno avuto la meglio sui mitra e, di conseguenza, il Sinn Féin ha prevalso sull'Ira – sebbene è opinione diffusa che non sia scomparsa del tutto i rapporti ufficiali indicano che le autorità ritengono che l'Ira sia stata lasciata morire, piuttosto che essere chiusa o rinnovata.

Più tardi, negli anni Novanta, i governi britannici che si sono succeduti hanno parlato apertamente con il Sinn Féin nel tentativo di ottenere un cessate il fuoco, la fine del conflitto e, infine, la condivisione del potere, delegato all’assemblea regionale di Belfast.

Ciò che il Regno Unito non ha mai fatto, invece, è trattare con i repubblicani irlandesi da pari a pari e, tutt’ora, sono pochi segni che lasciano pensare che l'establishment britannico ne abbia l’intenzione.

Da quando il Regno Unito ha votato per la Brexit, giornalisti e politici britannici si sono infuriati contro l'Irlanda, vedendola come una provincia testarda che sta rovinando la festa. Il “taoiseach” (primo ministro) uscente del Paese, Leo Varadkar, è stato ritratto, di volta in volta come uno stalliere repubblicano deciso a prendersela con il Regno Unito, o come un leccapiedi di Bruxelles.

Ancora i britannici tendono a vedere gli irlandesi sempre allo stesso modo, invece di considerarli come un paese indipendente.

Varadkar ha fatto molto per placare Londra, rifiutando di trasformare l’elezione in un voto sull'unificazione irlandese e dicendo di rispettare la decisione del Regno Unito di lasciare l’Ue, definendolo un “vecchio amico". Varadkar ha inoltre aggiunto che "ci sarà sempre un posto a tavola per loro se mai decideranno di tornare".

La posizione di Varadkar è stata, invece, ferma su questioni puramente irlandesi: chiarire che il Paese non verrà risucchiato fuori dall'Ue a beneficio del Regno Unito; proteggere le catene di approvvigionamento che attraversano il Regno Unito; e garantire che il confine non diventi ancora una volta una questione politica accesa.L'indipendenza dell'Irlanda è, infatti, la questione chiave delle elezioni, ma non nel senso di una volontà immediata di rivendicare il ricongiungimento con l’Irlanda del Nord. Gli elettori, stanchi da oltre un decennio di austerità, di fronte ad affitti fuori controllo e alla sensazione che non ci sia futuro per loro in Irlanda hanno reagito andandosene – almeno in 350.000 sono sono partiti dal crollo del 2008 – mentre un 17 per cento di coloro che vivono all'estero ha votato per il cambiamento.

O meglio, una parte consistente di loro ha votato per il cambiamento: i partiti dell'establishment Fine Gael e Fianna Fáil sono stati sì malmenati, non sono stati completamente spazzati via.

Anche l’Ibec, la Confindustria irlandese è d'accordo, riferisce The Irish Times: "Il settore pubblico è troppo minoritario rispetto al settore privato, e questo è davvero un problema secondo Ibec. La mancanza di medici, la mancanza di guardie [polizia] ecc. si sentono. Siamo d'accordo sulla necessità di destinare risorse a questioni che riguardano la vita quotidiana delle persone, come l'edilizia abitativa".

Chiunque si trovasse in Irlanda durante campagna elettorale o abbia anche solo un rapporto superficiale con il paese sa perché il voto è andato così: gli irlandesi hanno votato su questioni interne irlandesi, non sulla Brexit.

Tuttavia, un governo guidato dal Sinn Féin sarebbe chiaramente una spina nel fianco del Regno Unito durante i negoziati commerciali con l'Ue, più di qualsiasi amministrazione guidata dal Fine Gael. Il Sinn Féin userebbe il veto dell'Irlanda per silurare un accordo? Sembra improbabile, ma la minaccia si farebbe sentire.

Più probabilmente, il confine irlandese diventerebbe una questione permanente: Il leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, ha detto che un cosiddetto "voto sul confine" non è una "linea rossa" per lei, ma che è la "direzione verso la quale si tende".

È difficile non essere d'accordo. I recenti sondaggi in entrambi gli stati irlandesi mostrano un sostegno per la riunificazione,anche se i numeri nell'Irlanda del Nord sono esigui e molto probabilmente potranno cambiare, in quanto dipendono da una certa quantità di unionisti filo-britannici talmente infastiditi dalla Brexit che pensano che il loro futuro sia nell'Ue, e, quindi, in un'Irlanda unita. Se la Brexit non si risolve di fatto in una calamità, è probabile che questa coorte di elettori ritorni a una posizione filo-britannica, e si troverebbe comunque di fronte un Sinn Féin in ascesa.

Eppure, l'ex “taoiseach” Bertie Ahern ha detto alla BBC che un referendum sulla riunificazione era "inevitabile". Come minimo, possiamo dire che se il Sinn Féin salirà al potere nelle prossime elezioni (che sia tra 5 anni o tra pochi mesi)e, nel caso in cui un governo si rivelasse impossibile da formare, l'Irlanda unita sarà almeno nell'agenda politica.
 Chiaramente Londra preferirebbe il più tardi possibile.

Gli inglesi non smettono mai di lamentarsi del fatto che gli irlandesi continuano a rivangare la storia. Il fatto è che per gli irlandesi la questione dell’unità dell’isola non è storia: è il presente, anche se è un presente che la maggior parte delle volte sono felici di ignorare. Quando compaiono le crepe, però, molti irlandesi – e va detto che la maggior parte degli irlandesi non sostiene né ha mai sostenuto l'Ira – sopportano sempre meno il fatto di dover fare continui sforzi per soddisfare gli inglesi senza ottenere granché in cambio, compreso un po’ di rispetto.

Dopotutto, se i britannici pensassero che il moderato e conciliante Varadkar fosse un duro repubblicano e non solo un convinto eurofilo, come risponderebbero a un governo irlandese che fosse davvero entrambe le cose?