Domenica 3 aprile sera ero in piedi in mezzo a una folla, fredda e sconsolata, nel centro di Budapest. Stavo ascoltando il leader dell'opposizione ungherese, Péter Márki-Zay, ammettere la sconfitta alle elezioni legislative. Nel frattempo il feed Twitter sul mio telefono ha cominciato a riempirsi di immagini di civili ucraini assassinati nella cittadina di Bucha. Alcuni avevano le mani legate dietro la schiena. Accanto a una donna assassinata giaceva un portachiavi con un ciondolo con la bandiera europea. Gli orrori ucraini sono certamente e chiaramente molto peggiori delle miserie ungheresi, ma tra i due eventi ci sono dei fatali collegamenti.
Amara ironia: mentre veniamo a conoscenza di alcune delle peggiori atrocità della guerra del presidente russo Vladimir Putin contro l'Ucraina il suo più stretto alleato tra i leader dell'Ue, il premier ungherese Viktor Orbán, viene rieletto. In parte anche grazie al fatto che ha saputo trasformare questa guerra in un suo vantaggio politico.
Oltre a sfruttare tutti i vantaggi di un sistema che aveva già costruito durante i suoi anni al potere – come i collegi elettorali ridisegnati e il controllo quasi totale dei media – Orbán ha vinto raccontando agli ungheresi che li avrebbe tenuti fuori da questa guerra e che le loro bollette del riscaldamento sarebbero rimaste basse grazie agli accordi sul gas conclusi con Putin.
Nel giugno 1989 ho sentito un giovane e idealista Orbán chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria, lo stesso cinico e attempato personaggio che oggi rifiuta far passare le forniture di armi attraverso per aiutare l’esercito ucraino a “mandare a casa i russi”
Nel suo discorso post elezione, il leader ungherese ha elencato gli "avversari" che ha sconfitto. Questi includono i mezzi d'informazione internazionali, i burocrati di Bruxelles e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che lo ha ferocemente criticato per l’opposizione alle forniture di armi e alle ulteriori sanzioni di cui l'Ucraina ha disperatamente bisogno. Orbán, mentre Putin si congratulava per la sua vittoria, ha chiaramente indicato chi sono i suoi nemici.
Se la coalizione ungherese di opposizione di sei partiti guidata da Péter Márki-Zay avesse vinto l'Ungheria sarebbe diventata un alleato occidentale di fronte all'aggressione russa, come stanno dimostrando altri paesi dell'Europa centrale come la Polonia e la Repubblica Ceca.
“Russians go home!”, hanno cantato alcuni giovani alla fine della sconsolata veglia dell'opposizione a Budapest, citando uno slogan dell'epoca dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956.
Rientrando a mezzanotte, attraverso una piazza degli Eroi deserta, mi è tornato in mente che proprio qui, nel giugno 1989, ho sentito un giovane e idealista Orbán, chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria, lo stesso cinico e attempato personaggio che oggi rifiuta categoricamente, di far passare le forniture di armi occidentali attraverso l'Ungheria per aiutare l'esercito ucraino a “mandare a casa i russi”. Mi chiedo cosa pensi quando si guarda allo specchio.
Un governo formato dall’opposizione avrebbe anche aderito alla Procura europea, consentendo di combattere la corruzione, ben documentata in Ungheria, nell'uso dei fondi Ue, e avrebbe cacciato la Banca Internazionale degli Investimenti, che secondo l'opposizione è strettamente legata al regime di Putin. Una vittoria dell’opposizione avrebbe avviato il difficile processo di ritrasformazione dell'Ungheria in una vera democrazia liberale.
Invece il partito Fidesz di Orbán si è assicurato ancora una volta una maggioranza schiacciante di due terzi, che gli permette di cambiare la Costituzione ad ogni piè sospeso. Nonostante le rassicurazioni ipocrite che il governo ungherese dà a Bruxelles o a Washington, continuerà a consolidare quello che gli scienziati politici descrivono come un regime autoritario elettorale. Il sistema politico dell'Ungheria è ora più vicino a quello della Serbia sua alleata, che non fa parte dell'Unione europea e dove, la stessa domenica 3 aprile, un altro presidente autoritario e nazionalista, Aleksandar Vučić, ha vinto. L’Ungheria si allontana così sempre di più dalle democrazie quali la Francia o il Portogallo.
L'opposizione ha avuto delle carenze significative. I sei partiti non erano uniti come avrebbero dovuto e il candidato principale non è riuscito a convincere gli elettori che non vivono a Budapest. Nel complesso, l'opposizione ha effettivamente perso voti, anche se ha guadagnato alcuni collegi uninominali nella capitale. Ma in nessun modo si puo’ definire queste elezione come “giusta”.
Dovunque mi recassi, negli ultimi cinque giorni, le strade e le carrozze della metropolitana erano tappezzati di manifesti finanziati dal governo, che mostravano il volto di Viktor Orbán accanto allo slogan “Proteggiamo la pace e la sicurezza dell'Ungheria”. Un altro manifesto, onnipresente anche questo, mostrava una giovane madre e un bambino con lo slogan “Proteggiamo i bambini”, allo scopo di pubblicizzare un referendum promosso dal governo e che si svolgeva in concomitanza con le elezioni, con domande come "sostieni la promozione della terapia di riassegnazione del sesso per i bambini minorenni? (Il referendum non ha raggiunto il quorum).
I mezzi d'informazione statali hanno promosso senza sosta una narrazione pro-Orbán, come fanno da oltre un decennio, senza perdere l'occasione di dare un po’ la colpa della guerra in Ucraina agli ucraini stessi. Márki-Zay ha ottenuto solo cinque minuti sulla televisione di stato per spiegare il programma dell'opposizione. Facebook è stato invaso di pubblicità a pagamento a sostegno del regime, continuando così l'ignobile tradizione della piattaforma che consiste nell’aiutare i nemici della democrazia liberale in cambio di denaro.
Dopo aver speso fiori di quattrini in tasse e welfare per vincere le elezioni, il Governo Orbán ha ora bisogno di fondi Ue per riempire un grande buco nelle finanze. Ora, o l'Ue è disposta – semplicemente – ad accettare di avere uno stato membro autoritario al suo interno, oppure dovrebbe finalmente imporre una rigorosa condizionalità sui flussi di denaro europeo in Ungheria, fondi che sono stati a lungo una delle principali fonti del potere di Orbán?
Questo significa continuare a trattenere le sovvenzioni e i prestiti del piano di recupero post-Covid, poiché la trasparenza non può essere garantita da un regime che è effettivamente costruito sull'uso corrotto del denaro europeo. Questo significa inoltre far scattare finalmente il meccanismo di condizionalità dello stato di diritto, che permetterebbe di poter trattenere quote significative di finanziamenti dal bilancio regolare dell'Ue. (E non fatevi ingannare dall’assegnazione all'Ungheria di denaro per i rifugiati ucraini, che in realtà si sono già spostati in altri paesi).
Ma ecco il problema. Di fronte alle ultime prove riguardanti il comportamento barbaro delle truppe russe in Ucraina, l'Europa deve intensificare le sanzioni contro Putin. Quando Orbán è tornato dai vertici della Nato e dell'Ue a Bruxelles il mese scorso, il suo governo ha inviato una mail a tutti gli ungheresi che erano stati vaccinati contro il Covid dicendo che "sono state messe all'ordine del giorno proposte contro le quali gli interessi dell'Ungheria dovevano essere protetti".
Il suo governo non avrebbe mai permesso che le forniture di armi passassero dall'Ungheria all'Ucraina, né che fossero imposte sanzioni sull'85 per cento del gas ungherese e sul 64 per cento del suo petrolio che arriva dalla Russia. In risposta alle atrocità di Bucha, i leader dell'Ue, come il presidente francese Emmanuel Macron, chiedono ora più sanzioni, anche sul petrolio russo. I sedicenti "realisti" possono sostenere che Bruxelles deve rimanere morbida con l'Ungheria per mantenere Orbán a bordo, in vista di un fronte comune sull'Ucraina.
L'Europa dovrebbe ora assumere un atteggiamento forte: e questo con il nemico “esterno” russo, ma anche con il nemico “interno” ungherese. Può e vuole fare entrambe le cose contemporaneamente? Ecco un altro dilemma che il tetro e deprimente fine settimana scorso ha presentato a un'Europa profondamente scossa.
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