La rapida espansione dell’intelligenza artificiale sta alimentando la costruzione di data center un po’ dappertutto nel mondo e in Europa. La Commissione europea dovrebbe pubblicare un bando di gara da 20 miliardi di euro (successivamente portati a 30 miliardi) per la costruzione di diversi di essi dedicati all’ia, a cui potranno partecipare gli stati membri dell’Ue.
I governi europei sembrano ben disposti nei confronti dei data center, ma incontrano sempre più spesso la resistenza delle popolazioni locali, preoccupate per il loro enorme consumo energetico, l’impatto ambientale e la mancanza di regolamentazione. Le recenti proteste inscenate dai cittadini del comune di Kronstorf, nell’Alta Austria, dove Google sta costruendo la sua prima struttura nel paese, è un esempio calzante.
Procedure accelerate
Una ricerca fatta in aisieme partner del progetto Pulse fa emergere un dato comune: i governi europei sono favorevoli all’espansione dei data center. Per esempio la Francia si sta attivamente posizionando come sede per alcuni dei più importanti d’Europa. Secondo l’operatore nazionale francese della rete elettrica, RTE, il governo ha già individuato 65 siti idonei e altri cinque da assegnare con procedura accelerata per la costruzione di data center legati all’intelligenza artificiale.
A tal fine vengono promossi soprattutto ex siti industriali, in alcuni casi abbinati a collegamenti alla rete elettrica e a tariffe della luce su misura. Uno di questi siti è l’ex centrale a carbone di Montereau-Vallée-de-la-Seine, vicino a Parigi, dove è prevista la costruzione di un data center da 4 miliardi di euro.
Un altro si trova a Etrechet, vicino a Châteauroux, nel dipartimento dell’Indre (centro), dove Google sta progettando da otto a dieci unità di data center che copriranno un’area di circa 195 ettari; il progetto è nella fase finale prima del rilascio del permesso di costruzione.
Per quanto riguarda le autorizzazioni, i tempi di approvazione sono stati abbreviati nel contesto delle riforme legate alla transizione verde dell’industria francese. L’ong La Quadrature du Net, che si occupa di libertà digitali, ha però definito queste riforme come una negazione della democrazia a causa dell’assenza di coinvolgimento delle popolazioni locali.
Il governo francese sta inoltre riflettendo a estendere l’attuale procedura accelerata, prevista per i progetti di grande interesse nazionale, ai grandi data center. Allo stesso tempo è stato recentemente stabilito che i permessi di costruire possono essere rifiutati se i data center aggravano le “pressioni strutturali” sulle risorse idriche.
Esiste una forma di opposizione a questi progetti, ma è distribuita in modo disomogeneo e spesso limitata alle aree interessate. Un esempio è La Courneuve, a nord di Parigi, dove i residenti hanno protestato contro un data center gestito da Interxion, lamentando il rumore, i rischi legati allo stoccaggio di carburante, l’insufficiente consultazione pubblica e il numero irrisorio di posti di lavoro creati a livello locale.
Anche il progetto di Google a Etrechet è controverso a causa dell’impatto sull’ambiente e della mancanza di trasparenza. Finora, tuttavia, non si sono registrate proteste a livello nazionale.
Siti dismessi
Anche in Italia i data center vengono spesso promossi come strumento di riqualificazione di siti industriali dismessi. A Pregnana Milanese, ad esempio, è prevista la costruzione di tre data center sui siti degli ex stabilimenti Citroën, Iveco e Olivetti, che rappresentano il 20 per cento dell’area edificata del comune.
Secondo Obct le autorità locali accolgono generalmente con favore i data center per questo motivo e traggono beneficio dai contributi versati dai costruttori e, in alcuni casi, vengono concordate delle compensazioni in base alle quali il settore privato finanzia infrastrutture pubbliche per controbilanciare gli impatti del progetto.
Secondo l’Osservatorio sui Data Center del Politecnico di Milano, tra il 2026 e il 2028 sono previsti in Italia investimenti per un totale di 25,4 miliardi di euro nel settore dei data center. Al momento non esistono leggi che regolino la costruzione di nuovi impianti di questo tipo. La camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che attribuirà al governo la responsabilità di regolamentare il settore; il disegno è ora in discussione al senato.
A maggio è entrata in vigore una legge regionale in Lombardia, dove si trova circa la metà di tutti i data center italiani; finora, tuttavia, è l’unica regione ad averlo fatto. Anche in Lombardia si sono costituiti dei gruppi di azione per opporsi alla costruzione di nuovi data center, principalmente a causa delle preoccupazioni relative all’aumento della cementificazione dei suoli, che è già molto intensa. Ma questi gruppi sono al momento piuttosto piccoli.
Opposizione in crescita
Le campagne di protesta in Irlanda sono più importanti, in parte perché il paese è da tempo all’avanguardia nel settore dei data center. Uno studio del 2024 ha individuato circa 89 data center operativi, con 11 in costruzione e altri 30 per i quali era stata concessa la licenza edilizia o era in corso un ricorso. Un recente rapporto della Commissione europea ha stimato in 123 il numero totale di siti in Irlanda.
Come spiega The Journal Investigates gli operatori non hanno generalmente difficoltà a ottenere le licenze edilizie. Anzi, il governo irlandese si è sempre sforzato di sottolineare la propria volontà di attrarre ulteriori data center. Fino allo scorso dicembre era in vigore una moratoria di fatto sulla costruzione di nuovi impianti a Dublino a causa dell’insufficiente capacità della rete elettrica.
Questo non ha comunque rallentato l’espansione: ha semplicemente spostato l’attenzione sul metano come fonte di produzione dell’energia. La moratoria è stata revocata in base a nuove norme che impongono ai nuovi data center di coprire almeno l’80 per cento del proprio fabbisogno annuo di energia elettrica ricorrendo a fonti rinnovabili aggiuntive.
I nuovi data center sono spesso oggetto di ricorsi da parte dei residenti e degli attivisti ambientalisti, e il lungo iter dinanzi alla commissione di ricorso può portare i progetti a un quasi totale stallo. In molti casi i ricorsi vengono portati anche dinanzi all’Alta corte, la massima autorità giudiziaria civile e penale del paese. Anche in parlamento c’è resistenza: i principali partiti di opposizione irlandesi hanno recentemente presentato una mozione per ripristinare la moratoria, ma è stata respinta dal governo.
👉 Articolo originale su Der Standard.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto collaborativo PULSE. Hanno contribuito alla sua realizzazione Conor O’Carroll, The Journal Investigates (Irlanda), Lola García-Ajofrín, El Confidencial (Spagna); Lorenzo Ferrari, OBCT (Italia) e Gian-Paolo Accardo, Voxeurop (Francia).
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