La Moldova non è mai stata così vicina all’Unione europea, e in effetti, osservando la bandiera blu e oro dell’Ue che sventola su ogni edificio ufficiale di Chișinău, la capitale, accanto a quella nazionale, tra caffè che servono latte e barbieri hipster, si potrebbe avere l’impressione di trovarsi in una qualsiasi capitale dell’Unione.
Lo scorso giugno si è aperto il primo capitolo dei negoziati di adesione; la commissaria europea per l’allargamento Marta Kos ha definito la Moldova “il miglior alunno della classe”, e i responsabili del governo parlano apertamente di adesione entro il 2030. Ma dietro dell’entusiasmo per la prospettiva di entrare a far parte dell’Unione alcune vecchie abitudini persistono ancora.
Quattro giorni dopo il ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2024 in Moldova, il telefono del giornalista Victor Moșneag ha suonato. Il tenore della chiamata è emblematico di quanta strada ci sia ancora da fare.
Moșneag, che incontriamo nella redazione del giornale d’inchiesta Ziarul de Gardă, racconta che a chiamare era un membro di una rete nella quale il giornalista si era infiltrato sotto copertura per mesi, fingendosi un attivista. “Siamo molto contenti che tu sia con noi”, ha detto la persona al telefono. “Ti ringrazio a nome di Ilan Șor. Il messaggio è di votare contro Maia Sandu, l’attuale presidente”.

Si trattava della terza puntata di una serie di inchieste sotto copertura condotte da Ziarul de Gardă dal 2022 sul voto di scambio legato all’oligarca latitante, un sistema che, secondo la polizia, ha coinvolto circa 140mila persone, pagate tramite un’applicazione collegata a una banca russa.
L’episodio si colloca al crocevia di tutto quanto le organizzazioni della società civile della Moldova descrivono quando viene loro chiesto cosa si frappone tra il paese e l’adesione all’Ue: una maggioranza di governo più esigua di quanto possa sembrare, un sistema giudiziario ancora in fase di ricostruzione e un’influenza russa che dal 2022 ha cambiato metodo ma non si è indebolita.
Maggioranza europea sì, ma fragile
Il sostegno all’adesione all’Ue oscilla, secondo i sondaggi più attendibili, tra il 55 e il 65 per cento: una maggioranza certo, ma non consolidata. Adrian Ermurachi, che lavora all’Istituto per le politiche e le riforme europee (Ipre), un think tank di Chișinău, sottolinea una discrepanza che, a suo avviso, la dice lunga più dei dati complessivi: i sondaggi in vista delle elezioni parlamentari del 2025 attribuivano al Partito di azione e solidarietà (Pas), al governo, un sostegno compreso tra il 30 e il 35 per cento, eppure ha ottenuto circa il 50 per cento dei voti.
“È chiaro che circa il 20 per cento delle persone si è detto: ‘Va bene, voterò per voi perché sono per l’Ue e per l’integrazione europea, ma questo non significa che mi piaccia davvero quel che state facendo’”, afferma l’analista, definendo la coalizione di governo “vulnerabile sul lungo periodo”.
Questa vulnerabilità è emersa nel giro di poche settimane dall’apertura del primo capitolo negoziale, quando il primo ministro Alexandru Munteanu si è dimesso in seguito a uno scandalo che ha coinvolto MoldATSA, l'ente statale responsabile del traffico aereo, dove una parente della presidente Sandu era stata assunta senza concorso pubblico e aveva visto il suo stipendio raddoppiato in meno di sei mesi.

“Molti giornalisti internazionali presentavano Sandu come un esempio di leader europea onesta”, ha affermato Oxana Bodnar, una giornalista moldava, in un recente evento live di Voxeurop/PULSE, “Ma ora abbiamo questo scandalo senza precedenti”. Anita Bernacchia, giornalista esperta della regione, mette in guardia dal dare troppo peso alla vicenda: “È molto facile lasciarsi andare a supposizioni… ma non dovremmo farlo”.
Sandu ha negato qualsiasi illecito e ha annunciato misure per riformare i sistemi retributivi e di gestione delle aziende statali. La tempistica è comunque infausta ed è stata aggravata, nello stesso mese, dall’arresto di un alto funzionario del ministero dell’Agricoltura con l’accusa di corruzione.
Riferendosi al suo ultimo articolo, Gian Marco Moisé, ricercatore presso il Consiglio di Lisbona per lo sviluppo economico e collaboratatore di OBCT, afferma che “il Pas ha costruito la propria reputazione sulla lotta alla corruzione. Anche se, dopo il 2022, l’attenzione si è spostata sul contrasto all'influenza russa nella regione, lo scandalo MoldATSA è stato significativo nel dimostrare che, quando il Pas continuava a gestire da solo la maggior parte delle istituzioni e a nominare gli esperti, si è trovato ad affrontare problemi di corruzione simili”.
“Sebbene la minaccia russa rimanga una ragione importante per cui gli elettori votano per il Pas”, aggiunge Moisé, “l’indebolimento della reputazione del partito potrebbe rappresentare un problema nel lungo periodo, soprattutto considerando che molti politici un tempo filorussi si sono riproposti come filo europei (ad esempio, il sindaco della capitale)”.
Lo stipendio dei giudici
Questo scandalo ha riaperto un dibattito che i gruppi della società civile portano avanti da anni su come (e se) siano effettivamente cambiate le istituzioni moldave. Il Legal Resources Centre of Moldova (Lrcm), fondato da quattro avvocati dopo le proteste della “rivoluzione di Twitter” del 2009, ha seguito da vicino la ricostruzione del sistema giudiziario.
“La magistratura moldava è diventata molto famosa dopo aver annullato le elezioni locali a Chișinău, vinte da un candidato dell'opposizione”, afferma il direttore esecutivo Ilie Chirtoacă, citando un decennio in cui “sono stati riciclati 20 miliardi di dollari” e una frode bancaria ha sottratto circa il 12 per cento del Pil del Paese – in entrambi i casi grazie a giudici e tribunali compiacenti.
Da allora, un processo di verifica modellato in parte su quello dell’Albania e dell’Ucraina ha portato all'allontanamento di circa un terzo dei giudici e dei pubblici ministeri del paese in meno di cinque anni, compresi tutti i membri della Corte suprema. “Più di 100 giudici hanno lasciato il sistema”, afferma Chirtoacă, che incontriamo insieme ai suoi colleghi nella sede del Centro, a Chișinău.

I posti vacanti lasciati sono più difficili da coprire: “Più di cento”, in tribunali che già gestiscono “mille casi per giudice” – una carenza che Chirtoacă attribuisce in parte alla bassa retribuzione: “Lo stipendio di un giudice in Moldova è più o meno pari a quello di un autista di filobus” – circa 900 euro.
Il suo collega Dumitru Jomir, ex procuratore anticorruzione, indica dove finiscono ancora i soldi: “negli appalti pubblici… non c’è una sola inchiesta penale solida in questo ambito, specialmente nel settore del gas, delle ferrovie e degli appalti nel settore medico”.
Jomir è critico anche riguardo alla stessa procedura di verifica dell’integrità finanziaria dei magistrati, che confronta il loro stile di vita effettivo con i redditi dichiarati nell’arco di un decennio: “La commissione non ha trovato yacht, auto o case a Miami. Penso che la differenza pi importante sia di circa 30mila o 40mila euro” – somme modeste, osserva Jomir, rispetto a ciò che un tempo gli attivisti si aspettavano di smascherare. Il processo di verifica controlla anche l’integrità etica (potenziali conflitti di interesse) e fiscale.
In questo contesto, e considerando la cronica instabilità economica della Moldova e la scarsa fiducia dei cittadini nelle banche – soprattutto dopo la frode bancaria del 2014 – non c’è da stupirsi che i negozi di oro e i banchi dei pegni, noti come “lombard”, prosperino sul viale principale di Chișinău: la gente preferisce l’oro fisico come strumento di risparmio stabile e a prova di inflazione piuttosto che detenere depositi a lungo termine in leu moldavo, la valuta locale.
La scommessa economica
Ci sono segnali che indicano che la svolta europea della Moldova stia cominciando a produrre dividendi economici. Al Moldova Investment Summit di inizio giugno le imprese, l’Ue e il governo moldavo hanno firmato lettere di intenti per circa 1 miliardo di euro di investimenti – una somma considerevole per un paese il cui Pil è inferiore a 17 miliardi di euro. “L’Europa vede un’opportunità nella Moldova”, ha affermato al vertice la commissaria europea Marta Kos.
Per Chișinău, attrarre investimenti è più di un semplice obiettivo economico. Fa anche parte del compromesso politico alla base dell’adesione: alla Moldova viene chiesto di attuare costose riforme e di allentare i legami economici costruiti nel corso di decenni con la Russia, dimostrando al contempo agli elettori che l’alternativa europea può produrre benefici visibili.

Il successo di questa impresa metterà alla prova proprio quelle istituzioni che i gruppi della società civile hanno cercato di riformare per anni: se gli investimenti promessi a giugno giungeranno ai cittadini anziché arenarsi in quel tipo di appalti opachi che Lrcm e altre ong criticano da tempo, sarà necessario un livello di controllo sugli appalti che nessuna delle due organizzazioni ritiene ancora esistente.
Screenshot e ombre
L’ingerenza russa in Moldova non è diminuita dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina; ha semplicemente cambiato bersaglio. La presidente Sandu descrive questa pressione non come episodica: “L’influenza russa è continua. È proseguita prima, durante e dopo le elezioni. Purtroppo, questa è la nuova normalità”, ha affermato in una conferenza stampa a giugno a Chișinău.
L’esperta legale dell'Lrcm cita in particolare la struttura chiamata Eurasia: “L’anno scorso ne abbiamo assistito alla creazione e abbiamo osservato anche alcune attività, come la formazione dei giovani e l’organizzazione di visite di studio in Russia”. Inchieste giornalistiche hanno successivamente collegato i partecipanti a quei corsi di formazione ad attivisti che si sono scontrati con le autorità durante le proteste in Gagauzia.
“Si dedica molto impegno a delegittimare la società civile” – Dumitru Jomir, Legal Resources Centre of Moldova
Quelle svolte da Victor Moșneag hanno rivelato un aspetto più transazionale al di là dell’ideologia: gli attivisti della rete di acquisto di voti “ricevevano una sorta di stipendio mensile per far parte di un’organizzazione molto grande”, strutturata fino al livello dei singoli seggi elettorali, afferma.
Nel mondo dell’informazione il cambiamento è consistito più in una migrazione che in una scomparsa. Diversi canali televisivi in lingua russa e legati a Șor sono stati chiusi dopo il 2022, ma, come afferma Ermurachi dell’Ipre, “chiudere la Tv, forse, è vista come una soluzione da qualcuno – io penso che non lo sia… la gente non riceve più informazioni dalla Tv; le riceviamo dai social media, da Facebook, da TikTok – soprattutto da TikTok – da Telegram”.

Sergiu Tofilat, ricercatore presso WatchDog, organizzazione che monitora le reti di disinformazione, afferma che le piattaforme reagiscono in modo disomogeneo: TikTok, sostiene, ha rimosso gli account legati alla propaganda con maggiore prontezza rispetto a Facebook. I deepfake e i canali clonati hanno aggiunto un nuovo livello: “Le immagini di giornalisti indipendenti”, afferma Victoria Mereuță, “vengono utilizzate per presentare diversi schemi fraudolenti”.
In materia di sicurezza il ministro della Difesa Anatolie Nosatîi conta circa 50 incursioni non autorizzate di droni nello spazio aereo moldavo negli ultimi due anni, molte delle quali armate. “Quando decine di missili entrano nel nostro spazio aereo... non è un caso”, afferma, descrivendo la Moldova come “un terreno di prova per la guerra ibrida, mentre il campo di battaglia della guerra convenzionale è in Ucraina”.
La strategia di sicurezza nazionale 2023 del suo ministero è stato il primo documento politico moldavo ad affermare chiaramente che “la Russia rappresenta una minaccia diretta per la Repubblica di Moldova” – prima della guerra, dice, “evitavamo completamente” di dirlo, “per non provocare reazioni”. La spesa per la difesa è aumentata dallo 0,3 allo 0,6 per cento del Pil, con l’obiettivo di raggiungere l’1 per cento entro il 2030: una cifra modesta rispetto ai parametri di riferimento della Nato, ma un cambiamento significativo per un esercito che un tempo era del tutto assente dal dibattito pubblico.
E all’interno della stessa società civile la tattica è quella della delegittimazione. “Si dedica molto impegno a delegittimare la società civile”, afferma Dumitru Jomir dell’Lrcm, “se pubblichiamo un rapporto, si fa di tutto per inficiare le nostre conclusioni”.
Victoria Mereuță ne descrive i meccanismi: “Fanno screenshot… del budget che abbiamo a disposizione per i diversi progetti, e poi inventano una nuova narrativa: guardate quanti soldi guadagnano, la vita lussuosa che conducono, come degli oligarchi”. Una bozza di legge sugli “agenti stranieri” non è passata in parlamento solo perché, secondo Jomir, “i cattivi non hanno ancora la maggioranza”.
La perdita di circa l’80 per cento dei finanziamenti di alcune organizzazioni, quando il sostegno dell’Usaid è stato sospeso nel 2025, ha fornito nuove munizioni a quelle narrazioni. “Elon Musk ha detto che l’Usaid è un’organizzazione criminale”, ricorda Jomir. “Questo significa che, per estensione, anche noi siamo un’organizzazione criminale”.
Indispensabili ed esposti
In ambito politico la rete costruita attorno all’oligarca latitante Ilan Șor – ora costituita da un gruppo mutevole di partiti indipendenti sulla carta dopo che il suo è stato messo fuori legge dalla Corte costituzionale – rimane il vettore più visibile, ma non l’unico. Victoria Mereuță sottolinea un fenomeno recente e preoccupante: l’emergere di organizzazioni “che sembrano ong, ma in realtà servono interessi politici”.
Il risultato è un settore che è, allo stesso tempo, più radicato che mai nel processo di riforma e più precario di quanto sembri. L’Ue ha fatto del coinvolgimento della società civile una condizione formale allegata alla lettera di adesione della Moldova, e le ong fanno parte dei gruppi di lavoro governativi e forniscono rapporti al monitoraggio dei diritti umani di Bruxelles.
La fiducia nei loro confronti, osserva Jomir, è nettamente più alta tra le persone che hanno effettivamente avuto a che fare con una ong: “Il 52 per cento ha fiducia nelle ong se interagisce o ha interagito con loro. Se non l’ha fatto, la percentuale scende al 20 per cento”, un divario che, secondo lui, dimostra quanto la narrativa secondo cui “la società civile è corrotta” si basi su voci di corridoio. “La fiducia è bassa”, ammette, “ma c’è più fiducia nella società civile che nel parlamento o nei partiti politici”.

Quella stessa visibilità, però, rende le ong e i media indipendenti un bersaglio privilegiato, e i finanziamenti rimangono scarsi. “Circa dieci richieste di sovvenzione per ottenerne almeno una”, così Sergiu Tofilat di WatchDog descrive la ricerca di fondi.
Attualmente in parlamento siedono cinque partiti e, avverte Dimitru Jomir, quattro di essi – non solo i tradizionali alleati della Russia – “non guardano alla società civile con occhio molto benevolo… hanno una posizione unitaria [secondo cui] la società civile dovrebbe essere regolamentata maggiormente”. Si tratta, in effetti, di un monito su ciò che accadrà il giorno in cui la maggioranza del Pas si eroderà.
Gian Marco Moisé aggiunge che “la società civile è percepita di frequente come un’estensione del Pas, che spesso deve attingere dalle sue file per nominare specialisti. È sicuramente il caso di uomini d’affari come l’attuale primo ministro Vasile Tofan e il suo predecessore Alexandru Munteanu. Un esempio ancora più eclatante è Doina Nistor, ministra dello sviluppo economico nel governo di Dorin Recean (marzo-novembre 2025), che in precedenza ha ricoperto il ruolo di responsabile di progetto presso l’Usaid”.
L’unica vittoria netta
Se c'è un settore nel quale la Moldova è riuscia a ridurre l’influenza russa, è quello dell’energia: “Un tempo coprivamo fino al 70 per cento del nostro fabbisogno di elettricità grazie alla centrale elettrica nella regione [separatista] della Transnistria”, afferma il ministro dell’Energia Dorin Junghietu. “Loro ricevevano il gas russo gratuitamente e producevano elettricità per noi: un approccio ciclico e vincolante”.
Dal 2022, la Moldova si è assicurata almeno 22 fornitori di gas, ha aumentato di dodici volte la produzione da fonti rinnovabili e si è sincronizzata con la rete continentale europea. “La Moldova di oggi rispetto a quella del 2022 è, dal punto di vista energetico, un paese diverso”, afferma Junghietu. È una trasformazione che Chișinău vorrebbe chiaramente replicare nella politica e nello spazio informativo. Le linee elettriche e i contratti di fornitura, però, sono più facili da ricostruire rispetto alla fiducia dell’opinione pubblica.
Una cosa su sulla quale tutte le persone che abbiamo incontrato concordano, indipendentemente dal loro ruolo nel processo di riforma, è che il 2030 non è solo una scadenza tecnica ma anche psicologica – un’occasione, come afferma Adrian Ermurachi dell’Ipre, per “sfruttare questa opportunità” prima che “questa finestra si chiuda”.
Riuscirà la Moldova a sopravvivere al prossimo scandalo, alla prossima ondata di disinformazione o alle prossime elezioni in cui una fragile maggioranza dovrà essere ricostruita da zero? A questa domanda la società civile moldava non è ancora in grado di rispondere.
Questo rende l’adesione una questione di reciprocità tanto quanto di riforma. La Moldova si sta muovendo rapidamente per soddisfare le richieste dell’Ue, ma il mantenimento del sostegno pubblico dipenderà anche dalla capacità di Bruxelles di offrire risultati tangibili: investimenti, integrazione e progressi credibili verso l’adesione. Se questo scambio dovesse cominciare a venire da un lato solo l’ottimismo su cui si basa il progetto di adesione potrebbe rivelarsi difficile da sostenere.
🤝 Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto collaborativo PULSE. Hanno contribuito Gian Marco Moisé (OBCT, Italia) e Katarina Morawecz (HVG, Ungheria).
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