Abbandonati dalla Fiat

Lo stabilimento di Tychy era il principale impianto dell’azienda. Ma da quando la produzione della Panda è stata riportata in Italia per motivi politici un’intera regione vive sotto la minaccia della disoccupazione.

Pubblicato il 23 Gennaio 2013 alle 12:02

Eppure Franciszek Gierot sperava di potere evitare questo scenario. Siamo nel ristorante Corona, accanto alla fabbrica, a prendere un tè. Le previsioni meteo sono in sintonia con il momento: vento violento e neve mischiata a pioggia che batte sui vetri. Le nuvole sono così basse che si ha l'impressione di poterle toccare con la mano. A quanto pare l'anno comincia veramente male.

Gierot ha lasciato nella sua macchina (una Lancia Delta nera) una busta bianca proveniente dall'ufficio della direzione a Bielsko-Biała. La busta contiene la lista dei futuri licenziati tra i membri del sindacato Agosto 80, che dirige. Liste simili sono arrivate ai responsabili di tutte le altre organizzazioni sindacali della fabbrica Fiat a Tychy. Gierot sa già quello che succederà.

Le cifre parlano da sole. Fino a poco tempo fa lo stabilimento produceva ogni giorni 2.300 veicoli, cioè un veicolo nuovo lasciava la linea d'assemblaggio ogni 37 secondi. Nel 2012 questa cifra è scesa a 1.600 e nel 2013 sarà portata a mille. Questo significa che una catena di montaggio dovrà essere soppressa: 1.450 dei 4.900 lavoratori perderanno il loro posto di lavoro.

Trattandosi della Slesia, colpita da più di 20 anni dalla disoccupazione e da tutti i problemi legati alla congiuntura economica, una cosa del genere non dovrebbe più stupire. Ma all'epoca d'oro della Fiat Auto Poland Sa, nel 2009, sei treni merci e 350 camion lasciavano ogni giorno la fabbrica per trasportare macchine in tutto il mondo. La produzione era superiore del 20 per cento rispetto all'anno precedente, e lo stabilimento di Tychy produceva da solo l'equivalente di cinque fabbriche italiane. Quasi metà delle vetture prodotte erano Panda.

L'albergo vicino, il Corona, lo stesso dove prendiamo il nostro tè, era strapieno di visitatori stranieri. E nella terra del cavolo rosso e degli stufati di carne, il cuoco Pietro, arrivato da Verona, si dava da fare in cucina con gli gnocchi di patate e gli spaghetti ai frutti di mare.

I dipendenti sentivano spesso ripetere che Tychy era lo stabilimento modello del gruppo, il meglio organizzato e il più produttivo in tutta Europa. Con un lavoro distribuito su tre turni e facendo gli straordinari si guadagnava parecchio denaro. La fabbrica impiegava circa seimila persone e nell'indotto lavoravano in 30-40mila.

Ma che questa età dell'oro non sarebbe durata in eterno i sindacalisti se lo aspettavano. All'inizio del 2010 Agosto 80 ha indirizzato una lettera a Waldemar Pawlak, il ministro dell'economia dell'epoca, avvisando che in ogni momento la crisi economica avrebbe potuto colpire la fabbrica, e aveva avvertito i poteri pubblici sul fatto che la direzione del gruppo pensava di rimpatriare la produzione della Panda in Italia. Il governo rispondeva che lo stabilimento apparteneva a una società privata e che lo stato non aveva alcuna influenza sulle sue decisioni.

Nel frattempo le autorità italiane hanno negoziato con il costruttore. Alla fine la decisione è arrivata: la nuova Panda sarà prodotta in Italia. I dirigenti del gruppo non nascondono che avrebbero preferito mantenere la produzione a Tychy, ma alla fine hanno avuto la meglio gli imperativi di solidarietà nazionale.

Nel frattempo l'atmosfera nello stabilimento ha cominciato a deteriorarsi. Un saldatore che ha voluto mantenere l'anonimato racconta che due anni fa qualcuno aveva danneggiato diversi veicoli: la carrozzeria rigata, i paraurti strappati. A quanto pare qualcuno avrebbe addirittura defecato in una macchina lasciando il seguente messaggio: "Ci pagate come delle merde, in cambio avete della merda". Nel 2012 la società ha licenziato gli operai a gruppi di 29 persone allo scopo di evitare un piano di licenziamenti, obbligatorio a partire da 30 licenziamenti.

Meglio in miniera

Mentre Franciszek Gierot finisce il suo tè, un uomo che si presenta solo con il suo nome, Andrzej ("La Slesia è piccola", dice) torna dalla sua giornata in miniera. Ha lasciato la Fiat qualche tempo fa e ha cominciato a lavorare in una delle più grandi miniere della regione. Qui gli stipendi sono più alti, ma bisogna essere dei buoni camminatori perché certi giorni bisogna fare fino a sei chilometri di gallerie nel fango.

Andrzej ha lavorato per diversi anni a Tychy e racconta che "per un certo periodo l'ambiente di lavoro era molto simpatico. In occasione delle feste organizzate per i dipendenti la direzione era molto cordiale. In seguito però hanno cominciato a diventare più rigidi, per esempio riducendo i premi di efficienza od obbligando a contare come giorni di ferie i periodi di cassa integrazione. Sono andato via perché cominciavo a sentirmi come in un campo di lavoro e non in una fabbrica normale. Il lavoro nei pozzi è meno faticoso, meno stressante".

Ovviamente in fabbrica si dice che i sindacati sono troppo favorevoli al compromesso, che dovrebbero essere più fermi, che si sarebbe dovuto affrontare diversamente la direzione, minacciare la possibile occupazione della fabbrica. Nel sentire questo Gierot chiede se spetta ai sindacati convincere i potenziali clienti a comprare nuove Fiat e a mandare allo sfascio le vecchie macchine.

"Negli ultimi tre anni abbiamo fatto tutto il possibile", dice Gierot. "E siamo riusciti a ottenere parecchie concessioni. Abbiamo evitato cinquanta licenziamenti. Chi andrà via a fine gennaio riceverà, in funzione dell'anzianità, da 9 a 18 mesi di stipendio. Gli operai in età di prepensionamento e i dipendenti da soli con figli a carico non potranno essere licenziati, così come le persone che vivono insieme e che lavorano entrambe nello stabilimento. Ci sono dei licenziamenti, ma la fabbrica continua a funzionare".

Ma quale sarà la sorte dell'indotto? Chi ha lavorato principalmente per la Fiat dovrà a sua volta licenziare. E cosa dice il governo? Il ministro del lavoro Władysław Kosiniak-Kamysz ha promesso di dare una parte del Fondo per l'occupazione agli uffici regionali della Slesia, e anche la città di Tychy è disposta a dare un aiuto. Ma questo aiuto potrebbe arrivare troppo tardi, e lo sciopero generale previsto per febbraio rischia di paralizzare l'intera Slesia.

Mercato

Crisi anche nel 2013

Il mercato europeo dell’auto “ha conosciuto il più drammatico calo delle immatricolazioni da due decenni”, riferisce il Financial Times. Secondo le cifre delle concessionarie europee nel 2012 sono state messe sul mercato 1,2 milioni di nuove vetture, l’8,1 in meno rispetto al 2011. Secondo le previsioni la tendenza dovrebbe proseguire anche nel 2013.

La crisi dell’auto si traduce in licenziamenti e chiusure di stabilimenti in Belgio, Regno Unito, Polonia e soprattutto in Francia, sottolinea Le Monde. “Nel 2005 Psa Peugeot Citroën e Renault controllavano il 25,5 per cento del mercato europeo”, ricorda il quotidiano francese, ma i tempi ormai sono cambiati:

sette anni più tardi siamo al completo ribaltamento. Dall’alto del suo 25 per cento del mercato, Volkswagen sovrasta i rivali francesi, che ormai vendono appena un’auto su cinque in Europa e si dibattono nel pantano della crisi automobilistica attuale.

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