Agenzia non porta pena

Standard&Poor’s ha avvertito l’eurozona che il suo rating è a rischio, scatenando l’ira di politici e commentatori. Ma le agenzie non hanno un piano segreto: si limitano a constatare l’evidenza.

Pubblicato il 7 Dicembre 2011 alle 15:53
Borsa di Francoforte, novembre 2011.

Per un critico delle agenzie di rating l’occasione era imprendibile. Non appena Standard & Poor’s ha ipotizzato un declassamento dell’eurozona, ecco che immediatamente Christian Noyer è saltato fuori con la bava alla bocca. "Le agenzie di rating hanno alimentato la crisi nel 2008, e viene da chiedersi se non stiano facendo la stessa cosa in questo momento", ha ruggito il governatore della Banca di Francia.

Noyer, che fa parte del consiglio direttivo della Banca centrale europea, ha sicuramente le sue ragioni personali per scagliarsi contro le agenzie. Ma non è certo l’unico. Di questi tempi S&P, Moody’s e Fitch attirano critiche come pochissime altre istituzioni finanziarie.

Giusto o sbagliato che sia, le tre maggiori agenzie di rating vengono considerate come l’ultimo arrivato che grida "al fuoco!" quando la casa è già in fiamme, e intanto alimenta goffamente l’incendio versando benzina qua e là. I critici ripetono incessantemente la solita solfa: nel 2008 le agenzie non soltanto non sono riuscite ad anticipare l’avvento della crisi, ma l’hanno favorita concedendo la tripla A ai mutui tossici che hanno mandato l’economia mondiale gambe all’aria.

Recentemente, poi, le agenzie hanno nuovamente ignorato l’arrivo della crisi dell’eurozona, e come se non bastasse, proprio quando Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sembravano vicini a risolvere il problema, S&P ha lanciato nel mucchio una granata devastante. Noyer si è abbandonato a fantasiose ipotesi di complotti internazionali, accusando S&P di aver cambiato la propria "metodologia" e di seguire "sempre di più i fattori politici e sempre meno le basi economiche".

La risposta dell’agenzia è stata secca: "parole senza senso". Kathleen Brooks, analista di Forex.com, ha spiegato che "gli Stati Uniti non vogliono affatto che l’Europa affondi o che la crisi del debito entri in una spirale incontrollabile, specialmente in un’annata elettorale. Inoltre la crescita della Cina dipende molto dall’Europa, e dunque la teoria di una motivazione politica è del tutto infondata".

Presto i critici potrebbero essere costretti a riconoscere una verità ben più drammatica: per quante possano essere le colpe di S&P, è probabile che stavolta l’agenzia ci abbia visto giusto. E non è tutto. Anche se in pochi ci crederanno, Standard & Poor’s comprende le evoluzioni del debito dell’eurozona meglio di molti altri professionisti del mercato.

Innanzitutto bisogna analizzare la decisione [del 5 dicembre]. Naturalmente la tempistica è stata provocatoria, ma S&P ha le sue ragioni. La priorità, hanno spiegato gli uomini dell’agenzia, era quella di mettere in guardia 15 dei 17 paesi dell’eurozona – Germania inclusa – su un possibile declassamento prima dell’apertura dell’importantissimo vertice di giovedì [8 dicembre].

Martedì l’analista di S&P Moritz Kraemer ha risposto alle critiche spiegando il comportamento dell’agenzia: "Siamo convinti che il rischio sistemico nell’eurozona sia cresciuto significativamente nelle ultime settimane, e siamo preoccupati da cosa potrebbe accadere se il vertice non partorirà una risposta efficace e credibile. Nel primo trimestre del 2012 maturerà una grande quantità di debito, che dovrà essere rifinanziato. L’eurozona potrebbe scivolare in recessione nel primo semestre, e non c’è più molto tempo per trovare una soluzione politica".

S&P ha preso la sua decisione basandosi su cinque elementi negativi correlati tra loro: un peggioramento delle condizioni di debito da parte delle banche dell’eurozona, un aumento dello spread in un numero crescente di paesi dell’eurozona, un continuo disaccordo tra i politici europei, un aumento del debito dei governi e delle famiglie e un crescente rischio di recessione.

Secondo l’agenzia il faccia a faccia di lunedì tra Merkel e Sarkozy e la proposta dell’unione fiscale non miglioreranno le cose. Standard & Poor’s nutre inoltre dubbi più che ragionevoli sul programma di riforme di Angela Merkel. "Considerando che l’economia europea sta rallentando, siamo convinti che un processo di riforma basato unicamente sull’austerity fiscale possa rivelarsi autodistruttivo", ha fatto sapere l’agenzia.

In realtà niente di tutto ciò potrà sorprendere i mercati, nemmeno l’ipotesi che una maggiore integrazione fiscale possa comportare un rallentamento dei paesi "tripla A" – Germania, Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Lussemburgo e Austria – a causa delle nazioni più dissolute.

Seguire i mercati

Nel mese di ottobre Nicolas Veron ha pubblicato uno studio per il think tank Bruegel, precisando che nonostante le accuse di alimentare "la preoccupazione degli investitori, difficilmente un abbassamento del rating [da parte delle agenzie] sorprende i mercati. Di solito il rating segue l’atteggiamento dei mercati, non viceversa. Quando un’agenzia prova ad anticipare i tempi solitamente gli investitori non vi prestano eccessiva attenzione, come è accaduto nel 2004 quando Standard & Poor’s ha iniziato a declassare il rating della Grecia".

E ora passiamo al secondo punto. Standard&Poor’s ha declassato per la prima volta l’Italia nel luglio del 2004, per poi fare lo stesso con Grecia e Portogallo, in un’epoca in cui i mercati del debito quasi non facevano differenza tra il rischio dei diversi membri dell’eurozona. Se è vero che S&P (come anche le altre agenzie) non è riuscita ad avvistare la crisi in tempo, è altrettanto vero che almeno all’inizio è stata più lungimirante dei mercati.

Una critica più pertinente riguarda la capacità delle agenzie di peggiorare una situazione già difficile. Secondo Veron ciò accade perché "nei contratti e nelle direttive sono inclusi riferimenti alle agenzie. Per questo motivo, nonostante le agenzie ribadiscano che il rating è basato esclusivamente su opinioni, le loro azioni possono avere conseguenze concrete, come per esempio la vendita forzata di un titolo". Un problema che il commissario europeo al mercato interno Michel Barnier sta cercando di risolvere.

Allo stato attuale un declassamento da parte di S&P dei paesi sotto osservazione metterebbe a repentaglio il Meccanismo europeo di stabilità finanziaria, perché la tripla A del fondo si basa sul rating delle economie che lo sostengono. Se ciò accadesse Noyer andrebbe probabilmente su tutte le furie. Ma ovviamente questo non è un problema di Standard&Poor’s.

Analisi

L’austerity non piace alle agenzie

Sul Guardian Ann Pettifor del think tank britannico Prink sottolinea che la minaccia di declassamento di S&P "riflette il rifiuto dei politici di riparare un sistema bancario globale allo sfascio". Secondo Pettifor i politici europei

si rifiutano seccamente di trovare un rimedio per la crisi del sistema bancario. Sono convinti che il sistema finanziario non debba essere alterato né tassato, e soprattutto non debba essere esposto alla furia dei mercati. Al contrario, sono i contribuenti dell’eurozona a dover pagare per le perdite delle banche private che hanno concesso prestiti scriteriati alle famiglie, alle aziende e ai governi.

Per finanziare il bailout del sistema bancario l’Unione europea ha messo in atto un gigantesco piano di tagli e austerity.

Tuttavia, come ha capito perfettamente S&P e come intuirebbe anche un bambino, l’austerity non è redditizia. I piani di rigore stanno distruggendo investimenti e posti di lavoro, e dunque anche gli introiti dei governi. Senza occupazione gli individui, le famiglie, le compagnie e i governi non possono guadagnare denaro. I governi non possono incassare le tasse e le banche non possono ricevere il pagamento delle rate. E così le banche collassano e il debito pubblico dei governi cresce. Non è mica complicato.

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