Ankara volta le spalle a Bruxelles

Dopo l’attacco alla flotta diretta a Gaza, la tensione tra Turchia e Israele è alle stelle. Ma la rottura tra Ankara e l’occidente era già consumata da tempo, come dimostra la strumentalizzazione della candidatura europea da parte del governo di Erdogan.

Pubblicato il 2 Giugno 2010 alle 14:56

La strage compiuta dall’esercito israeliano sulla nave turca Mavi Marmara, ammiraglia della flotta che tentava di rompere il blocco navale di Gaza, è stato interpretato come l’inizio di una nuova era per la Turchia. In realtà, sostiene Enzo Bettiza su La Stampa, "non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine […] di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso".

Dopo l’era kemalista e la guerra fredda, in cui la Turchia rappresentava il baluardo armato della Nato contro l’influenza sovietica nella regione, la fine dei blocchi contrapposti ha sciolto anche il rigido inquadramento della politica mediorientale, permettendo ad Ankara di riavvicinarsi a Siria e Iran e al mondo islamico in generale. La tendenza è stata suggellata dall’ascesa al potere dell’Akp di Recep Tayyip Erdogan. Il rinnovo della candidatura europea da parte di quest’ultimo è stato in realtà "un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. […] Il machiavellico Erdogan concedeva a Bruxelles alcuni punti e molte promesse sulle questioni dei diritti civili in contrasto con la tradizione nazionale e nazionalista."

Dietro all’europeismo di facciata, Gul ha usato "l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee", i rivali kemalisti che minacciavano di troncare la sua svolta orientalista. "Commissari e deputati di Bruxelles […] erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati. […] Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare.

L’attacco alla Mavi Marmara è insomma solo l’ultimo passo di un percorso che ci ha messo di fronte "una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi."

Visto da Ankara

L’occidente in crisi non interessa alla Turchia

La crescita dei paesi emergneti – Cina, India, Brasile e Russia – sta modellando un nuovo paesaggio globale. Un paesaggio in cui "la Turchia, la cui crescita è altrettanto rapida, è sempre più interessata ad avvicinarsi a questo gruppo e sempre meno all’occidente" nota il turco Hürriyet. "In Europa e negli Stati Uniti molti interpretano questa tendenza come una ‘islamizzazione delle politica estera turca’", nota Hürriyet, mentre si tratta invece di un fenomeno più vasto. "L’antiamericanismo in particolare e l’antioccidentalismo in generale sono sempre più palpabili tra i turchi. In questo clima restare fedeli all’ancoraggio occidentale della Turchia interessa solo a una parte dell’elite. L’allontanamento del paese da Stati Uniti ed Europa non preoccupa la maggior parte dell’opinione pubblica turca". La tendenza va di pari passo con la presa di fiducia dei paesi emergenti, Turchia compresa, che oggi "fanno abbassare la cresta a un’Europa di cui non danno più per scontata l’influenza globale".

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