Negli ultimi dieci anni l'Europa democratica ha costruito un'immagine della Russia che corrispondeva a quella di un paese coinvolto in un intenso quanto irreversibile processo di modernizzazione politica, economica e sociale. Lo sviluppo economico, pensava, avrebbe dato vita a una società di classi medie dove, come in numerosi altri paesi dell'Europa post-guerra fredda, i singoli avrebbero aspirato a realizzarsi come persone, in un ambiente di libertà, di diritti e di prosperità condivisa. Molti sognavano anche una relazione tra la Russia e l'Unione europea stretta al punto da coinvolgere "tutto tranne le istituzioni", se non addirittura l'adesione all'Ue.

Questo specchio russo si è infranto nel 2009, quando Vladimir Putin, che aveva appena compiuto due mandati alla testa del paese, ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali del 2012. L'ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, che aveva visto in Putin un modernizzatore della Russia, ha reso nota pubblicamente la sua preoccupazione per la svolta che la politica russa stava prendendo e chiese a Putin di tornare sulla sua decisione.

Non sono passati nemmeno cinque anni e si può vedere a che punto Gorbaciov non si era sbagliato. Dalla sua elezione, nel 2012, Putin si è dato da fare per frantumare con coscienza e meticolosità quello specchio e bloccare qualsiasi prospettiva di modernizzazione del paese.

Elite estrattiva

Invece di aprire l'economia verso l'esterno e di tentare di creare una classe imprenditoriale indipendente, ha preferito concentrare il potere politico, economico e dell’informazione nelle mani di une ridotta schiera di amici, di oligarchi e di ex compagni del Kgb

Così, invece di aprire l'economia verso l'esterno e di tentare di creare una classe imprenditoriale indipendente, ha preferito concentrare il potere politico, economico e dell’informazione nelle mani di une ridotta schiera di amici, di oligarchi e di ex compagni del Kgb. Si può parlare di una "élite estrattiva", che blocca il progresso economico e politico del paese per motivi che hanno sempre meno a che vedere con l'ideologia e sempre più con motivi puramente personali: con le strutture economiche attuali questa élite è perfettamente cosciente che la modernizzazione del paese implica la sua uscita dal potere.

Attraverso una concentrazione del potere economico e mediatico senza pari il regime di Putin è riuscito a compiere un exploit che rimarrà nelle annali dell'autoritarismo: ottenere la legittimazione democratica e popolare (perché Putin è molto popolare) di un'oligarchia estrattiva che deve la sua esistenza proprio alla sovrapposizione di un forte autoritarismo politico, di una diseguaglianza sociale estrema e di una concentrazione esagerata delle ricchezze.

Poco a poco la Russia si è convertita in un "petrolstato", un'entità pubblica che non solo basa il suo potere sulle materie prime, ma che può, su questa base, ignorare le richieste di modernizzazione politica, economica e sociale che provengono dalla società. La cosiddetta "maledizione delle materie prime" ha creato per la Russia un ruolo ibrido: una cosa a metà tra il Venezuela, dove la rendita del petrolio e del gas viene sfruttata per fungere da base al sostegno sociale di cui il regime ha bisogno per mantenere una facciata democratica, e una monarchia petrolifera che basa la sua legittimità su un nazionalismo rancido che annega nella religione, la cultura e i miti storico-bellicisti.

Dalla manipolazione dei mezzi d'informazione alle pressioni sulle organizzazioni della società civile indipendenti e sui movimenti sociali (compreso il movimento LGBT), passando per una marcatura stretta delle influenze straniere o per la rivendicazione dello zarismo e del suo contrario (l'epoca sovietica), Putin si è convertito in un ossesso dell'identità e dell'edificazione nazionale.

Russia irredenta

Se un rimprovero si può muovere a Gorbaciov, è che la sua visione è troppo riduttiva: Putin non si è limitato a gestire la stagnazione della Russia in modo diretto e noioso, alla Brejnev. Si è dato da fare per costruire una Russia irredenta e revisionista, che ha finito per generare un immenso problema di sicurezza presso i suoi vicini europei. Nel considerare i suoi vicini come dei vassalli costretti a collaborare alla creazione di una sfera d'influenza che garantisce il mantenimento di una Russia indipendente e distinta dall'occidente, Putin ha legato il suo destino a quello dell'Ucraina, poiché non può permettersi di perdere il pezzo più importante del suo progetto euroasiatico.

Così, si è ritrovato in una strada senza uscita: se avanza, dovrà entrare in un confronto economico con l'Occidente che indebolirà il suo petrostato, impoverirà gli oligarchi e infastidirà l'opinione pubblica. Se arretra, dovrà abbandonare i suoi accoliti in Ucraina orientale e verrà criticato per aver abbandonato in modo vile l'anima e l'identità russe in cambio di qualche denaro.

Quale che sia la soluzione quello che è chiaro è che un leader che ha costruito tutta la sua carriera politica sul desiderio di vendicare le umiliazioni subite dalla Russia non ammetterà di lasciare il potere umiliato.