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Il Gran Chaco è un gioiello verde. Meno conosciuta della sua "sorella maggiore", l'Amazzonia, questa foresta sudamericana si estende per 110 milioni di ettari – oltre un milione di chilometri quadrati, oltre tre volte l'Italia – tra Argentina, Paraguay, Bolivia e Brasile. Sotto le fronde vivono giaguari, tapiri e pecari; la foresta ospita quasi cinquemila specie diverse di piante e animali, alcune delle quali sono in serio pericolo di estinzione. Ma per anni la regione è stata anche una preda: un'area agricola privilegiata, dove si coltiva la soia anche a costo di radere al suolo interi tratti di vegetazione.
Per nutrire gli animali destinati a soddisfare un consumo di carne e latticini in costante aumento in Europa, gli allevatori ricorrono massicciamente a cereali importati dall’America Latina, a cominciare dalla soia. Dopo il Brasile, l'Argentina è il secondo fornitore di prodotti di soia dell’Unione europea, coprendo il 21 per cento (7,7 milioni di tonnellate) del fabbisogno complessivo dei 27 stati membri. La farina di soia, per il suo alto valore proteico, rappresenta fino al 25 per cento nella composizione dei mangimi destinati agli allevamenti industriali.
La soia (prevalentemente transgenica) arriva nell’Ue già trasformata in farina, di cui l’Argentina è storicamente il più grande esportatore mondiale (nonostante il probabile sorpasso del Brasile nel 2023), oppure sotto forma di semi grezzi che poi vengono trasformati in farina negli impianti europei.
La coltivazione della soia ha devastato gli ecosistemi forestali più di qualsiasi altro prodotto entrato tra il 2005 e il 2017 nell'Ue.
L’Unione europea è al secondo posto (dopo la Cina) per le importazioni di soia a livello mondiale (e al terzo posto dopo Cina e India per tutte le derrate la cui produzione è responsabile della deforestazione), con oltre 615 milioni di donnellate importate negli ultimi dieci anni tra semi e farina (dati Eurostat fino al settembre 2023).
L’Ue è, invece,il primo importatore di soia dal Chaco, una regione ecologicamente rilevante del nord dell’Argentina, con 356 mila tonnellate nel 2019 (pari a oltre il 50 per cento dell'export complessivo dell'area) e contribuisce quindi in larga misura alla domanda globale, cosa che ha spinto i produttori a disboscare vaste aree di questa zona dell’Argentina per far spazio alle colture di soia per la produzione di mangimi.
Il Chaco è la terza regione fornitrice di soia all’Unione europea, dopo l’Amazzonia e il Cerrado (in Brasile) che però sono prevalentemente proiettate verso il mercato cinese.
Per arginare il disastroso impatto ambientale della coltura della soia, nel 2022 l’Ue ha approvato una nuova normativa (detta EUDR, European Union Deforestation Regulation) che vieta l’ingresso nel mercato europeo ai prodotti agricoli provenienti da terreni deforestati.
L’applicazione del divieto è stata pero’ rinviata al 2025 cosa che, insieme a una serie di scappatoie giuridiche dovute alle pressioni dell’industria e dei paesi Ue a forte produzione di legname, ha lasciato diverse zone boschive (in Europa e fuori) ancora in balìa della logica del profitto.
Almeno un terzo del Chaco sfuggirà alla protezione della norma europea a meno che (sempre nel 2025) questa non venga estesa a tutte le “altre zone boschive” in base a una specifica clausola di revisione. Il Chaco (come il Cerrado brasiliano) è infatti un mosaico di boschi, savane e praterie che non rientrano integralmente nella definizione restrittiva di foresta della FAO su cui si basa l’EUDR.
I numeri della deforestazione nel Chaco
L’eco-regione del Chaco è il secondo habitat forestale più grande del Sudamerica dopo l'Amazzonia: è costituita maggioritariamente da una porzione secca (la più estesa al mondo) e una umida, per un totale di 110 milioni di ettari. La regione è compresa per il 62 per cento in territorio argentino e si estende parzialmente anche a Bolivia, Paraguay e Brasile. Ospita quasi 5mila specie diverse tra piante e animali, di cui alcuni ad alto rischio di estinzione. Inoltre, per far spazio alle coltivazioni di soia, le popolazioni creole e indigene, tra cui Wichí, Pilagá, Qom, Vilela, Moqoit, vengono espulse dalle loro terre con intimidazione e violenze.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2022 della rete Periodistas por el Planeta, coordinato dall’argentina Marina Aizen, il consumo smisurato di soia è costato negli ultimi 30 anni circa 14 milioni di ettari di alberi nel Chaco argentino. La quota di deforestazione (25 per cento) nell'intera ecoregione transfrontaliera supera quella nell’Amazzonia (17 per cento) ed è seconda solo a quella del Cerrado (50 per cento).
Oltre a costituire un danno per la biodiversità, la distruzione della foresta del Chaco ha un impatto sul riscaldamento globale, poiché gli alberi abbattuti non assorbono più CO2, il principale gas a effetto serra.
La deforestazione, che pesa per circa il 15 per cento delle emissioni di CO2 dell'Argentina, è all’origine di circa il 10 per cento delle emissioni a livello planetario, una quota pari ai due terzi quella di tutti i mezzi di trasporto (terrestri, marittimi e aerei) riuniti.
Secondo le stime del think tank Planet Tracker la deforestazione nel Chaco imputabile alla soia importata dall’Ue avrebbe causato il rilascio di 7.3 milioni di tonnellate di CO2 solamente nel 2018.
Secondo Trase, una piattaforma per il monitoraggio della sostenibilità delle materie prime agricole, il 95 per cento della deforestazione in Argentina è stata finora riscontrata nel Chaco (unico ecosistema per cui esistono rilevazioni accurate). Questo rappresentava rispettivamente il 10 e il 4 per cento della soia argentina annualmente prodotta (6,6-8,9 milioni di tonnellate) ed esportata (oltre 2 milioni di tonnellate) nel periodo 2015-2019 (dati più recenti disponibili).
Deforestazione per far posto alle piantagioni di soia nel Chaco nel 2019 in Argentina e Paraguay.
“Nello stesso periodo, la deforestazione annuale nel Chaco è aumentata da 116mila a 211mila ettari”, spiega Michael Lathuillière, Senior Research Fellow allo Stockholm Environment Institute e Supply Chain Mapping Lead presso Trase: “il 5 per cento (50mila ettari) è da attribuire, per il periodo 2014-2018, alle coltivazioni di soia che all’epoca occupavano complessivamente tra i 2,6 e i 2,8 milioni di ettari e che in futuro potrebbero ulteriormente espandersi”.
Il Dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti (USDA) stima infatti un aumento della superficie complessivamente coltivata a soia in Argentina fino a 16,9 milioni di ettari per il biennio 2023/2024, un aumento di oltre il 50 per cento rispetto al 2002 (11,5 milioni di ettari).
La valutazione del rischio di deforestazione
Tra i 2016 e il 2018 c’è stato un rallentamento del disboscamento: tuttavia, secondo le stime che ci ha fornito Trase, nel 2019 per ogni 1.000 tonnellate di soia esportata si sono potenzialmente distrutti di 7,1 ettari di foresta nel Chaco, un livello di rischio appena inferiore rispetto al Cerrado (7,6 ettari).
La valutazione del rischio di deforestazione è cruciale poiché, in base alle regole Ue, le zone boschive verranno classificate a basso, medio o alto rischio secondo diversi criteri (tasso di deforestazione, tasso di espansione agricola e tendenze della produzione). Gli stati membri dovranno eseguire controlli più o meno severi, compresi audit sul campo, in funzione del livello di rischio dell'area da cui provengono i prodotti importati.
"La Commissione europea condividerà la propria classificazione di benchmarking del rischio nel 2024 e noi abbiamo formulato raccomandazioni basate sui nostri metodi di analisi", dice Lathuillière.
Intanto, l’esposizione alla deforestazione della soia importata nell’Unione europea è salita da 2.103 ettari per ogni mille tonnellate di soia prodotta nel 2018 a 2.487 ettari nel 2019.
La soia prodotta su queste superfici potrà continuare a essere venduta sul mercato europeo visto che la EUDR vieta solo l’import di prodotti delle aree deforestate dopo il 31 dicembre 2020. "Ciò significa che le aree ‘non forestali’ come praterie, savane o zone umide recentemente deforestate o convertite per la coltivazione della soia fino a tale data rimarranno monocolture commerciali anziché beneficiare della rigenerazione della vegetazione naturale", afferma Alex Wijeratna, direttore senior dell’ong Mighty Earth.
Gli esportatori non garantiscono sostenibilità
Secondo la metodologia adottata da Trase, nel 2019 cinque grossi commercianti mondiali di derrate alimentari totalizzavano oltre il 60 per cento (214.632 tonnellate) dell'import Ue di soia nel Chaco argentino e delle piantagioni di provenienza a rischio deforestazione. Sono, in ordine di volumi importati, la cinese Cofco, l’anglo-svizzera Glencore (attraverso la società controllata Viterra, creata nel 2020), l’olandese Louis Dreyfus e le statunitensi Cargill e Bunge (che nel giugno 2023 si è fusa con Viterra).
Un altro 30 per cento delle importazioni dal Chaco verso l’Ue è in mano alle società argentine Vicentin (attualmente in bancarotta) e Aceitera General Deheza, rispettivamente prima e quarta in classifica per quantitativi esportati nel 2019. Resta invece in coda alla classifica l’altro grande broker Archer Daniels Midland (ADM) che estrae dal Chaco solo una frazione della soia commercializzata internazionalmente.
La soia trasformata in farina, che i commercianti producono nei loro stabilimenti o acquistano da altri produttori in Argentina, ha un rischio di deforestazione superiore del 44 per cento in termini di ettari e del 60 per cento in termini di tonnellate rispetto ai semi esportati come tali.
“L’esposizione alla deforestazione delle esportazioni di soia dal Chaco potrebbe essere superiore a quanto da noi stimato a causa dei percorsi indiretti che la soia segue all’interno dell’Argentina prima di raggiungere i porti e che rappresentano attualmente un importante punto cieco”, puntualizza Lathuillière.
I calcoli di Trase si basano esclusivamente sui movimenti diretti di soia dalle aree di produzione (come il Chaco) a quelle portuali, segnalati su Siogranos, un database governativo,che, tuttavia, non rende noti i quantitativi di soia che vengono immagazzinati nei silos e/o trasferiti negli impianti di spremitura localizzati in altre zone, prima di giungere ai siti di esportazione. Pertanto non è possibile quantificare esattamente la soia proveniente dalle zone deforestate del Chaco che viene esportata.
“Il 60 per cento della produzione si sposta direttamente dall'azienda agricola ai porti/impianti di frantumazione, ma il restante 40 per cento passa prima per enormi silos dove vengono mischiati semi di diversa origine”, conferma il portavoce di Viterra, "pertanto la segregazione delle colture (i.e. quelle legate alla deforestazione e quelle sostenibili) è complicata”.
“Coi loro centri di stoccaggio di semi di soia, i giganti del commercio della soia sono andati ad accrescere la pressione sui boschi della regione”, afferma Riccardo Tiddi, tecnico specializzato in sistemi di informazione geografica applicati al monitoraggio della deforestazione nel Chaco. Tiddi, insieme a Marina Aizen, di Periodistas por el Planeta, ha mappato e fotografato ampie porzioni di foresta rase al suolo e rimpiazzate da piantagioni di soia nelle provincie del Chaco (stesso nome dell'eco regione che comprende questa e altra province) e in quella di Salta.
In particolare il dipartimento di Almirante Brown, nella provincia del Chaco, tra il 2009 e il 2022 ha perso 294 mila ettari di foresta (il 20 per cento del totale), sprigionando 60 milioni tonnellate di CO2 (il doppio di quelle emesse in un anno nella città di Londra).
Tra il 2009 e il 2022 questo dipartimento del Chaco ha perso 294 mila ettari di foresta (il 20 per cento del totale), sprigionando 60 milioni tonnellate di CO2 (il doppio di quelle emesse in un anno nella città di Londra).
L’Almirante Brown, secondo Trase, contiene un terzo (4.477 ettari) dell’intera superficie a rischio di disboscamento dovuto alla soia nel Chaco. “Si tratta di una stima la ribasso”, puntualizza Tiddi, "perché non tiene conto della deforestazione illegale che coinvolge quasi la metà delle attività agricole nel dipartimento, come indicano le ong argentine FARN e Vida Silvestre, soprattutto per la coltivazione della soia”.
A rigore, la EUDR vieta l'ingresso dei prodotti legati alla deforestazione illegale anche se questa è precedente al 31 dicembre 2020 (data che si riferisce solo alla deforestazione legale), come ci ha precisato il portavoce della Commissione europea.

Tra i tanti appezzamenti di soia fuori norma nell’Almirante Brown ci sono quelli delle aziende MSU e H.Primo a cui viene attribuita la distruzione abusiva di rispettivamente 1.000 e 2.000 ettari di vegetazione boschiva, sanata tramite condoni amministrativi di dubbia regolarità. “Le piantagioni delle due aziende si trovano in prossimità dei silos di Bunge e Cofco”, afferma Tiddi, "ed è quindi altamente probabile che tali magazzini contengano anche la soia proveniente da questi terreni”.
Stando agli impegni presi dai grandi commercianti di soia nel 2018, oltre la metà delle esportazioni (rispetto a poco più di un terzo nel 2016) arriva da colture che non avevano contribuito alla deforestazione, includendo anche la soia del Chaco.
Tuttavia, la loro promessa non si è ancora tradotta in azioni concrete secondo l’analisi del WWF. Nell'indice della World Benchmarking Alliance, una rete di Ong, associazioni professionali ed enti pubblici che monitora i progressi compiuti dalle aziende verso il raggiungimento dei Sustainable Development Goals, il loro punteggio rimane infatti scarso.
“Penso che in questo momento [in Argentina] nessuno stia facendo bene la tracciabilità che, se realizzata bene, potrebbe raggiungere anche la singola unità di produzione”, afferma Ricardo Sánchez, consulente indipendente nel settore.
Le aziende da noi contattate (Bunge, Cargill, Cofco, Viterra) o non ci hanno risposto, o non sono state in grado di assicurare che la propria filiera di approvvigionamento dal Chaco sia pienamente sostenibile. Nessuna di loro pubblica l’elenco dei silos da cui si rifornisce (che risulta incompleto anche sul sito del governo argentino) né tanto meno le piantagioni da cui provengono i semi immagazzinati. I loro più recenti rapporti ambientali si limitano ad annunciare la tracciabilità al 100 per cento entro il 2025.

Per conformarsi ai vincoli europei che scatteranno nel 2025 i commercianti ADM, Bunge, Cargill, Viterra, Cofco e Louis Dreyfus, riuniti nel gruppo di lavoro Soft Commodities Forum, hanno aderito a Visión Sectorial del Gran Chaco Argentino (ViSeC), una piattaforma volta al monitoraggio digitale dei terreni per frenare la deforestazione nelle aree di conservazione prioritarie del Chaco. Lo strumento si basa sul Sistema Informativo Geografico (GIS) già adottato per salvaguardare il Cerrado brasiliano.
ViSeC, sostenuta dal Land Innovation Fund, l’associazione industriale argentina degli oli commestibili (CIARA), l’ong Nature Conservancy e numerose altre organizzazioni, è attualmente in fase pilota, puntando a un’adozione su vasta scala entro la fine del 2024. Tutti gli agricoltori e i produttori di farina in Argentina potranno utilizzarla per garantire che la loro soia è coltivata in aree non deforestate dopo il 31 dicembre 2020.
“Dovranno essere raccolte le coordinate GPS di tutti gli appezzamenti che contribuiscono alla merce”, spiega Nathalie Lecocq, Direttrice generale dell’Associazione europea (Fediol) dei produttori di farine proteiche nelle quali mescolano anche farina di soia di importazione, “garantire che ciò avvenga in tutte le catene di approvvigionamento, con molti piccoli coltivatori e intermediari che raccolgono e trattano le materie prime, rappresenta una sfida notevole”.
Adrian Burtin ha contribuito a questa inchiesta.

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