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Chi calcola il costo delle auto elettriche per la salute dei lavoratori ?

L'Unione europea ha bisogno delle cosiddette materie prime critiche (materiali come litio, nichel, cobalto e grafite) necessarie per la costruzione di turbine eoliche, pannelli solari e auto elettriche, fondamentali per la transizione energetica “verde”. L’estrazione e la lavorazione di questi materiali è un’attività ancora dannosa per la salute dei lavoratori. Un green deal avvelenato?

Pubblicato il 15 Febbraio 2024 alle 09:00

Anton (nome di fantasia) era felicissimo quando, nel 2020, ha trovato lavoro allo stabilimento di produzione di batterie per auto SK Innovations (SKI) di Komárom, in Ungheria. “Ero contento perché lo stipendio era buono, soprattutto per la regione”. La fabbrica era stata appena inaugurata e, essendo nel pieno della pandemia di Covid, il lavoro aveva ancora ritmi leggeri. Sei mesi dopo però, Anton aveva lasciato l’azienda: da un esame delle urine è emerso che i suoi livelli di nichel erano tre volte superiori ai limiti. All’accumulo di nichel sono associati problemi di salute come fibrosi polmonare, malattie renali e cardiovascolari, cancro delle vie respiratorie, e un’alta incidenza di tumori al naso e ai polmoni. “Ho dei figli e voglio vederli crescere”, spiega Anton.

L’Unione europea sta potenziando l’industria delle cosiddette materie prime critiche (Crm), di  fronte di una crisi climatica di proporzioni enormi: in questo contesto, l’esperienza di Anton potrebbe ripetersi in tutta Europa. Che si tratti di  turbine eoliche o di batterie per auto elettriche materiali come litio, nichel, cobalto e grafite sono fondamentali per la produzione di tecnologie “pulite”, di cui abbiamo bisogno per evitare il collasso climatico. Al momento le catene di approvvigionamento sono limitate, e per i prossimi 10 anni si prevede una carenza di materiali. 

La nuova Normativa europea sulle materie prime critiche stabilisce che, entro il 2030, il 10 per cento dell’estrazione, il 40 per cento della lavorazione e il 15 per cento del riciclo di questi materiali in Europa avvengano a livello nazionale, così da ridurre l’affidamento su paesi terzi, molti dei quali hanno una pessima reputazione in termini di diritti umani e ambientali.

L’Ungheria ne gioverà più degli altri paesi: secondo l’agenzia di che si occupa di analisi di mercato Benchmark Mineral Intelligence (Bmi), entro il 2031 Budapest sarà il secondo produttore di batterie per auto e il più grande produttore di batterie “di livello 1”, cioè idonee per i produttori non cinesi di auto elettriche, come  Tesla, Panasonic o Samsung,  utilizzabili in Europa. Bmi ha spiegato che questo è in parte dovuto al fatto che l’Ungheria offre costi per la manodopera e per i terreni più bassi rispetto all’Europa occidentale.

Nel frattempo il costo in salute per lavoratori e lavoratrici della “rivoluzione” dell’auto elettrica è ancora da calcolare. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il 23 per cento dei nuovi casi di tumore al mondo viene diagnosticato in Europa, nonostante questa rappresenti solo il 6 per cento della popolazione mondiale. Questo si deve in parte all’“esposizione cronica ad alcuni prodotti farmaceutici, sostanze inquinanti e altri agenti cancerogeni presenti nell’ambiente e sul lavoro”. 

Polveri tossiche

Eppure, sotto le pressioni dell’industria, sembra che la Commissione europea stia facendo dietrofront rispetto ai piani di messa al bando delle sostanze chimiche pericolose: quelli per regolamentare in modo più rigoroso sostanze come il litio potrebbero essere i prossimi a essere rivisti.

I materiali con i quali lavorava Anton — nichel, cobalto e manganese — si accumulavano in “uno spesso strato di polvere” che si depositava in tutto lo stabilimento: “Tutti sapevamo che quella polvere era un problema, dovevamo pulire in continuazione e usare l’aspirapolvere sui dispositivi elettronici, e ci venivano fornite solo delle mascherine e dei guanti di gomma per proteggerci. Conosco una persona i cui livelli di nichel erano cinque volte superiori alla norma, ma nel corrotto sistema ungherese nessuno si preoccupa di qualche lavoratore morto. L’intero sistema è strutturato per favorire queste aziende”, racconta Anton.

Secondo Bmi, il governo ungherese ha concesso a SKI, la fabbrica di Anton, una sovvenzione di 209 milioni di euro per costruire un altro stabilimento per la produzione di batterie a Iváncsa, comune vicino a Budapest. Secondo alcuni resoconti, nel giugno 2023, 300 lavoratori, ai quali erano stati negati i dispositivi di protezione, hanno scioperato dopo un’epidemia di vomito, diarrea ed eruzioni cutanee; secondo altri, la questione dei salari non pagati è stata un fattore decisivo. 

Diverse organizzazioni di settore sostengono che non sempre è possibile identificare le malattie causate da cocktail di materie prime critiche e sostanze chimiche, e che la mancanza di vigilanza normativa ha aggravato il problema.


“Ogni volta che vengono attaccati i diritti dei lavoratori, il sostegno al Green Deal in particolare, e alle politiche climatiche in generale, diminuisce” – Marc Botenga, eurodeputato del Gruppo della Sinistra


“Oltre alle procedure di sicurezza sul lavoro già vigenti, non è stato stabilito alcun limite per l’esposizione al litio”, afferma Glen Mpufane, direttore per il settore minerario per il sindacato IndustriAll Global Union. “Lo stesso vale per il cobalto e può darsi che, data l’esposizione latente dei lavoratori ad agenti tossici e cancerogeni, prima o poi questi ne subiranno le conseguenze, come è successo con i casi di silicosi e antracosi dei lavoratori delle miniere di carbone”.

In Ungheria i sindacati prevedono che l’occupazione nel settore delle materie prime critiche salirà in maniera esponenziale: dai circa 7mila lavoratori attuali, a 40mila entro 10 anni. La situazione è però aggravata dalla mancanza di applicazione delle norme. Le organizzazioni sindacali sostengono che oggi l’ispettorato per la salute e la sicurezza sul lavoro impiegherebbe 160 anni per controllare ogni azienda. Balazs Babel, vicepresidente del sindacato metalmeccanico ungherese Vasas, afferma: “Serve una migliore protezione dei lavoratori. Questo è certo. È un settore molto, molto pericoloso. Quando si sospetta una esposizione a materiali pericolosi, i lavoratori devono essere dotati di strumenti ventilazione e di tutti gli indumenti protettivi necessari”.

Durante la sessione di formazione sulla sicurezza della SKI a Komárom, Anton racconta di aver chiesto al rappresentante dell’azienda informazioni sulla sicurezza di uno dei prodotti chimici con cui stava lavorando: l’1-metil-2-pirrolidone (NMP). La risposta: “Non è affatto pericoloso. Puoi anche berlo e non avrai alcun problema”, ricorda. Tuttavia, l’NMP, che si sospetta di essere reprotossica, cioè di avere effetti negativi sulla fertilità, era stato aggiunto all’elenco delle sostanze limitate dell’Ue già due anni prima. La SKI non ha fatto seguito alla richiesta di commento. 

L’esplosione dell’industria delle batterie

L’Ungheria non è  il solo paese europeo ad espandere la propria industria di materie prime critiche: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, per raggiungere l’obiettivo emissioni zero entro il 2050, la domanda di cobalto e neodimio potrebbe aumentare del 150 per cento, quella di rame e nichel del 50-70 per cento, quella di grafite e litio del 600-700 per cento. Per quanto riguarda le batterie elettriche, si prevede che la Germania diventi il maggior produttore europeo, seguita da Ungheria, Polonia, Francia e Svezia.

Peter Frövén, del sindacato svedese IF Metall, ci ha detto che, sebbene queste megafabbriche impieghino oggi solo poche migliaia di lavoratori, in Svezia stanno “spuntando come funghi” e la loro forza lavoro potrebbe decuplicare entro il 2030. “Il nostro timore è che a questo ritmo la forza lavoro si ‘consumi”, si produce un giorno, ci si blocca quello dopo… e nel frattempo si imparano le nuove procedure”, dice.  


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“La costruzione di una batteria richiede un ambiente più pulito possibile: deve essere completamente privo di polvere. Se nello stesso momento si costruisce l’edificio intorno a questo ambiente, ovviamente ci saranno problemi di scadenze non rispettate a causa della polvere che si deposita nelle batterie. Il ritmo è molto veloce e quindi è più facile commettere errori: abbiamo già avuto perdite di sostanze chimiche, ferite piuttosto gravi, ustioni cutanee provocate da agenti chimici…”. Gli operai di uno stabilimento sono entrati in contatto, per esempio, con versamenti del liquame chimico usato per riempire le batterie, l’IF Metall ha affrontato l’inevitabile problema di cercare di identificare le sostanze contenute. “È come la ricetta della Coca-Cola”, scherza Froven.

Questi episodi hanno fatto aumentare le richieste alla Commissione europea per irrigidire la supervisione normativa delle sostanze utilizzate nel settore. I limiti di esposizione ai materiali pericolosi sul lavoro sono fissati a livello europeo e poi implementati dai singoli stati membri, anche se l’attuazione nazionale è spesso insoddisfacente. Sophie Grenade, consulente di IndustriAll, afferma che gli accordi tra le parti sociali come il Nepsi, istituito tra associazioni di settore e datori di lavoro per contrastare l’esposizione alla silice, stavano contribuendo a migliorare la situazione sul campo.

Associazioni ambientaliste come Friends of the Earth Europe sostengono che un’industria che spende 21 milioni di euro all’anno per attività di lobby (quella dell’industria mineraria e metallurgica) in Europa, e che dal 2014 tiene in media due incontri a settimana con i decisori politici dell’Unione, finisce per avere una certa sfera d’influenza, riuscendo così spingere al ribasso la questione delle protezioni giuridiche per i lavoratori e i cittadini.

Il litio è reprotossico?

L’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha raccomandato la classificazione “reprotossica” per il litio, rendendo in questo modo obbligatorie maggiori tutele normative per i lavoratori. Non è chiaro però se la Commissione intenda ignorare questa raccomandazione a favore di un’introduzione armoniosa e redditizia delle auto elettriche: la Commissione ha chiesto all’Echa di avviare un’altra consultazione pubblica sulla questione e non ha fornito dettagli sulla tempistica e le motivazioni che potrebbe addurre per contrastare l’Agenzia.

Abbiamo chiesto a una persona che lavora presso le istituzioni europee, e che vuole restare anonima, un commento: “La Commissione si impegna per una migliore protezione della salute dei cittadini  e dell’ambiente, nell’ambito di un approccio ambizioso al fine di contrastare le fonti di inquinamento e liberare l’ambiente dalle sostanze tossiche. Ed è proprio in quest’ottica che la normativa europea sulle materie prime critiche prende molto sul serio la situazione e istituisce un quadro che garantirà un’attenta valutazione delle questioni ambientali”. 

L’Echa ha classificato altri materiali, tra cui il nichel e il cobalto, come presunte reprotossine e sostanze cancerogene ma, come dice Babel, vicepresidente del sindacato dei lavoratori metalmeccanici Vasas citato sopra: “Non basta avere delle leggi, occorre che queste vengano applicate”. Lo ribadisce Grenade di IndustriAll: “Servono una regolamentazione e degli standard rigorosi che siano del tutto vincolanti e non solo ‘indicazioni’”.

Le riserve di mpc in Europa

La questione va ben oltre i nuovi stabilimenti per la produzione di batterie. La Normativa europea sulle materie prime critiche accelererà il processo di autorizzazione per le infrastrutture di estrazione, lavorazione, raffinazione e riciclo dei materiali, alle quali, secondo la proposta di legge, può essere assegnato un “interesse pubblico prioritario”. Gli attivisti per il clima spesso sottolineano che i costi in salute dell’estrazione del carbone superano ampiamente quelli di sostanze come il litio, ma bisogna fare una precisazione: c’è una grande differenza tra le dimensioni di questi settori e i dati a nostra disposizione. 

L’Europa ha alcune riserve di materie prime critiche di una certa rilevanza, anche se di gran lunga inferiore a quelle di carbone: si stima infatti che il continente ospiti 79 miliardi di tonnellate di riserve di carbone, contro circa 1,3 milioni di tonnellate di riserve di cobalto, che si trovano per lo più nei Balcani e in Turchia; vi sono poi importanti depositi di grafite in Scandinavia e le tonnellate di nichel estratte nel 2021 ammontano a 243mila; infine, paesi come Portogallo, Repubblica Ceca e Germania contengono circa il 7 per cento dei 98 milioni di tonnellate di riserve mondiali di litio.


L’estrazione mineraria “rimane una delle professioni più pericolose al mondo. È una delle industrie con il maggior tasso di incidenti e un alto numero di malattie e patologie croniche” – Sophie Grenade, consulente


L’estrazione di queste risorse può avvenire in vari modi. Il litio, per esempio, può essere estratto a cielo aperto o pompato sotto forma di salamoia dalle sacche geotermali e poi trattato per isolarlo. Sophie Grenade sottolinea che, si tratti di carbone, nichel o altri materiali, nonostante gli sforzi dell’industria, l’estrazione mineraria “rimane una delle professioni più pericolose al mondo. È una delle industrie con il maggior tasso di incidenti e un alto numero di malattie e patologie croniche. Questo in Europa accade ancora. Sappiamo che l’estrazione di litio e cobalto può causare dei problemi. Il litio è molto corrosivo, quindi c’è il rischio di esplosioni. Il cobalto è reprotossico e può causare tumori, quindi servono assolutamente misure di salvaguardia rigorose per i lavoratori, diritti collettivi e limiti di esposizione sul lavoro in linea con i dati scientifici”. Grenade vuole che queste misure siano inserite nella normativa europea sulle materie prime critiche per garantire che “la corsa alla tecnologia pulita non porti alla deregolamentazione”.

Proteste della comunità locali e dei lavoratori

Quando il dissenso delle comunità e dei lavoratori viene ignorato, i risvolti possono essere esplosivi. Per esempio, anche se avrebbe potuto potenzialmente fornire il 90 per cento del fabbisogno europeo, il progetto di una miniera di litio da 2,2 miliardi di euro in Serbia, portato avanti da Rio Tinto, è stato annullato nel 2022 in seguito alle proteste della popolazione locale, preoccupata per l’inquinamento ambientale e la contaminazione delle acque. 

Le manifestazioni in Portogallo, tra cui proteste  nell’agosto 2023 a Boticas contro quella che sarebbe stata la più grande miniera di litio a cielo aperto d’Europa, sottolineano gli ostacoli che si frappongono a qualsiasi espansione dell’industria europea delle materie prime critiche. 

Secondo Cecilia Mattea, responsabile delle politiche relative alle batterie e alla catena di approvvigionamento per l’ong e think tank Transport and Environment, la legislazione mineraria dell’Unione è inadeguata e necessita di una riforma: “Le leggi minerarie dell’Ue sono così obsolete che in Spagna, per esempio, gli scarti delle miniere possono trovarsi molto più vicini alle comunità locali che in Cina o in Brasile. È inaccettabile. Dovremmo rivedere le leggi minerarie europee”.

Alcuni politici temono che anche solo sollevare questo tipo di questioni possa suscitare una reazione negativa versole auto elettriche che sono alimentate dall’energia rinnovabile di cui abbiamo bisogno per evitare la catastrofe ambientale. Ma le organizzazioni di settore hanno ribattuto che ignorare le esigenze dei lavoratori crea le condizioni perfette per un contraccolpo, lasciando le comunità abbandonate con un senso di malcontento che è suscettibile di manipolazione. Alla domanda se i lavoratori continuino a sostenere la transizione verso l’energia pulita, Babel risponde con sincerità: “Non credo che ai lavoratori importi più di tanto”.

“Ogni volta che vengono attaccati i diritti dei lavoratori, il sostegno al Green Deal in particolare, e alle politiche climatiche in generale, diminuisce”, afferma l’eurodeputato del Gruppo della Sinistra Marc Botenga. “Quando i lavoratori sono davvero preoccupati per la salute e la sicurezza, e le comunità, per l’acqua potabile, è ovvio ed evidente che il sostegno alle politiche climatiche si indebolisca”. La sua collega di partito Cornelia Ernst aggiunge: “Al Green Deal servono maggioranze sociali e queste si ottengono quando le condizioni di vita e di lavoro delle persone migliorano. Un Green Deal senza i lavoratori non può esistere”.

👉 L'articolo originale su HesaMag

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