Dati alla mano Migranti, profughi e coronavirus

Come il Covid-19 ha colpito la salute di migranti e rifugiati

Con l’attenzione focalizzata sulla pandemia, rifugiati e migranti senza documenti sono scomparsi dai radar. Ma l’emergenza che li ha cancellati dall’agenda politica li ha colpiti in modo sproporzionato: minore, se non inesistente accesso alle cure, alle protezioni e rallentamenti delle procedure di richiesta di asilo. L’analisi di Emanuela Barbiroglio, basata sui dati di un’inchiesta dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Pubblicato il 14 Gennaio 2021 alle 10:20

“La struttura dove stavo accoglieva soltanto uomini maggiorenni, mentre per i minorenni non è stato possibile ottenere un permesso dal Ministero a causa del Covid-19. E, sempre a causa del virus erano stati sospesi anche gli interventi dei volontari nei centri di prima accoglienza”, dice Franca, un'infermiera italiana che è stata richiamata con urgenza al lavoro dopo la dichiarazione dell’emergenza sanitaria lo scorso marzo.

All’epoca, Franca viveva e lavorava in Belgio: ha dovuto lasciare tutto e tornare nel suo paese. A metà agosto, ha deciso di andare a fare volontariato in un centro Sprar (sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo) vicino a Trapani, in Sicilia. "Le condizioni igieniche erano molto scarse. In effetti gli ospiti della struttura erano smistati in varie casette, dormivano in tre o quattro in una sola stanza. Lì protezioni anti-Covid-19 in realtà non ce n'erano quasi per nulla (mese di agosto dove la mascherina non era più obbligatoria per strada) ...in effetti è difficile far comprendere come funziona una malattia infettiva agli italiani, capisco che sia ancora più difficile farla comprendere a ragazzi non italiani". Franca e i suoi compagni volontari non si sono trovati di fronte a emergenze sanitarie e un medico era lì per ogni evenienza. Anzi, racconta , per i ragazzi del centro "la malattia è ben altra cosa ed è tale solo quando si manifesta ! Altrimenti si può non considerare una vera malattia".

Ciononostante 30mila rifugiati e migranti hanno partecipato al primo sondaggio in assoluto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e hanno parlato del grave impatto della pandemia sulla loro salute fisica e mentale. Lo studio, pubblicato in occasione della giornata internazionale dei migranti, ha finalmente fatto luce su una parte della popolazione mondiale la cui salute è stata trascurata durante la crisi.

Cosa è successo alle persone che sono arrivate in Europa al tempo di Covid-19? Per cominciare, il loro numero è diminuito.

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Ventimiglia rimane il confine italiano attraversato con più frequenza dai migranti. "Qui abbiamo un turnover elevato e, dopo una breve pausa, i numeri sono nuovamente aumentati in estate", dice Jacopo Colomba, coordinatore di WeWorld Onlus. "12mila persone sono state respinte alla frontiera proprio nei primi 9 mesi del 2020. Va detto che i trafficanti di essere umani nel primo lockdown hanno chiesto più soldi per aiutare le persone ad attraversare il confine, anche 500 euro per 40 km".

La pandemia ha cambiato le condizioni di vita, costringendo più persone a vivere all'aperto. "Abbiamo avuto due casi di Covid-19 in aprile. Questo e l’emergenza  sociale sono stati i motivi della chiusura del nostro unico campo. Non avevamo un piano adeguato per un'emergenza e la pandemia ha fatto crollare una diga".

Lungo altri confini la situazione è ancora più difficile al punto che, a settembre, The Good Lobby, gli avvocati pro bono di De Brauw Blackstone Westbroek e WeMove Europe hanno presentato una denuncia alla Commissione europea affinché la Grecia sia ritenuta responsabile per aver violate le leggi sull'asilo. "Da maggio, le richieste di asilo sono ricominciate. I respingimenti alle frontiere continuano: le condizioni di detenzione sono ancora orribili e le procedure europee continuano a essere violate", afferma Giulio Carini. "Per esempio i richiedenti asilo devono fare una chiamata via Skype, necessaria al processo di richiesta di asilo, cosa che è particolarmente difficile da organizzare al momento".

Problemi di inclusione

Poi i problemi relativi all’inclusione sono cominciati o sono peggiorati. In Bulgaria e in Francia le persone non potevano a trovare un lavoro o a prendere un autobus.

Mariana Stoyanova, responsabile del programma per i rifugiati e gli immigrati della Croce Rossa Bulgara, ricorda "tutto è stato chiuso, compresi i parchi", durante il primo lockdown. "L'impatto è stato particolarmente forte per i richiedenti asilo perché i visitatori non erano ammessi all'interno delle sei strutture di accoglienza bulgare,era un regime molto severo", dice. "I risultati sono stati positivi perché nessuno è stato contagiato". Tuttavia, nelle strutture di detenzione ci sono stati circa 70 casi e diversi ricoveri, soprattutto perché sono stati portati direttamente dai posti di frontiera".

In Francia la violenza della polizia nei confronti dei migranti è un problema di lungo corso. Pierre Roques, il coordinatore sul campo di Utopia 56 a Calais, dice che "gli attacchi terroristici sono usati come scusa". Recentemente è stato aperto un centro di accoglienza temporanea, ma la maggior parte delle persone vive ancora all’aperto. Questo rende difficile distinguere i casi di Covid-19 e, le persone migranti non sembrano particolarmente spaventate da virus, alla luce di quello che hanno vissuto e vivono… come non capirli".

Ellen Ackroyd, una delle due responsabili sul campo di Help Refugees Calais: "Le mascherine sono distribuite in modo irregolare. È un problema grave, perché le persone senza mascherina non possono salire sugli autobus o entrare nei negozi. Migranti e rifugiati sono sicuramente consapevoli dei rischi e sono, come tutti durante questa pandemia, molto attenti all’igiene. Tuttavia, a differenza della maggior parte delle persone, il loro accesso a servizi igienici sicuri è molto limitato, un diritto fondamentale che dovrebbe essere garantito dalle autorità. Anche questa è una fonte regolare di malumore: ci sono persone che non si fanno la doccia da mesi!”. 

Almeno il 50 per cento degli intervistati al sondaggio dell'OMS ritiene di aver subìto l’impatto della pandemia, in termini di lavoro, sicurezza e situazione finanziaria. Secondo il sondaggio, alcune forme di discriminazione sono state particolarmente sentite tra le fasce d'età più giovani (20-29 anni), dove almeno il 30 per cento degli intervistati ha ritenuto di essere trattato meno bene a causa della sua origine.

Infine, la salute delle persone è peggiorata. "Molte persone con malattie croniche, che vivono tutte insieme in cattive condizioni senza farmaci e con problemi psicologici... tutto questo mi preoccupava molto", dice Sanne van der Kooij, una ginecologa olandese del gruppo SOSMoria. "Con la seconda ondata di Covid-19 questo inverno sarà problematico. Penso che i problemi maggiori per loro siano le conseguenze delle misure contro Il Covid-19, perché non possono uscire dal campo, quindi sono isolati e spaventati", continua.

La maggior parte dei rifugiati e dei migranti che hanno partecipato al sondaggio dell'OMS ha preso precauzioni per evitare l'infezione. Quando non l'hanno fatto, è stato perché non potevano, non perché non lo volevano.

Il conteggio dei casi e dei decessi tra i migranti, tuttavia, è complicato. Tutti i volontari e gli esperti intervistati – in Bulgaria, Francia, Grecia e Italia – sono d'accordo: le condizioni di salute sono spesso così gravi che nessuno si preoccupa del Covid-19 e, se lo fanno, non c'è praticamente modo di testare le persone che si spostano nel nostro continente.


Allo stesso tempo gli studi dimostrano che le persone vulnerabili hanno maggiori probabilità di ammalarsi. E lo stesso vale per i migranti, soprattutto quelli che non hanno documenti.

L'indagine dell'OMS mostra che i principali motivi per i quali i migranti non cercano assistenza medica sono di natura finanziaria, la paura di essere espulsi, la mancanza di assistenza sanitaria o il fatto che non vi avevano diritto. Un migrante su sei senza documenti non richiedere cure mediche per i sintomi del Covid-19.

"I migranti senza di documenti hanno molte difficoltà ad accedere all'assistenza sanitaria", dice Michele LeVoy, direttore della Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti privi di documenti (PICUM).


"Dato che l'assistenza sanitaria è regolamentata a livello nazionale, spetta agli stati membri dell'Ue decidere se hanno diritto all’assistenza". Questo significa 27 sistemi diversi in Europa. Anche se le leggi consentono ai migranti di accedere a un certo livello di assistenza, in alcuni paesi, come il Regno Unito e la Germania, l'amministrazione sanitaria è obbligata a segnalare le persone prive di documenti  alle autorità per l'immigrazione. In tutta Europa, molte persone senza documenti hanno paura di andare dal medico o in ospedale perché temono di essere denunciate".

Interi gruppi non possono rimanere invisibili: piuttosto, i governi hanno cercato di non vederli. Finché non è diventato impossibile fingere che non ci fossero. Ecco perché pochissimi paesi – tra cui Irlanda, Portogallo e Italia – hanno introdotto misure speciali che hanno permesso ai migranti privi di documenti di accedere in modo sicuro alle cure mediche durante la pandemia.


"Quest'anno ha dimostrato che la pandemia ha esacerbato le vulnerabilità preesistenti di certi gruppi all'interno della popolazione, e la necessità ancora maggiore di affrontare i fattori che li rendono vulnerabili", conclude LeVoy. "Se si vuole essere bravi in materia di salute pubblica, non si deve escludere nessuno. La salute pubblica non conosce confini e i virus non hanno passaporti".

👉 Leggi il nostro dossier sul Patto europeo per la migrazione e l'asilo.

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con lo European Data Journalism Network.


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